Il live “supersonico” di Carl Brave X Franco 126

Si è chiuso ieri sera a Milano il tour della band romana, un successo di canzoni da gridare sottopalco a squarciagola, birra in mano, come ai tempi dei fratelli Gallagher.

Foto via Facebook


Dopo un anno quasi dall’uscita di Polaroid, primo e unico album di Carlo e Franco, fa strano – uno “strano” fico – vedere l’Alcatraz di Milano pieno zeppo per tre serate sold out di ragazze e ragazzi che sanno tutti quei pezzi (più una manciata di singoli buttati online dopo) a memoria.

Ma questa generale “presa bene” del pubblico non è la solita adesione generazionale ormai di mini-massa per certo pop italiano, la sociologia dell’hype non basta a raccontarcela su. Ieri sera c’era una luce particolare che dal palco illuminava la platea, e aveva più a che fare con la tradizione del rock che con le teorie sul millenials.

Quando ho visto i due cantanti, accompagnati da una vera band con due chitarre e una sezione fiati, scaldare gli infreddoliti fan in romanesco – daje regà– anticipando quasi ogni pezzo con un coro da stadio sulla rima più famosa della loro stessa canzone, quando sempre i due esercitavano la loro personalissima coolness dinoccolandosi con le birre – anzi le bire – in mano, ho avuto una specie di deja vù, tornando con la memoria a vent’anni fa circa, quando al Palalido di Milano arrivarono gli Oasis.

Sto parlando di due cose molto diverse, lo so, ma ieri sera magicamente unite da un’energia alcolica, scalda cuori e veracissima. Del resto la Manchester degli anni Novanta e la Roma di oggi hanno più di un punto in comune: non solo perché crazy for football (“Urlo tra i palazzi/la Roma avrà un fatto gol” cantano i nostri in Enjoy), ma anche per la presenza di una forte scena musicale che le rende di nuovo Capitali (il chiacchierato declino amministrativo romano pesa come pesò lo smantellamento della fabbrica mancuniana).

Se alla working class dei fratelli Gallagher erano rimasti solo il pub e lo stadio, il sesso/amore, la cumpa di amici e il rock, alla liquidissima middle class di Carl Brave e Franco 126 non rimane molto di diverso: le bire (ma sul palco rock di ieri girava pure una boccia di vodka) sono le stesse ma si comprano al bangla o all’aperitivo; l’amore e l’amicizia viaggiano più veloci e storti sui display degli smartphone; la musica serve anche a loro, come ai colleghi Oasis, per restituirci l’emozione del tutto, per rendere unico e straordinario pure un flirt morto con un WhatsApp.

Tra la pancia della trap e la testa dell’indie colto (?) di oggi, Carl Brave x Franco 126 fanno un grande pop de core con – in concerto – un’attitudine brit che non ci preoccupa di scomodare paragoni ingombranti. Anzi, aspettando la loro Wonderwall, ieri – chiacchierando con il compare di Rolling Zaghi – il pezzo finale Pellaria ci sembrava la loro Don’t look back in anger.

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