Il corpo svelato di Noemi: di tette e di lune

Noemi ha messo il suo corpo in scena come poche altre cantanti italiane, almeno poche cantanti giovani. Ne ha fatto uno strumento, proprio al pari della voce.

logo Michele Monina

Il corpo svelato di Noemi.
Bene.
Prendiamola larga.
Partiamo da qui. La voce calda, i capelli rossi, la risata contagiosa, l’aria di chi ama farsi i fatti propri, nel senso di non farsi troppo influenzare da chi le sta intorno, la voce calda.

Ecco, dovessimo pensare alle cinque parole da inserire in una carta del gioco da tavolo Taboo da riferire a Noemi, quelle cinque parole che non si possono dire perché se no tutti capiscono di chi stiamo parlando, mi verrebbe da dire queste cinque parole. E lo so che due definizioni coincidono, la prima e l’ultima, ma in fondo Noemi è prevalentemente la sua voce calda, dalle venature blues, si dice in questi casi, non nascondiamoci dietro un dito.

La voce ancor prima delle canzoni, non perché le belle canzoni non le abbia cantate, in questi nove anni di vita professionale, e si intenda per vita professionale quella cominciata a ridosso della sua partecipazione alla seconda edizione di X Factor, della quale fu indiscussa vincitrice morale, seppur non insignita della vittoria reale, capitata a tal Matteo Becucci. L’ultima canzone, l’ultima di un certo rilievo, è Non smettere mai di cercarmi, presentata sul palco dell’Ariston alla sessantottesima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo, diretto da Claudio Baglioni. Una canzone che le ha dato modo, ce ne fosse bisogno, di mettere in mostra proprio quella sua voce graffiante, scura, una canzone infatti con un ritornello che proprio per mettere in mostra quella voce sembra sia stata scritta.

No. Non va bene. Non siamo qui per parlare di Sanremo, e neanche di Non smettere mai di cercarmi, anche se in qualche modo il Festival farà irruzione in questo articolo. Proviamo a parlare dell’ultimo album di Noemi, La luna, e di altro. Prevalentemente di altro. I titoli non si trovano lì per caso.

La luna è un album che prova, con ottimi risultati, a mettere insieme un paio delle anime di Noemi, una che, si guardi solo il taglio di capelli con cui si è presentata al Festival nelle sue cinque partecipazioni, sicuramente di anime ne ha parecchie. Le due anime in questione sono anime sonore, il che per un musicista è come dire l’essenza.

Da una parte c’è l’anima blues, quella che ama i suoni acustici, quelli che provengono dal legno, soprattutto, i suoni e le note che guardano verso il basso, dall’altra quella contemporanea, quindi elettronica, una maniera di fare il pop che fa i conti con l’oggi, con le macchine.

Due anime che, nel corso di circa un decennio, si sono rincorse negli album che Noemi ha pubblicato, a volte guardando più a un mondo, a volte più all’altro. Oggi arriva La luna, e viene da dire che Noemi sta mettendo a fuoco il suo mondo, sempre che non l’abbia già fatto. Si lasci momentaneamente da parte il brano sanremese, adatto allo scopo di far sentire agli spettatori le capacità di Noemi, certo, e al tempo stesso capace di veicolare un sentimento preciso, ma brano minore rispetto alle due canzoni che andremo a prendere ora in considerazione. Si lasci momentaneamente da parte il brano sanremese, quindi, e si prendano La luna storta e Porcellana. A sentire queste due canzoni, nell’ordine che si vuole, si assiste a un’epifania: davanti ai nostri occhi si palesa un’artista fatta e finita, un’artista che ha due anime e che è riuscita, almeno stavolta, a metterle in mostra senza filtri, è riuscita a metterle e a mettersi a nudo.

La luna storta è una canzone che gioca sul blues, sui bassi, appunto, una canzone sporca, nell’incedere come nel porsi, che sarebbe potuta essere parte del repertorio di Loredana Bertè nei suoi anni d’oro se mai Tricarico, che con Noemi l’ha scritta, fosse stato attivo come autore all’epoca. E del resto è quello un riferimento che non possiamo non avere sotto gli occhi pensando a Noemi oggi, poi vedremo anche per quale altro motivo, Loredana Bertè.
Porcellana è un brano in cui i suoni sintetici accompagnano una melodia altrettanto sporca, a suo modo classica.
L’una più storta, l’altra più dritta, ma due canzoni che insieme ci mostrano due facce della stessa luna, figura che da millenni incarna la femminilità, mica a caso, Noemi appunto.

E siccome stavolta la ciambella doveva riuscire col buco, ecco che nell’album è presente un brano che queste due canzoni sintetizza, e che quindi riesce a far toccare le due anime di Noemi, perfetta sintesi di quanto fatto fin qui. Si tratta, in realtà, di una cover rivista di un brano dei La Rua, I miei rimedi, scritto in compagnia di Dario Faini e Roberto Casalino, qui prodotto come il resto dei brani da Diego Calvetti. La versione proposta da Noemi è decisamente più riuscita e con un testo lievemente modificato. Nel brano dei La Rua, meno incisivo sia nell’incedere che nell’attitudine del canto, era presente un chiaro riferimento sessuale, una semplice frase in cui si parla di “quando togli i pantaloni per far sesso”, divenuto un più rassicurante “Quando pensi che ti sia tutto concesso”. Eppure, nel nono brano in scaletta, Bye Bye, Noemi parla a un lui in maniera decisamente disinibita, quando gli dice “Arrivi tu/ che non ti accorgi neanche quando vado giù”, ricordando I Oughta Know di Alanis Morrissette, per proseguire poi con un neanche troppo misterioso “L’unica cosa che adesso ho da dirti è bye bye/ spengo la luce che ho di meglio da fare, bye bye”. Del resto il flirtare con un genere come il blues non può che comportare un rapporto diretto con il sesso, o quantomeno anche con la sessualità. Cantare blues significa ingaggiare un corpo a corpo con la musica, si parla di sudore, di umori, di contatto fisico, mica solo di lacrime e sospiri. Così è oltreoceano, e si fatica a capire perché così non sia sempre anche da noi.

«Il problema è che da noi si corre il rischio di essere giudicate», mi dice Noemi, interpellata a riguardo «proprio a partire dalle donne, che sono sempre le prime a puntare il dito. Allora una si fa le paranoie, e preferisce non affrontare proprio la faccenda». La domanda era stata esplicita: perché nelle canzoni italiane è assente il sesso, manco sotto il vestito aveste la calotta di plastica come Barbie? «La frase del brano dei La Rua, in effetti, l’ho voluta togliere proprio io, perché mi sembrava troppo esplicita. Forse sono proprio io la prima a censurarmi…»

E dire che Noemi ha messo il suo corpo in scena come poche altre cantanti italiane, almeno poche cantanti giovani. Ne ha fatto uno strumento, proprio al pari della voce, che in effetti è la parte del corpo che noi umani utilizziamo per fare musica in assenza di strumenti.

Lo ha fatto, per dire, nel brano che Vasco e Gaetano Curreri le hanno regalato, quel Vuoto a perdere che affronta in maniera decisamente diretta il tema dell’invecchiamento, cioè quel preciso momento in cui il corpo, femminile nel caso specifico, perde quella che per i canoni moderni è la perfezione. Una scelta coraggiosa, tanto più perché messa in bocca a una ragazza, e non, per dire, a una donna matura, che so?, una Fiorella Mannoia, che invece recentemente tende più a affrontare tematiche care agli adolescenti. E non paga di aver cantato l’imperfezione, o meglio, la bellezza dell’imperfezione e della presa di coscienza del nostro essere imperfetti, Noemi ha deciso di andare oltre, e di mettere in mostra il proprio corpo con quella libertà che, in genere, è preclusa alle artiste di casa nostra. Chiaro, un tempo Loredana Bertè poteva apparire nuda in copertina su Playboy o nel video di Acqua e nessuno avrebbe battuto ciglio, ma erano altri tempi, ma oggi la faccenda sembra diversa.

«La mia generazione è stata fregata da quelle precedenti. Prima ci sono stati gli anni Settanta, di grandi libertà. Poi gli anni Ottanta, ancora più liberi. A noi è toccato questa forma di bigottismo. O punti sulle canzoni, o sull’aspetto, ma se ti mostri in qualche modo sembra che tu stia minando la tua credibilità».
Questo in teoria.
Rewind.

Palco dell’Ariston, il luogo in apparenza meno deputato alle rivoluzioni. Noemi si presenta in scena con un vestito particolarmente scollato, sicura, per dirla con parole sue, di un seno non certo prorompente. E proprio per questa sua sicurezza Noemi incautamente si inchina mostrando quel che la scollatura provava a nascondere, in Eurovisione, e in una delle edizioni più seguite di sempre. Signore e signori, ecco le tette di Noemi.

Un gesto naturale, perché in fondo il corpo è la cosa di più naturale che abbiamo, più semplice da comunicare di un sentimento, perché sotto gli occhi di tutti, e perché presente in tutti gli esseri umani, ma decisamente meno raccontato nelle canzoni.
Evviva Noemi e la sua naturalezza. Evviva il corpo svelato di Noemi.
Chiaramente la cosa non passa inosservata. Anzi.

«Vedi, il giorno dopo che ho mostrato le tette, tutti parlavano di quel fatto, nessuno della canzone, quindi forse è per questo che tendiamo a tenere la sessualità repressa, perché o si parla di canzoni o si parla e si mostra altro. Certo che siamo davvero indietro, eh…»

E sì, siamo davvero indietro, perché le tette di Noemi non hanno certo sminuito il suo passaggio musicale al Festival. Né hanno reso le canzoni del suo album La Luna meno potenti. Porcellana, canzone che non è stata portata al Festival perché conteneva la parola “puttana”, ci ha detto Noemi, rimane una potenziale hit che non deve far altro che arrivare alle radio, così come La luna storta rimane, al pari delle passate Sono solo parole, L’amore si odia o Idealista, per lei scritta da un Ivano Fossati ormai ritiratosi dalle scene, un classico contemporaneo.

Noemi è queste canzoni, certo, è quella che ha duettato al Festival con Paola Turci, lei al piano, la collega alla chitarra, in una versione moderna di Wendy and Lisa, ma è anche le tette mostrate involontariamente durante un inchino. Una voce calda, certo, una risata contagiosa, ma anche un corpo che cresce e che sta lì, mica è sempre necessario nasconderlo. Neanche mostrarlo, chiaro, ma e che cazzo, potrà pur essere lei a decidere cosa fare, come e quando vuole. «Sai che non ci avevo mai pensato, a questa faccenda della sessualità nelle canzoni? Adesso mi toccherà ragionarci su», dice Noemi a riguardo, «dovrò scrivere una canzone sulle chiappe e comparire in un video completamente nuda», ride, «Ma voglio che sia una canzone in cui i bassi tornano a farsi sentire potenti, come nei dischi di Kendrick Lamar, moderni ma che non si sono fatti fregare da questa smania di dover assecondare il fatto che le canzoni si ascoltano ormai più spesso in streaming che con lo stereo».

Io me lo sono segnato, Noemi. E ormai è chiaro, dovessero mai metterti nelle carte del Taboo, le cinque parole da non dire sarebbero: La voce calda, i capelli rossi, la risata contagiosa, l’aria di chi ama farsi i fatti propri, nel senso di non farsi troppo influenzare da chi le sta intorno, le tette.

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