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Il concerto di Peter Gabriel a Torino

Il cantante inglese inizia in punta di piedi, ma sale fino a prendere il volo. L'attrezzatura sembra ingombrante, ma serve a dare un effetto memorabile
Peter Gabriel, 64 anni, ex Genesis

Peter Gabriel, 64 anni, ex Genesis

C’era coda ai cancelli fin dalle 17.30 per il primo dei due concerti italiani di Peter Gabriel, al Pala Alpitour di Torino. A riempirlo praticamente tutto erano migliaia di ragazzi cresciuti coi Genesis, e ora coi capelli grigi. Un affetto e una venerazione per un monumento del rock pop.
Di Peter Gabriel, oltre all’ispirazione, il genio creativo musicale ed estetico, resta una caratteristica sopra le altre nell’immaginario di tutti gli appassionati di musica: la voce. Un timbro difficilmente confondibile e un’emissione cristallina in tutta l’estensione.

Ecco, quello che spiazza nel sentire Peter Gabriel oggi (o almeno, oggi a Torino) è proprio la voce. Cambiata, con una pasta più densa (perlomeno rispetto al ricordo impresso nei dischi). Il timbro è inequivocabilmente lo stesso, ma è una voce che gli resta più in gola. Forse un affaticamento causato dalle tante date che si succedono serrate nel tour, o forse, più semplicemente, l’età che avanza per tutti. Ci mette un po’ a scaldarsi, e a volte inciampa, ma alla fine Gabriel vola alto. E soprattutto emoziona ancora.

 

Il concerto è diviso in tre parti: antipasto, piatto forte e dessert, come spiega lo stesso Gabriel in italiano. L’inizio è quasi intimo e un po’ austero, con semplici luci bianche e fisse, Peter Gabriel è seduto al piano. Al terzo pezzo propone Shock the Monkey, in un arrangiamento quasi acustico, il pubblico si fa sentire, come farà con tutte le canzoni più conosciute.

Al quinto brano finalmente Peter si alza dal piano, e gradualmente tutto lo show acquisisce spettacolarità mantenendo però sempre un’estetica molto pulita. I visual riprendono le immagini dei musicisti non semplicemente per farli vedere a chi è distante; e tuttavia la performance musicale non deve nemmeno sottostare ai tempi di video già preparati. Le immagini della band si mischiano alle luci dello sfondo, in alcuni pezzi vengono modificate e distorte, in altri colpisce l’uso di telecamere che forniscono dettagli inusuali e ravvicinati dei musicisti, con una sorta di effetto webcam nascosta.

Ma quello che probabilmente rimarrà di più nel ricordo del pubblico sono le cinque grandi “giraffe” che circondano il palco muovendosi intorno a musicisti su dei binari. Se all’inizio potevano sembrare attrezzature luci stranamente ingombranti si rivelano poi coprotagoniste, una sorta di macchine zoomorfe che si muovono con aria al tempo stesso minacciosa e gentili intorno a Gabriel, scrutandolo da molto vicino attraverso le telecamere montate accanto ai tre fari che le sovrastano. Il cantante a un certo punto lotta quasi per non esserne sopraffatto. L’effetto è sicuramente suggestivo.

Il trailer del dvd live Back to Front:

La seconda parte del concerto, più energica, vede una breve carrellata di successi, fra cui Solsbury Hill e la toccante Why Don’t You Show Yourself, proposta lo scorso anno per la prima volta, nell’ambito di questo lungo tour commemorativo dei 25 anni dell’album So. E proprio a questo punto parte la terza parte del concerto, la riproposizione integrale di quel disco con la formazione originale, fra cui il più acclamato dal pubblico è il leggendario bassista Tony Levin (già al fianco di King Crimson, Yes, Pink Floyd, Dire Straits, John Lennon, David Bowie, Paul Simon).

In questo “dessert” un brano toccante come Don’t Give Up vede la corista all’altezza di un compito gravoso come confrontarsi con il ricordo della voce di Kate Bush. E forse corista risulta a questo punto riduttivo per la cantante svedese Jennie Abrahamson. Mercy Street è interamente cantata da Peter Gabriel sdraiato e ad occhi chiusi, mente le telecamere lo scrutano in ogni dettaglio.

Al bis è riservata l’unica “trovata” scenografica che ricorda un po’ i tempi dei Genesis, quando un disco bianco scende dall’alto e poi avvolge Gabriel in una spirale che lo risucchia. Il tutto però dura meno di un minuto. Il finale è con Biko, che Gabriel, in italiano, dedica ai 43 studenti barbaramente uccisi in Messico. Il pubblico è totalmente partecipe e diventa il protagonista, con i musicisti che se ne vanno lasciando solo il batterista Manu Katché a tenere il tempo per la folla che continua a lungo scandendo il nome dell’attivista sudafricano anti-apartheid ucciso in carcere nel 1977.

Le luci si accendono e i roadies si mettono subito all’opera per smontare il grande palco alla volta di Bologna. Alle migliaia di spettatori accorsi a Torino resta il ricordo di una serata emozionante, che volendo può essere rivissuta a casa. Ogni concerto di questo lungo tour viene infatti registrato e dopo una trentina di giorni è disponibile in doppio cd tramite sito di Peter Gabriel.

 

Ecco la scaletta completa.

Unplugged:
Daddy long legs
Come Talk To Me
Shock The Monkey
Family Snapshot
Digging In The Dirt
Secret World
The Family And The Fishing Net
No Self Control
Solsbury Hill
Why Don’t You Show Yourself?

Red Rain
Sledgehammer
Don’t Give Up
That Voice Again
Mercy Street
Big Time
We Do What We’re Told (Milgram’s 37)
This Is The Picture (Excellent Birds)
In Your Eyes

The Tower That Ate People
Biko

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