Il Primo Maggio è una puntata di Blob

Per evitare l'ennesima edizione a metà strada tra gli MTV Awards e La Notte della Taranta gli organizzatori del Concertone hanno invitato Sfera Ebbasta con i suoi due rolex. E va bene così

Stiamo vivendo un momento storico simile a uno di quei livelli segreti di Super Mario in cui non si capisce un cazzo e sta tutto all’incontrario. La cartina tornasole del mindfuck è chiaramente l’account Twitter di Kanye West che al momento è Così parlò Zarathustra riscritto da chatbot cinesi sotto LSD. Nel frattempo i leader mondiali, e quelli italiani per risonanza, ci intrattengono con corteggiamenti inquietanti come fossero uccelli del paradiso radiocomandati dagli stessi chatbot cinesi.

Insomma, il mondo intorno a noi sta cambiando più in fretta di quanto ci saremmo mai aspettati, e il segno più evidente di questa rivoluzione contemporanea è senza dubbio il concertone del Primo Maggio.

Ricordo anni, forse decenni, in cui la mia attività prediletta è stata lagnarmi della lineup di questo evento — lamentela peraltro totalmente fine a se stessa in quanto non essendo rappresentata in nessun modo dai sindacati (hello, partita IVA!) non ho mai avuto motivo di cercare una compatibilità di alcun genere con il bouquet di artisti scelti ogni anno dalla direzione artistica del #Concertone.

Per chi come me segue da tempo con livore il Primo Maggio di Roma, però, quest’anno si è presentato un importante cambiamento: la scaletta degli artisti assomigliava più a quella del Mi Ami che all’infornata di vecchie glorie della sinistra musicale con il loro universo di bonghi, patchanka e tromboni a cui questo appuntamento ci aveva brutalmente abituato. Ciò ha comportato senza dubbio una serie di scompensi a livello antropologico, ma non c’è da disperarsi: parte degli epurati dal palco di Roma ha trovato una casa a Taranto, storico contraltare primomaggico, in cui quest’anno pizzica, striscioni e persone affette da dread e tuta in acetato potevano sguazzare in assoluta libertà.

Non voglio qui approfondire quello che è accaduto da quelle parti anche perché, nella pigra giornata di ieri, il mio ditino birichino ha osato fare zapping un paio di volte verso i canali regionali tipo cimedirapachannel o telesalentu che trasmettevano l’alt-concertone e tutte le volte che ci capitavo mi sembrava di assistere a una versione con meno pixel dei Primi Maggi Roma di tutti gli scorsi anni — per la regola d’oro che quando credi di esserti finalmente liberato dei fardelli del passato, questi rispuntano con più vigore di prima da un altro angolo, come un incubo ricorrente o una mandria di blatte resistente alle disinfestazioni. Per non alimentare ulteriormente il mio DPTS, mi concentrerò su quanto accaduto sul palco del Concertone romano rinnovato.

Bisogna capire che la mia sfortunata leva (i trentenni) è chiusa in una morsa che a volte reputo interessante, ma per la maggior parte del tempo credo sia una condanna, tra la generazione Tora Tora (quel 2% di share che ha seguito il programma TV di Manuel Agnelli) e quella della Trap. L’industria discografica sta lentamente ma inesorabilmente transumando verso l’apertura forzata al nuovo — mossa che va in assoluta controtendenza con l’abitudine italiana a non lasciare indietro nessuno e riciclare addirittura gente come Francesco Renga la cui produzione più significativa sono i peli superflui — e ogni novità comporta un rinculo di rimostranze da parte dei nemici di Darwin.

Mi rendo conto che tirare fuori l’evoluzione in un processo che non ha decisamente niente di evolutivo e produce regressioni antropomorfe come Young Signorino potrebbe suonare strano, ma, come insegnava il caro Charles Robert, l’evoluzione è cieca e non è detto che porti sempre e soltanto progresso — a volte porta semplicemente una maggiore agevolezza coi cambi palco, come avvenuto quest’anno al Concertone.

Noi trentenni non possiamo fare altro che turarci il naso sulla trap e questa cosa che i gruppi Facebook chiamano itpop, che è l’onta da pagare per coltivare l’illusione di poterci liberare per sempre della polvere del vecchio mainstream italiano. È una condanna dovuta soprattutto al fatto che in mezzo a questi due poli c’è stato veramente poco: fino a qualche anno fa gli artisti che emergevano dal panorama pop erano quasi soltanto vincitori dei talent show, i quali venivano immediatamente fagocitati dalle case discografiche e dati in pasto senza troppe domande agli stessi autori, produttori e quindi, ahinoi, allo stesso universo sonoro di Renga. Sembrava ci fosse un campo magnetico della merda che non permetteva a nessuno, nemmeno ai più arditi, di allontanarsi troppo da quella zona grigia.

Poi è arrivato l’Internet — sì, era arrivato da un po’, ma come è noto l’industria culturale italiana metabolizza le novità con un lag di qualche lustro — e le cose hanno iniziato a prendere una piega inaspettata: la quota SIAE di Gino Paoli adesso è presidiata da Tommaso Paradiso e i dischi di Platino vanno quasi tutti a persone tatuate sul collo e sulla faccia. Qualcuno alla CGIL si deve essere reso conto che richiamare i Nomadi e i Modena City Ramblers quest’anno avrebbe comportato un netto raffreddamento della piazza, e così ha fatto qualche ricerca su Instagram e ha scoperto che Sfera Ebbasta e i suoi due rolex potevano essere ottimi headliner.

Mi sembra superfluo ribadire che l’incisività politica di questa manifestazione, se mai ci è stata, si è fermata a un paio di decenni fa, dopodiché il Concertone ha iniziato ad assomigliare sempre più a un episodio di Black Mirror in cui eternamente si riproponeva un ecomostro musicale a metà tra gli MTV Awards e la Notte della Taranta. Allo stesso tempo la politica è scomparsa quasi completamente dalla nostra scena musicale, che invece adesso è piena di riferimenti turbocapitalisti e brand di moda, quindi la scelta è tra un’espressione politica inefficace e vetusta con Bella Ciao versione pizzica suonata da tromboni a piedi nudi e “Sciroppo cade basso come l’MD”. Tra le due, perdonatemi, preferisco la seconda perché sembrava già una puntata di Blob.

Purtroppo però non tutti la pensano come me, e mi è capitato di imbattermi, nella giornata di ieri, in diverse angolazioni di lamentela: chi insultava i rolex, chi l’autotune (“se devo ascoltare un concerto stonato vado al Mi Ami”), chi addirittura auspicava a un ritorno di fiamma balcanica. A questi ultimi come punizione riserverei la reminiscenza prepotente della faccia di Erriquez dei Bandabardò ogni volta che tentano di fare sesso col proprio partner.

È vero che la qualità artistica delle esibizioni è decisamente ai minimi storici: nei momenti in cui la tecnologia non sopperiva alle gravissime lacune coil della Voice dei cantanti ci trovavamo di fronte a una specie di saggio rock di terza media, e questo è dovuto soprattutto al fatto che siamo in un’epoca di iperproduzioni in cameretta e di pochissime ore in sala prove. È anche vero, dall’altra parte, che su quei pochi nomi della vecchia guardia presenti in line-up si vedevano da lontano tutte le dita di polvere accumulate. Si salva soltanto Max Gazzé, un po’ per la meta-citazione dell’outfit tra Sun Ra e Beyoncé al Coachella, un po’ per questa assurda decisione di portarsi dietro un’orchestra e far riarrangiare i suoi pezzi da John Williams in modo che tutta la sua produzione ora sembri una colonna sonora di Spielberg.

Devo dire poi che in questo ricambio generazionale ci sono state cose evidentemente positive, come l’esibizione di Erio (tra i finalisti del concorso 1MNEXT) presentatosi sul palco quasi in drag e con pezzi à la Serpentwithfeet, Francesca Michielin (che nonostante la vestano come un’anziana sta cercando in tutti i modi di affermare la sua giovinezza) e l’odissea tra il pubblico di Cosmo, che ha dato un nuovo significato alla parola crowdsurfing — la mia parte preferita è il buttafuori calvo che lo insegue per menarlo lungo tutto il suo tragitto.

La reazione più razionale allo stravolgimento a cui abbiamo assistito ieri potrebbe essere prendere le distanze da tutto e chiudersi in camera con gli Autechre a palla, ma, cari i miei intellettuali, nel frattempo il mondo va avanti in questa direzione bizzarra e per noi trentenni senza bandiera e senza speranze mettere la testa sotto la sabbia non è una soluzione — bisogna fare i conti con la realtà.

Personalmente sono convinta che l’aderenza alla contemporaneità sia una dote molto sottovalutata, quindi sto totalmente dalla parte di chi sceglie di cambiare direzione e spingere per il rinnovamento, con tutti i rischi annessi. A questo punto però chiederei ai sindacati di spingere per un rinnovamento analogo anche per quanto riguarda i diritti dei lavoratori, perché gran parte del vostro target attuale lavora sotto Partita Iva e non andrà mai in pensione, un po’ come gli artisti patchanka epurati dal palco di Roma che adesso per arrivare a fine mese dovranno reinventarsi una carriera trap.

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