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Il giro del mondo in auto-tune con DJ /rupture

Jace Clayton è uno dei nomi di punta della rassegna Mash - Sonic Impact, che dall'1 al 3 dicembre porta a Milano artisti che esplorano le nuove geografie digitali. Parliamo di appropriazione culturale e dell'amore per l'auto-tune oltre ogni confine

DJ Rupture, foto di Max Lakner

DJ Rupture, foto di Max Lakner

Un ragazzo collega assieme tre giradischi e inizia a registrare un mixtape in cui incrociare tutti i generi musicali possibili: dal rap al reggae passando per il rock e i suoni delle periferie del mondo. Il tutto senza badare a licenze, diritti, autorizzazioni ma con l’unico obiettivo di fare qualcosa di notevole. Carica poi tutto online e aspetta. La risposta è incredibile: persone da ogni parte del mondo iniziano a scaricare e scambiarsi il suo lavoro, riviste importanti lo inseriscono tra i migliori dischi dell’anno anche se in effetti un vero disco non è, almeno non uno ufficiale. Una storia che abbiamo sentito molte volte ma che in questo caso però è successa prima di tante altre.

Correva l’anno 2001, quel ragazzo si chiama Jace Clayton, in arte DJ /rupture. Il mixtape che lo ha lanciato come uno degli sperimentatori più coraggiosi e visionari della musica elettronica era il suo Gold Teeth Thief e da allora il suo percorso non si è più fermato. Nel mezzo ci sono stati mixtape, remix, un programma radiofonico su WFMU, lo sviluppo di un software chiamato Sufi Plug Ins e soprattutto tante esplorazioni dei territori sonori meno conosciuti all’interno di quelle che ci ostiniamo a chiamare “periferie” del mondo. Storie ed esperienze musicali che Clayton ha da poco deciso di raccogliere in un libro intitolato Uproot – Travels in 21st Century Music and Digital Culture (Farrar, Straus and Giroux) in cui analizzare e riflettere sulle tante cose viste e ascoltate in questi ultimi 15 anni di frenetica attività attorno al mondo. Un testo importante scritto da un musicista che è anche uno studioso e dunque una delle poche figure in grado di decodificare il panorama complesso della musica moderna. Il tutto senza paura di ricorrere spesso a posizioni radicali.

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Il suo chiodo fisso è soprattutto uno: scoprire come il suono si muove attorno al mondo, in che modo le reti tecnologiche ne alternano la struttura e facilitano la circolazione. Quello del rapporto tra territori e musica è anche il tema di Mash – Sonic Impact, la rassegna che parte oggi a Milano e per tutto il weekend ospiterà in diverse location musicisti, pensatori e artisti da diversi continenti, cercando di dare un nuovo significato al concetto di autenticità in un panorama dove i generi si mescolano sempre più velocemente, soprattutto quelli provenienti da zone di conflitto. Lo stesso Dj/Rupture sarà tra i protagonisti con un Q&A oltre che un DJ set, e tra gli altri nomi in cartellone ci saranno il sound artist inglese Helm, il producer e batterista jazz austriaco Sixtus Preiss, l’artista visivo, fumettista e musicista libanese Mazen Kerbaj e gli italiani Turbojazz e Primitive Art.

Quando ci colleghiamo via skype per parlare del suo lavoro e del libro che ha appena pubblicato, Jace è nel suo appartamento di New York. Qualcuno lava i piatti in sottofondo e la risata con cui inaugura quasi ogni risposta è contagiosa. Uproot inizia con una delle sue prime trasferte come musicista a Cipro e continua in un vorticare di spostamenti attorno al mondo che attraversano soprattutto il Maghreb e il Messico. Qui indaga a fondo l’origine e lo sviluppo della Cumbia, nata in Colombia ma prosperata in tutto il Sudamerica, un vero e proprio genere “trans nazionale”. Un linguaggio musicale utilizzato dai migranti come metodo per rimanere in contatto con i propri cari oltre frontiera attraverso l’attività dei Sonideros. In qualche modo simili ai nostrani vocalist, sono dei veri e propri narratori che durante le serate musicali da una parte e l’altra del confine sono incaricati di rievocare storie e personaggi che spesso si è stati costretti a lasciarsi alle spalle.

Il tema della frontiera tra il Messico e gli USA è più attuale che mai, il libro uscito appena qualche settimana prima dell’elezione di Donald Trump non approfondisce come un prossimo probabile muro tra le due nazioni cambierà un così antico patrimonio musicale. La nostra conversazione dunque parte proprio da qui. “A un primo livello gli USA diventeranno letteralmente più isolati, sarà sempre più difficile per gli artisti stranieri avere una Visa per entrare nel paese ed esibirsi” ammette Jace con una punta di amarezza nella sua voce. “La situazione qui è davvero pazzesca soprattutto proprio a proposito riguardo la cumbia che è un genere transnazionale, strutture musicali come queste che creano connessioni tra persone distanti diventeranno ancora più importanti mano a mano che si costruiscono muri e che diventa più difficile per le persone viaggiare. Qui in America le persone sono depresse, ci si alza cercando un motivo per festeggiare, per stare insieme, è complicato”.

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Strano dover parlare di confini proprio oggi in cui la storia di un artista venuto dal nulla come Jace (per non parlare di tutti quelli da lui citati nel libro) è stata possibile proprio grazie alla libera circolazione di dati e informazioni online. Uno spazio a tutti gli effetti reale che però è sempre più distante dalle geografie disegnate dal dibattito politico di nuovo impegnato a tracciare confini e ridiscutere trattati economici. La musica però se ne frega e basta guardarsi attorno per rendersi conto che il suono non è mai stato così globale, che però potrebbe omologarsi. Una sorta di hipster-sound che non conosce confini geografici e che rischia di fagocitare tutto quello che lo circonda. “Anche io ho questa sensazione ed è proprio l’aspetto della questione che mi sta più a cuore. Cerco continuamente di spiegarmi cosa produca e diffonda questo suono globale: se la popolarità di un artista, se i software che si utilizzano per produrre musica o il modo di organizzare i tour. Ovviamente quello che mi interessa è provare a resistere a forze di questo tipo e cercare alternative”. Un problema secondo Rupture che non si limita alla musica ma parte proprio dagli strumenti che utilizziamo per fruirla ormai inseparabili delle stesse canzoni e dischi di cui discutiamo. “Pensa alle piattaforme che utilizziamo per l’ascolto: ormai le persone trovano la musica quasi esclusivamente su Facebook, YouTube, Spotify, sono solo una manciata di siti. Non sono solo preoccupato dal suono troppo omologato ma anche le piattaforme che ospitano questa musica si trasformano in un grande contenitore per cui diventa più difficile trovare quei suoni underground che non siano proposti da questo tipo di aziende”.

Per Jace il rapporto con i servizi di streaming, sempre più simili a cornucopie in cui è possibile trovare tutto in ogni momento, è fatto di amore e odio. “Sia gli artisti che i fan devono iniziare ad assumersi maggiori responsabilità su come si consuma la musica, dove la troviamo e come la supportano. Personalmente adoro scoprire musica nelle strade, in un ambiente dove è così libera. Bisognerebbe riuscire a trasportare questa attitudine anche nello spazio digitale. Riuscire ad avere lo stesso tipo di sorprese e casualità, aspettare meno quello che Spotify ha da offrirci e provare ad essere più proattivi, essere insomma meno consumatori e più partecipi”. Eppure questa della presa di coscienza degli utenti e degli artisti nei confronti di un sistema sempre più aggressivo potrebbe essere una partita persa in partenza. Proprio in Uproot lo stesso Rupture non risparmia critiche a colleghi e aziende colpevoli di mescolare le carte in tavola e appropriarsi di qualcosa che secondo lui dovrebbe rimanere pubblico e condiviso. Thurston Moore e i Sonic Youth che da paladini dell’underground finiscono per collaborare con un colosso come Starbucks affermando che è impossibile combattere il nemico da fuori perché ormai non esiste più un esterno dove rifugiarsi. Ma non solo: anche multinazionali come Red Bull che secondo Clayton si sostituiscono a quello che dovrebbe essere un’attività pubblica di preservazione di suoni e culture musicali che è ormai demandata a corporation internazionali. “Ci dobbiamo rendere conto che stiamo mettendo sempre più le scelte artistiche e di curatela dei festival nelle mani di queste strane aziende. Per esempio Red Bull spende tonnellate di soldi pagando giornalisti per scrivere articoli su musicisti sconosciuti ma quello che succede è che si ha questo enorme archivio che è in possesso di questa azienda di bibite a cui non importa davvero di contenuti del genere. La speranza è che artisti e fan realizzino che il fatto che l’eredità e la memoria di generi musicali finisca nelle mani di aziende private è una cosa strana. Credo che questo faccia parte di una più ampia discussione su come vengono gestiti i nostri dati personali e i nostri diritti online. Come preserveremo le cose a cui teniamo online? Non c’è una risposta facile”.

Quello della corretta gestione dei contenuti non è un problema che appartiene solo alle multinazionali del marketing ma tocca anche la stessa industria discografica. In Uproot si parla anche del caso di Omar Souleyman, cantante siriano che da illustre sconosciuto performer di matrimoni locali ha visto un’improvvisa esplosione di popolarità in occidente fino a collaborare con Bjork ed esibirsi nei principali festival europei. Un esempio, secondo Clayton, di come si concentri strumentalmente gli interessi di una platea nei confronti di un singolo nome piuttosto che di una scena ben più ricca, una sorta di appropriazione o dirottamento culturale di un movimento musicale che si riduce a fenomeno da baraccone per spettatori alla ricerca dell’esotismo. Quale può essere allora la soluzione ad uno scenario in cui le frontiere sembrano non essere mai abbastanza aperte: “Oggi ci sono due parole che usiamo molto in America: la prima è diversity cioè che si dovrebbe essere sempre più diversi, avere voci diverse, gente diversa e diversity per me non è più una parola utile. Preferisco parlare di inclusivity: non si tratta di assorbire suoni diversi ma di condividere qualcosa con la gente. Una line up di festival definita diversa avrà musicisti da tutto il mondo ma una che sia inclusiva avrà persone da tutto il mondo che decideranno chi suonerà. Non c’è più questa idea di attraversare la diversità ma di renderla partecipe della stessa struttura che prende le decisioni e non soltanto di farli arrivare su un palco. L’appropriazione culturale c’è quindi quando c’è un rapporto di potere sbagliato tra le parti, quando una sfrutta l’altra”.

Uno dei racconti più avvincenti fatti da Rupture in Uproot è quello che lo vede sulle tracce dell’auto-tune, celeberrimo software per la correzione delle tracce vocali nelle registrazioni discografiche. Reso popolare dalla hit mondiale Believe di Cher, che decise di applicarlo pesantemente alla sua voce contro il parere dei discografici, è diventato col tempo un vero e proprio segno distintivo della musica berbera. Un programma nato per correggere le note stonate nella musica occidentale produce un effetto totalmente diverso quando viene applicata ai melismi della produzione marocchina. Non essendo in grado di riconoscere i cambi di tono, il programma trasforma la voce dei cantanti in maniere imprevedibili, un risultato che il pubblico berbero sembra adorare. Una ibridazione tra uomo e macchina che parte dal pop internazionale, arriva in Africa e torna di rimbalzo nella musica elettronica di ricerca internazionale per poi finire nell’hip hop commerciale. Dai tormentoni di un artista come T-Pain ad un concept album come 808 & Heartbreak di Kanye West si basato sull’utilizzo dell’auto-tune. Una pratica diffusissima anche nelle nuove leve della trap italiana, disprezzata dai puristi della musica tradizionale del bel canto. Perché proprio ora che “vale tutto” e i generi musicali hanno perso parte del loro significato originale assistiamo a questo purismo di ritorno? Ci risponde rupture: “Conosco tutti questi giovani ragazzi di 23 anni che comprano solo dischi in vinile, e gli chiedo sempre: ma siete matti? Cosa state facendo? Non posso fare a meno di pensare che la nostra identità musicale è profondamente legata alla nostra identità personale. Il fatto che comprino solo dischi in vinile ci dice qualcosa su chi desiderano veramente essere. La stessa cosa vale per chi ama l’hip hop di una volta e pensa che dovrebbe essere ancora tutto così. Alla fine si tratta di una risposta a questa abbondanza di scelte: dato che ci sono troppe possibilità, meglio decidere di ascoltare solo questi 17 dischi che sono reputati validi. Fa davvero paura avere davanti una scelta così ampia: da dove iniziare e perché?”.

L’ultimissima stoccata la riserviamo però allo stesso Clayton che pur avendo le idee chiarissime su molte cose e professando una totale apertura al digitale ha deciso di riversare queste sue riflessioni in un formato decisamente antico come quello di un tradizionale libro di carta. “Ho scritto un libro perché avevo molte cosa da dire” risponde ridendo e aggiunge “Il libro è l’esempio di una tecnologia che è stata di grande successo per molti secoli, è come fosse la realtà virtuale originale oltre che facile da condividere. Dato che i libri esistono in una zona temporale diversa da quella dei post nei social o dagli articoli su internet questo mi ha permesso di dire cose sul presente da una posizione differente. Penso che il libro sia una tecnologia che si muove più lentamente della maggior parte dei media che consumiamo. La stessa cosa succede per i dischi: la testardaggine del supporto fisico a volte può essere una cosa favolosa”.

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