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Il minimalismo di Terry Riley in concerto a Milano

Siamo stati al teatro della Triennale a Milano, non solo per sentire il primo pezzo minimalista in assoluto ("In C") dal vivo, ma anche per scoprire la setosa voce del compositore
Un ritratto di Terry Riley prima del concerto di Lille del 2004

Un ritratto di Terry Riley prima del concerto di Lille del 2004

Chi vive o lavora a Milano forse avrà notato, nelle ultime settimane, il manifesto dove appare un uomo dalla lunga barba bianca, con uno zucchetto in testa e un grande sorriso. Un sorriso molto convinto e diretto che, mi si conceda la brutta citazione televisiva, ci porta davvero il profumo dell’ottimismo.

Quell’uomo bellissimo è l’ottantunenne Terry Riley, puer aeternus e tra i padri del cosiddetto minimalismo in musica. In C, riproposto al teatro della Triennale a Milano proprio ieri sera, è la celebre opera del lontano 1964 che forse più di ogni altra ha contribuito alla divulgazione e alla popolarità del minimalismo.
Sul palco lo stesso Terry Riley, al pianoforte, si è presentato con il figlio Gyan alla chitarra. Il concerto si è aperto con quattro brani dove la chitarra di Gyan è rimasta quasi sempre in evidenza, a tratti decisamente melodica, penalizzata da una certa inclinazione al tecnicismo leccato che si è spinto fino ad accenti jazz e fusion. Abbiamo però scoperto con grande piacere la voce setosa di Riley, che qua e là ha cantato, rivelando un timbro che a più di qualcuno, in sala, ha ricordato le voci di Robert Wyatt e Chet Baker. Ma questa era solo l’entrée (molto insapore).

Dopo l’intervallo siamo tutti in trepida attesa di In C, pronti a montare sul trenino pitagorico delle sue centinaia di cellule ritmiche. Tra il pubblico in sala c’è pure una sorpresa: il Presidente dell’INPS, Tito Boeri. Oltre a Terry e Gyan, salgono sul palco Sebastiano De Gennaro alla marimba, il chitarrista Amedeo Pace (Blonde Redhead), il maliano Lansiné Kouyaté (balafon e percussioni) e Moussa Sanou (kora) del Burkina Faso.

Di In C esistono decine e decine di versioni, anche in virtù della partitura aperta e ‘democratica’, interamente contenuta su un unico foglietto in cui si possono leggere 53 minuscoli pattern melodici, numerati, di durata variabile e da ripetere. Tutti i musicisti –di un ensemble dal numero altrettanto variabile– devono osservare quella stessa partitura, ma sono liberi di iniziare a suonare quando preferiscono, di passare ai successivi in ogni momento e di ripeterli a piacere. “L’unica cosa che non si può fare”, come spiega Federico Capitoni in In C, opera aperta, «è tornare indietro. Questo è tutto. Si tratta di un pezzo rivoluzionario che mescola scrittura e improvvisazione, controllo e libertà».

Nello stesso libro Capitoni ricorda come la composizione di Riley, a differenza di altri grandi prime di suoi illustri colleghi, venne accolta in modo assolutamente positivo, anzi: sbalordito. Alfred Frankenstein, critico del San Francisco Chronicle, dopo aver assistito alla prima commentò con un entusiasta: «Musica come nessun’altra sulla terra».
La versione portata in Triennale viene dall’album In C Mali, pubblicato l’anno scorso per Transgressive Records nell’ambito del progetto Africa Express curato da Damon Albarn. Peccato però che ieri sera In C non sia quasi mai apparso. Chi è venuto per immergersi nel flusso policromo della reiterazione, per vivere un’ora o più di rapimento, di stordimento ritmico, è stato purtroppo deluso e si è ritrovato di fronte a un’esibizione scialba, che purtroppo non è mai partita, con un Amedeo Pace assente e fastidiose digressioni quasi world music. Lo stesso Do alto, dall’effetto contundente, di solito suonato come un martelletto dall’inizio alla fine del brano, non si è quasi mai manifestato.

Naturalmente non era la prima volta che Riley suonava in Italia. Come raccontato in Superonda. Storia segreta della musica italiana (un libro che la RAI, magari, dovrebbe trasformare in un ciclo di documentari, mettendo a disposizione i suoi archivi), Riley frequentò molto l’Italia tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, in particolare Roma e Trastevere. In Superonda c’è anche una bella esternazione di Franco Battiato: «Studiai Cage, Stockhausen, anche Pierre Boulez. Però vedi… Boulez mi fa sempre pensare a una scena che vidi in un pornoshop in Germania, un tizio col pisello mezzo moscio che faceva su e giù su una poveraccia. Invece Steve Reich, Terry Riley, Philip Glass… be’, per me quelli erano un’altra cosa. Erano la mia cosa». Niente sesso tantrico in Triennale, ma non per questo di fronte a Terry Riley diremo “Che barba”.

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