Il linguaggio creativo del Sónar | Rolling Stone Italia
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Il linguaggio creativo del Sónar

Come si fa a raccontare nel modo migliore l’interazione tra musica, creatività e tecnologia? Con un grande party lungo tre giorni

Siamo stati al Sónar, per tre giorni di musica. E di tutti i mondi vicini

Siamo stati al Sónar, per tre giorni di musica. E di tutti i mondi vicini

Musica, creatività & tecnologia. Quest’anno il Sónar ha messo le cose in chiaro.

Dopo ventidue edizioni, il festival di musica elettronica di Barcellona ha fatto un passo avanti. Del resto, le sue missioni le ha già portate a termine da tempo. Primo: contribuire a trasformare Barcellona in un brand e farla diventare una capitale della musica europea. Secondo: dimostrare in maniera definitiva che la musica è cultura facendola diventare il valore aggiunto di una società progressista e ben organizzata, basata sulla qualità di vita e i servizi al cittadino. Venerdì, a soli sei giorni dalla sua elezione, il nuovo sindaco Ada Colau si è presentata al Sónar de Dia, come del resto i suoi predecessori. Una bella lezione per le amministrazioni pubbliche italiane. Terzo: diventare una multinazionale dell’intrattenimento. Ormai il Sónar non si ferma più: dopo Barcellona c’è il Sudamerica con le tappe a San Paolo (24,28 novembre) e Buenos Aires (3 dicembre) e le nuove date a Santiago del Cile (5 dicembre) e Bogotà (7 dicembre) e poi il Nord Europa con Reykjavik (18, 19, 20 febbraio), Copenhagen (19 e 20 febbraio)e Stoccolma (26, 27 febbraio).

«Con questa edizione comincia una nuova storia» ha detto Ricard Robles, uno dei tre (gli altri sono Sergi Caballero ed Enric Palau) che nel 1993 si sono inventati un “Festival di musica avanzata e arte multimediale” per qualche migliaio di appassionati nel Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona, «Il Sónar è un evento a 360 gradi che vuole durare 365 giorni all’anno». I tre del Sónar hanno costruito un movimento culturale intorno ad un festival, lo hanno portato nel cuore della città al Macba, il museo d’arte contemporanea disegnato da Richard Meier e poi lo hanno trasformato in un evento live internazionale che quest’anno ha radunato 119.000 persone (7000 in più dell’anno scorso, più 20.000 collegati in streaming) provenienti da 104 paesi nel mondo. «Non è solo un festival di musica» si sente dire spesso al Sónar.

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I concerti sono stati 150, ma c’era anche il Sónar +D con le conferenze sulla trasformazione digitale dell’industria creativa (c’erano anche il padre del cyberpunk Bruce Sterling, il fondatore di Kickstarter Yancey Strickler e il Dj techno Carl Craig) e le installazioni multimediali del Sónar Planta, tra cui quella degli inglesi Universal Assembly Unit che hanno creato Datum Explorer, la prima scansione completa in digitale (compreso il rumore del vento e il movimento degli animali) di un bosco, il progetto Ghost in the Machine del collettivo Glasswork che ha immaginato di fotografare con uno scanner 3D l’anima delle persone o la scultura digitale RGB/CMY Kinetic che si muove sulla musica di Olafur Arnalds.

Divagazioni sul tema, forse troppo, ma i concetti chiave sono due. Primo: diamo a tutti i creativi digitali e ai giovani che li seguono lo spazio e il supporto che gli serve e vediamo cosa succede (seconda lezione per l’Italia: diamogli un’intera città, due location enormi come la Fira Montjuc per il Sónar de Dia e la Fira Gran Via per il Sónar de Noche, un impianto audio pazzesco e l’appoggio delle istituzioni, oltre agli autobus che funzionano tutta la notte per farli tornare a casa). Secondo: l’elettronica non è più solo la musica della festa ma è una chiave tecnologica e ultracondivisa per interpretare il presente. Non si accontenta più di intrattenere, ma vuole stravolgere ed inventare nuove forme di cultura pop. Il risultato, guarda caso, è spesso molto inquietante. Ma non esclude il resto, perché lo spazio per la cassa dritta, la condivisone del clubbin e i colori della disco, in fondo, c’è sempre.

E allora, cosa ha detto quest’anno il Sónar? Che ogni riflessione sul contemporaneo ha bisogno di una line-up enorme e molto diversificata. Al Sónar de Dia si sono visti sullo stesso palco il pioniere Arthur Baker (quello che se un disco non piaceva alla gente nei club di Boston nel 1976 lo spaccava e lo buttava in pista), il gruppo colombiano Bomba Estereo con il suo ritmo latino elettrificato e il surrealismo pop degli Hot Chip, e poi la band slovena Gramatik che fa ottimo electro-funk (da vedere), il dj set hip-hop dell’americano Nick Hook e la chiusura monumentale del tedesco Erick Schwartz con la sua via jazz alla techno.

Ad inquietare ci hanno pensato gli Autechre e soprattutto Squarepusher, incappucciato come sempre, che ha distribuito frequenze sonore oscure presentando anche il suo nuovo album Damogen Furies (il 26 giugno sarà a Roma al circolo Andrea Doria). E la cassa dritta? Quella è patrimonio della sala Sónar Dome curata da Redbull, che ha ospitato il miglior dj set classico di questa edizione, quello dell’inglese Floating Points, 24 anni da Manchester e tanta classe nella sua borsa di (rigorosamente) vinili. Stesso discorso al Sónar de Noche, sotto le casse di un impianto eccezionale. La cassa è nel Sónar Car (dove c’è l’ormai leggendario autoscontro) con i Dj spagnoli e tedeschi (tra cui Meneo e Roman Flugel), è nelle mani d’oro di Jamie XX degli XX e in quelle feroci di Dubfire e Laurent Garnier che ha chiuso il festival alle sette del mattino di domenica. Sui palchi principali Sónar Club e Sónar Pub ci sono invece il rap nell’era digitale e la popstar del futuro , ovvero A$ap Rocky e FKA Twigs, c’è il concerto-nostalgia dei Duran Duran che presentano il nuovo disco Paper Gods prodotto da Nile Rodgers, c’è la psichedelia di Flying Lotus e la malvagità adolescenziale di Skrillex che trita il pop in una macchina di suoni che ha solo lui e te lo risputa fuori deviato, con tanto di filmato irridente in loop di Beyoncè che balla in mutande sul balcone.

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Due cose dominano su tutto, ed è ancora il frutto del contrasto tra poesia e inquietudine. La prima è Roisin Murphy, bellissima e trasformista, che incanta con la sua eleganza facendo un’ora di disco-pop suonata tutta dal vivo. L’inquietudine invece sono i Die Antwoord e il loro mondo popolato di mostri, una rivendicazione dell’emarginazione e della diversità passata attraverso il filtro violento del Sudafrica e la voce da bambina horror (o da video di Aphex Twin) di Yolandi Visser, sensuale e spaventosa accanto a Ninja. Fanno uno spettacolo strepitoso, tra rap, industrial e techno (da vedere il 12 luglio al Kappa Futur Festival di Torino). Il finale è da brivido, Yolandi saluta e sibila: “Be happy! Bye bye” e non può essere più inquietante. E poi ci sono loro, i maestri Chemical Brothers con i visual creati da Adam Smith, il nuovo album Born in the Echoes e i classici di sempre, Hey Boy Hey Girl in apertura e Block Rockin Beats in chiusura. (saranno il 1 luglio a Padova e il 2 luglio a Roma). Elettronica di qualità e potenza superiore che diventa rock. Con i Chemical Brothers il cerchio si chiude: l’esperienza della musica dal vivo è sempre la cosa più importante. Ecco cosa ha detto il Sónar quest’anno: l’elettronica è un grande linguaggio creativo, ma soprattutto un modo splendido di tenere insieme le persone.

E quindi, come si fa a raccontare nel modo migliore l’interazione tra musica, creatività e tecnologia? Con un grande party. L’appuntamento è per il Sónar 2016, dal 16 al 18 giugno.