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Il concerto dei Cymbals Eat Guitars a Milano

I quattro newyorkesi dal vivo sono sorprendenti. Più maleducati, ma sempre ipnotici e travolgenti. Li abbiamo visti al Circolo Magnolia e ci mancano già

Il nome dei Cymbals Eat Guitars è una citazione di Lou Reed. È quello che aveva detto per descrivere il sound dei Velvet Underground (foto: Arianna Carotta)

Il nome dei Cymbals Eat Guitars è una citazione di Lou Reed. È quello che aveva detto per descrivere il sound dei Velvet Underground (foto: Arianna Carotta)

Se il frontman dei Cymbals Eat Guitars fosse un attore gli offrirebbero solo ruoli da delinquente comune dell’est o intermediario della mafia russa. E invece avreste dovuto vederlo, sul palco del Circolo Magnolia di Milano, giovedì sera: schitarrava rabbioso e urlava con l’insistenza ossessiva del punk.

Come se invece, attorno a lui, non ci fossero suoni di tastiere ariosi e soluzioni ritmiche che spesso, più che al punk rock, assomigliano a quelle delle canzoni da alta classifica. È lo stano equilibrio di questi quattro newyorkesi – che, lo avrete capito, dal vivo sono molto meno educati che su disco.

Cymbals Eat Guitars

Joe D’Agostino sul palco preferisce le urla agli acuti. Se deve suonare un assolo, lo fa come se avesse preso una scossa elettrica. Ne fa le spese una corda, che cambia a tempo di record, seduto in mezzo al palco, mentre il bassista, Matt Whipple, chiede se per caso qualcuno ha una bella barzelletta da raccontare.

Whipple ha uno stile tutto suo – capita di rado di vedere un fermacorde usato su un basso, come fa lui in Place Names – ma è molto efficace. Tiene sempre alto il tiro. A creare l’onda sonora ci pensa Brian Hamilton, coi suoi due synth sporcati da una catena di pedali analogici artigianali.

I Cymbals Eat Guitars suonano molto materiale da LOSE, uno degli album più belli dell’ultima estate (per chi ama i suoni shoegaze). Ma finiscono con un vecchio singolo …And The Hazy Sea. Potete riascoltarlo qui:

 

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