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Il primo concerto del nuovo Sufjan Stevens è stato uno spettacolo

Il (tesissimo) cantautore porta tutto il suo mondo, ukulele e organetti compresi, al Beacon Theater di New York per "Carrie & Lowell", l'album dedicato alla madre

Sufjan Stevens, 40 anni, vuole fare un disco per ogni stato americano. Ma per ora ha fatto solo (i magnifici) Michigan e Illinois

Sufjan Stevens, 40 anni, vuole fare un disco per ogni stato americano. Ma per ora ha fatto solo (i magnifici) Michigan e Illinois

Applaudire pare quasi sconveniente, come fra un movimento e l’altro di un’opera classica o di una Missa Solemnis. Non è questione di etichetta. È il timore di spezzare qualcosa, di dissolvere la tensione ultramondana con fragori convenzionali, da stadio.

Sufjan Stevens sale sul palco del Beacon Theater senza dire nulla, e per nulla s’intende nemmeno un «ciao, come state?». Esegue per intero Carrie & Lowell, l’ultimo album, una struggente forma di elaborazione del lutto o di preghiera per la morte della madre, che genera un turbinio di riflessioni e sentimenti di cui è impossibile non sentirsi partecipi: si parla della vita e della morte, dell’amore incondizionato, dell’alterità, di sentimenti cosmici, del significato ultimo di ogni cosa. Difficile non sentirsi chiamati in causa dal flusso emotivo che contiene qualcosa di sacro.

Il fatto che sia la prima esibizione newyorchese del tour, in un meraviglioso e stracolmo teatro dell’Upper West Side, non può che aggiungere un ulteriore strato emotivo alla situazione. Sufjan si presenta in jeans e maglietta, sneakers rosse ai piedi. Non ha i pantaloni anni ’80 con i neon né le ali da angelo, non indossa una divisa e nemmeno un cappello. Sul palco non ha mandato uno dei suoi personaggi, ma ha presentato se stesso in persona. Reggere tutta questa esibizione d’intimità senza filtri quando prende a cantare è un po’ come reggere uno sguardo troppo intenso o inquisitorio, quando non si trova nemmeno un diversivo per sdrammatizzare, quando non si sa bene da dove cominciare.

Ascolta l’albumCarrie & Lowell:

Spirit of my silence I can hear you
But I’m afraid to be near you
And I don’t know where to begin
And I don’t know where to begin

Sullo sfondo ci sono schermi verticali che proiettano immagini spezzate. Sembra di vedere le scene in 8 mm dell’infanzia di Sufjan o i paesaggi che dominano il suo immaginario attraverso le vetrate di una cattedrale. Alla fine dello show si scopre che le finestre sono in realtà le sbarre di una gabbia, all’interno della quale brillano due strobosfere, come occhi luccicanti che puntano dritti sul pubblico.

Si guarda e allo stesso tempo si viene guardati, strano rovesciamento di prospettiva. L’eclettica band è al completo, set che offre un’estensione sonora (soprattutto ritmica) che non compare nel disco in studio, capolavoro di essenzialità fatto solo di voce, chitarra, basso e discrete note di pianoforte sullo sfondo sibilante di un condizionatore. Qui invece ci sono batteria, organetti, tastiere, basi, e c’è tutta l’estensione di strumenti a corda di cui Sufjan è capace, dall’ukulele alla pedal steel guitar. L’artista sperimenta con gli arrangiamenti, ma senza allontanarsi troppo dall’originale. In Should Have Known Better, il secondo singolo, compare una base che smorza appena la tensione satura di riferimenti biblici.

Don’t back down, there is nothing left
The breakers in the bar, no reason to live
I’m a fool in the fetter
Rose of Aaron’s beard, where you can reach me

La versione più audace è quella di Forth of July, un dialogo in presa diretta fra l’autore e la madre sul letto di morte, il momento più teso e drammatico di tutto il disco. Il finale dal vivo è un’esasperazione elettronica del tremendo memento mori che viene ripetuto in un crescendo ossessivo. Dapprima è quasi un sussurro senza tempo, che progressivamente s’intensifica e si distorce fino a diventare un grido, una liturgia postmoderna circolare accompagnata, sullo sfondo, da una sottile linea rossa, che poi è un elettrocardiogramma che restituisce soltanto impercettibili segni di vita.

Sufjan Stevens

Well you do enough talk
My little hawk, why do you cry?
Tell me what did you learn from the Tillamook burn?
Or the Fourth of July? /We’re all gonna die

Il giro di accordi in maggiore di Eugene, dal nome della cittadina dell’Oregon dove Sufjan passava le estati con la madre, non si presenta come il più commovente del disco, ma finisce per esserlo per via della scelta dell’autore di eseguirla in versione acustica e solitaria, con le mani che tremano e il falsetto che talvolta viene meno, strozzato dall’emozione per questo collage di ricordi d’infanzia messo insieme come pochi sanno fare. Scorrone dietro le finestre-sbarre immagini nebbiose e quasi immobili che sarebbero quadri di Friedrich, se soltanto fosse nato fra i boschi dell’Oregon.

sufjan stevens

Since I was old enough to speak I’ve said it with alarm
Some part of me was lost in your sleeve
Where you hid your cigarettes
No I’ll never forget
I just want to be near you

Finito il disco, Sufjan prende finalmente a parlare, invita tutti (innanzitutto se stesso) a fare un respiro profondo e a rilassarsi dopo questo “struggle”, uno sforzo narrativo e introspettivo affrontato con un perenne groppo alla gola e il mento tremolante. Ringrazia Dio per la presenza degli amici, dei compagni, di mogli e mariti, dei colleghi di lavoro, delle persone care, ringrazia per tutte le cose che ci sono e che potrebbero non esserci: dopo tutto quel viaggiare nella fragilità dell’esistenza non appare come un intermezzo fuori luogo.

La seconda parte dello show è un viaggio leggero e scanzonato fra vecchi pezzi suonati alla grande e accompagnati da un impianto visivo che è il segno dell’artista maturo, totale, quello che non ha bisogno di sparare fuochi artificiali per distinguersi. Ma la profondità e il registro drammatico della prima parte rimangono elementi di uno spettacolo irripetibile, come fosse il cuore di un mistero liturgico seguito dai rituali periferici e dalle festività del caso. Si esce dal teatro con un senso di sproporzione e inadeguatezza, senza sapere bene cosa dire, disperdendosi nel vento gelido di quella che un tempo si chiamava primavera.

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