I primi 40 anni di ‘The Man-Machine’

La recensione originale del capolavoro dei Kraftwerk, pubblicata da Rolling Stone nel 1978

Dopo circa tre minuti di ascolto di The Man Machine, un album che alimenta fedelmente la passione dei Kraftwerk per torture squisite, la band ha scientificamente estratto tutto il sangue dell’ascoltatore per rimpiazzarlo con del Lysol.

Con tutti quei giocattoli avveniristici – tastiere sintetiche, voci sintetiche, percussioni sintetiche – i Kraftwerk danno vita a un sono così asettico da uccidere qualsiasi forma di batterio. Non solo, la band non è mai stata così concettualmente testarda – anche la sognante Neon Lights è tenuta sotto controllo dall’ostinato delle percussioni – ma, per fortuna, la musica ne guadagna in potenza e incisività.

Ascoltare The Man Machine è come ascoltare il telegrafo: melodie essenziali e contromelodie ripetute all’infinito. Poi i testi, curiosamente triviali, spesso cantati con il tono monocorde di un annuncio computerizzato. Comunque, nonostante la ripetitività, le composizioni sono ultraterrene, e stranamente piacevoli. Sarà per l’audacia dei Kraftwerk, ma l’effetto complessivo è spaventoso e divertente allo stesso tempo.

Così come Trans-Europe Express, nel nuovo album aleggia un’ambiguità enorme quanto lo charme della band che l’ha composto. Qualcuno potrebbe pensare che i Kraftwerk venerino le loro macchine – l’opposto di Brian Eno, che nel suo geniale Before and after Science ne esplora solo le possibilità -, ma in realtà sono degli umanisti convinti. La loro musica documenta il futuro che ci aspetta, un tempo senza emozioni se ci limitiamo a inseguire “l’innovazione”. Forse.

Nel frattempo la band continua a suonare la parodia di noi poveri mortali: così è il brano di chiusura, una satira delle masse da discoteca. “You can hear them say / She’s looking good / For beauty we will pay”.

Che strana noia è questa? Ti fa sentire così bene quando inizia, ti fa sentire così bene quando finisce.

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