Il diavolo veste indie: perché si sta parlando di Pitchfork | Rolling Stone Italia
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Il diavolo veste indie: perché si sta parlando di Pitchfork

È la fine del sito musicale americano? Anna Wintour ha annunciato molti licenziamenti. Quel che rimane della redazione sarà inglobato da GQ. Il dibattito: le multinazionali, gli indipendenti, la critica, il pubblico maschile e femminile, l’amarezza di musicisti e giornalisti

Il diavolo veste indie: perché si sta parlando di Pitchfork

L’annuncio contenuto in una e-mail di Anna Wintour sta facendo parlare il mondo della musica e del giornalismo musicale americano, e non solo. La direttrice di Vogue, qui nel ruolo di Global Chief Content Officer del colosso Condé Nast, dal 2015 proprietario di Pitchfork, annuncia lo smembramento della redazione del sito musicale. Ovvero: licenziamenti e passaggio dei redattori sotto il controllo di GQ.

La decisione, scrive Wintour, «è stata presa dopo una valutazione attenta della performance di Pitchfork e di quello che pensiamo sia il miglior percorso da seguire per il brand, in modo che l’azienda possa continuare a coprire la musica». Sia Pitchfork che GQ «hanno un modo peculiare e prezioso di fare giornalismo musicale e siamo entusiasti delle nuove possibilità insieme».

Foto: dall’account X @maxwelltani

Non tutti sono altrettanto entusiasti. La notizia infatti non interessa solo il mondo editoriale statunitense. Lanciata nel 1996, quando pochissimi puntavano sull’online, negli anni Duemila Pitchfork è diventata la testata-simbolo a livello globale del giornalismo musicale attento alle scene alternative. Ecco perché l’acquisto da parte di Condé Nast a metà anni ’10 era stato criticato: Pitchfork sarebbe rimasta una voce indipendente una volta acquisita da un editore enorme come quello?

È una domanda che è tornata dopo la diffusione sui social della lettera di Wintour. Non si sa che cosa sarà di Pitchfork e la stessa Wintour annuncia riunioni in cui verrà discusso il futuro della testata. Su X, molti la danno per morta: la fine insomma di un modello di editoria musicale che arriva a un pubblico vasta pur essendo fatta anche per dare risalto agli artisti indipendenti. Ed è una fine che arriva dopo la morte di molte testate cartacee e il cambiamento nel modello di giornalismo musicale, forse addirittura il suo tramonto in un mondo in cui la nuova musica viene scoperta tramite gli algoritmi di Spotify e i trend su TikTok.

Secondo uno dei licenziati, Matthew Ismael Ruiz, il provvedimento interessa metà della redazione. Oltre alla solidarietà per i giornalisti, che uno ad uno hanno twittato le loro considerazioni ringraziando la testata per aver dato loro una “voce”, un altro tema attorno a cui si sta discutendo è relativo all’inglobamento nella redazione di GQ, un giornale (il nome è l’acronimo di Gentlemen’s Quarterly) fatto per un certo tipo di pubblico maschile. Se è questo il target a cui si mira, se anche qualcosa di Pitchfork sopravvivesse, si teme che quel qualcosa sia destinato ad essere snaturato.

Il tono dei commenti oscilla tra la rabbia, la tristezza e il rimpianto, anche dell’ampiezza inusuale dei generi trattata da Pitchfork. Per Amanda Petrusich, una delle giornaliste musicali più stimate negli Stati Uniti che ha scritto sul sito e che oggi è al New Yorker, la decisione di Condé Nast potrebbe rappresentare addirittura la campana a morto per il formato della recensione dei dischi. Recensioni che hanno sempre rappresentato uno dei punti di forza di Pitchfork, non senza polemiche visti i voti assegnati (vedi questo articolo su un’operazione di “correzione” fatta poco più di due anni fa).

Anche chi si è visto affibbiare uno 0,2 (su 10) per il proprio album, come il produttore Dan Le Sac, scrive su X che «il fatto che Pitchfork sia stato smembrato è un fatto negativo per i musicisti di tutto il mondo. E lo dico da orgoglioso titolare di quello che (potenzialmente) è il voto più basso del sito» (in realtà, NYC Ghosts & Flowers dei Sonic Youth ha ricevuto uno zero, altro che il 2 dato a Rush! dei Måneskin).

Tra i tanti si è espresso anche Simon Reynolds, uno dei massimi critici musicali viventi. Anche per lui è un giorno triste per il giornalismo musicale.

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