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I migliori album degli anni Novanta, dal 20 al numero 1

L'ultima parte della classifica di Rolling Stone America dei migliori dischi del decennio che ha cambiato la musica, dalla 20° alla prima posizione

20. LIZ PHAIR
Exile in Guyville
Matador, 1993

Il cambiamento è arrivato, per dirla con le immortali parole di Mick Jagger in Under My Thumb. Liz Phair ha preso l’indie rock in pugno con questo disco in cui spara battute, volgarità, confessioni e strofe da ricordare. Può farti ridere e spezzarti il cuore nella stessa canzone, essere intima e personale senza mai svelare davvero alcun segreto, e canta delle melodie che ti girano in testa per tutta l’estate. Fuck and Run è la sua più grande hit, ma Exile in Guyville è una sequenza di canzoni perfette una dietro l’altra: il brivido acustico di Glory, la lucentezza di Never Said e il fruscio barcollante di Stratford-on-Guy.

19. RED HOT CHILI PEPPERS
Blood Sugar Sex Magik
Warner Bros., 1991

Ci vogliono sette anni, quattro album e un bel po’ di casini personali ai Red Hot per perfezionare la schizofrenia saporita di Blood Sugar Sex Magik, il colpo da quattro milioni di copie della band di Los Angeles. Prodotto da Rick Rubin con un tocco alla James Brown sull’influenza di Led Zeppelin II, è un album che rimbalza avanti e indietro tra la precisione e la spavalderia di Give It Away e Suck My Kiss e il dolore della hit da top 10 di Anthony Kiedis, il blues da drogati di Under the Bridge. Il contrasto tra gli estremi non solo cattura perfettamente gli alti e bassi della vita in una città costruita sulle illusioni, ma anche la battaglia personale della band contro i propri peggiori eccessi. Un disco di one-sto dramma personale, su cui si può anche pogare.

18. R.E.M.
Automatic for the People
Warner Bros., 1992

Intitolato come lo slogan di un ristorante di soul-food di Athens, Georgia, Automatic for the People è una festa di Southern Gothic Pop, che combina le intricate trame di Pet Sounds con i pezzi potenti da cantare in coro di Abbey Road. Una stranezza divertente e piena di calore: Man on the Moon, il tributo di Michael Stipe al comico Andy Kaufman, e il gioiello in stile Stax Everybody Hurts risplendono di quello che sembra essere un ottimismo duramente conquistato. Negli anni ’80, i R.E.M. hanno portato il rock underground nel mainstream, influenzando dozzine di altri artisti (tra cui il superfan reo confesso Kurt Cobain). Durante il boom dell’alternative-rock, provano a dimostrare che la melodia può essere potente come il grunge, realizzando nel frattempo uno dei migliori album pop del decennio.

17. JAY-Z
Reasonable Doubt
Roc-a-Fella/Priority, 1996

«Lo studio era il lettino dello psichia-tra», ha raccontato Jay-Z a proposito del suo debutto, pieno di sogni e rammarichi da balordo. Il Jay-Z di Reasonable Doubt è un ragazzo di strada che si inventa un nuovo livello di abilità lirica e riporta di colpo il centro di gravità dell’hip hop dalla costa Ovest a quella Est.

16. METALLICA
Metallica
Elektra, 1991

I fan dello speed metal hanno subito gridato: “Venduti!”. In realtà, rallentando la velocità a livello primario, e scegliendo la presenza fisica al posto della rapidità di esecuzione dei riff, i Metallica hanno fatto un disco di violenza matura e durevole, oltre al disco metal più importante e venduto del decennio. Non fatevi trarre in inganno dall’orchestra e dal ringhio pensieroso di James Hetfield in Nothing Else Matter: i Metallica non sono diventati dei mocciosi da power-ballad, hanno semplicemente fatto una ballad piena di potenza.

15. LUCINDA WILLIAM
Car Wheels on a Gravel Road
Mercury, 1998

È difficile sbagliare con canzoni del genere. Lucinda Williams ha pubblicato dischi validi prima di Car Wheels on a Gravel Road, ma tutto quello che ha fatto prima trova la sua piena realizzazione qui. Dalla confessione del desiderio di Right in Time al country funk surrealista di Joy, attraversa una grande varietà di temi e stili, dominandoli tutti con facilità e autorità. Non si arriva a 40 anni senza storie da raccontare, e quelle di Lucinda sono affascinanti in ogni dettaglio.

14. SNOOP DOGG
Doggystyle
Death Row/Interscope, 1993

Snoop Dogg arriva dalla West Coast “con la testa nei soldi e i soldi in testa” per rubare il portafoglio all’America, e lo fa in un modo così divertente da passarla liscia. Il G-Funk di Dr. Dre è perfetto per le sue rime lente e pigre come il pomeriggio di un giorno da cani. C’è anche il rimorso del gangster per gli omicidi e la misoginia, ma Doggystyle regala brani esilaranti, da Who Am I (What’s My Name) a Doggy Dogg World, mentre Gin and Juice è un viaggio giovanile senza tempo, come Fun Fun Fun o The Twist.

13. BEASTIE BOYS
Ill Communication
Capitol/EMI, 1994

Ill Communication è l’album con cui i Beastie Boys ripuliscono il mi-schione di suoni e stili di Check Your Head. I Beasties si muovono a ruota libera tra l’hardcore, il trash punk e il jazz per mettere insieme un disco che contiene più azione di un film di John Woo. Sono i pez-zoni dritti da festa, però, la vera essenza dell’album: lo strano sample di flauto di Sure Shot, il giro con Q-Tip sulla linea D da Manhattan fino a Brooklyn in Get It Together e il trancio di heavy metal crudo di Sabotage, a cui nemmeno i fan dei Black Sabbath riescono a resistere.

12. TOM PETTY
Wildflowers
Warner Bros., 1994

In un’epoca in cui la maggior parte dei veterani del rock attraversano una fase stagnante, Tom Petty registra con Rick Rubin Wildflowers, l’album più riuscito della sua carriera. Rispetto alla struttura raffinata dei dischi con Jeff Lynne, Full Moon Fever del 1989 e Into the Great Wide Open del 1991, qui c’è una grazia senza tempo e una grande delicatezza folk, che si sente sia nella title track, sia nello stoner rock di You Don’t Know How It Feels sia nell’arrangiamento orchestrale di Wake Up Time.

11. OUTKAST
Aquemini
LaFace/Arista, 1998

Grazie a un funk festaiolo pieno di bassi e sottolineato da una efficace sezione fiati, il terzo album degli Outkast cattura André 3000 e Big Boi in un momento di entusiasmo degno del coro di una chiesa. In pezzi come Rosa Parks e Skew It on the Bar-B dimostrano di essere un punto di incontro tra lo stile delle coste Est e Ovest, mettendo insieme i contenuti intelligenti di A Tribe Called Quest o De La Soul con il funk alla George Clinton. Con il loro modo di parlare strascicato, lo slang e le cascate di parole mettono anche a tacere per sempre la questione sulle capacità degli MC del Sud e cementano una volta per tutte la reputazione di Atlanta come nuova meta dell’hip hop più d’avanguardia, la Long Island degli anni ’90.

10. PAVEMENT
Crooked Rain, Crooked Rain
Matador, 1994

Il secondo album dei Pavement è uno dei momenti migliori dell’indie rock anni ’90, una raccolta preziosa di suoni infinitamente melodici e un po’ traballanti, che comprende anche l’unica (modesta) hit della band, Cut Your Hair. Stephen Malkmus dimostra di essere un tipo furbo e brillante, ma con un grande cuore.

9. BECK
Odelay
Geffen, 1996

Odelay è l’album in cui il Woody Guthrie di Pizza Hut dimostra di saper fare tutto, grazie anche alle basi d’oro che gli regalano i Dust Brothers. Beck entra ed esce dai suoi travestimenti musicali, strimpella la chitarra folk in Ramshackle, si butta nell’hip hop in Where It’s At o dà la colpa alla bossanova in Readymade. Avrebbe potuto essere un progetto artistico senza anima, ma Beck si lascia trasportare da un mosaico di suoni e con la sua energia fa sembrare monotono il resto.

8. THE NOTORIOUS B.I.G.
Ready to Die
Bad Boy/Arista, 1994

Tutti si ricordano la prima volta che hanno sentito Biggie: era il più tosto tra i fumatori di canne e i divoratori di biscotti Oreo del quartiere ed era un vero uomo, ragazze! Biggie ha diffuso l’amore alla maniera di Brooklyn, contribuendo più di tutti a rivitalizzare l’hip hop di New York dopo anni di dominio West Coast. Ready to Die è il suono più cool degli anni ’90: l’atmosfera è cupa, da Suicidal Thoughts a una canzone d’amore basata sulla strofa: “Giuro su Dio, spero di morire insieme”, ma Biggie è anche quello che ha riportato il divertimento nell’hip hop. In Big Poppa la sua idea di una serata romantica comprende una bistecca, uova al formaggio e succo d’uva Welch, e tutto solo mentre si riempie la Jacuzzi.

7. NIRVANA
In Utero
DGC, 1993

Le basi vengono registrate in due settimane, la voce di Kurt Cobain in sole sette ore. In Utero è il disco della guerra di Kurt contro il successo schiacciante: la produzione corrosiva di Steve Albini non smorza il pathos drammatico di canzoni come Pennyroyal Tea, anzi il suo tocco rigido è perfetto per l’estremismo che Cobain inserisce in canzoni come Serve the Servants, Scentless Apprentice e Very Ape. Con la tristezza imbellita dagli archi di All Apologies e Dumb, Cobain confessa l’enormità dei suoi bisogni e la sempre minore aspettativa di trovare una soddisfazione e dimostra di essere incapace di tirarsi fuori da quella situazione, ma allo stesso tempo sa trasformarla in arte, deliziosa e furiosa.

6. PEARL JAM
Ten
Epic, 1991

I Pearl Jam debuttano competendo con i Nirvana in una gara di popolarità grunge che sono destinati a perdere. Ten, però, è un disco quasi perfetto: la voce sofferente di Eddie Vedder e gli assoli strazianti di Mike McCready spingono canzoni come Alive e Jeremy sull’orlo del baratro e poi le riportano in salvo.

5. LAURYL HILL
The Miseducation of Lauryn Hill
Ruffhouse/Columbia, 1998

Dopo mesi chiusa negli studi Tuff Gong di Kingston, Giamaica, Lauryn Hill emerge dalle ombre dei Fugees con uno stupefacente documento musicale, che mette insieme Stevie Wonder, Joni Mitchell e nessun altro tranne lei stessa. Lauryn canta e rappa, fa ballad e brani doo-wop, parla del suo amore per gli uomini, suo figlio, Zion, la sua infanzia nel New Jersey e (forse) il suo ex Wyclef Jean e avvolge tutto in un sound grezzo e umano, in cui si sentono le dita che pizzicano la chitarra e la puntina che gracchia sul vinile. Se qualcuno vi chiede: “Cos’è l’hip hop soul?”, fategli ascoltare questo album.

4. U2
Achtung Baby
Island, 1991

È una delle trasformazioni più estreme nella storia della musica pop. Gli U2, i cantori irlandesi dalle chitarre che risuonano come campane di una cattedrale, i predicatori da pub dicono addio agli anni ’80 e al peso soffocante della loro stessa sincerità registrando nella Berlino del dopo Muro e salutano l’era delle due “i”: ironia e industrial dance. La musica è un funk corrosivo, che sembra provenire da una città rasa al suolo, corretta con risate folli e strisciante paranoia, ma l’eco da corridoio vuoto è una specie di armatura protettiva per la sprezzante umanità dei testi di Bono, One e Ultra Violet (Light my Way), che svelano la vera lezione di questo album: per apprezzare le gioie del paradiso devi farti prima un giro all’inferno.

3. RADIOHEAD
OK Computer
Capitol, 1997

Il progresso è stronzo, ma non lasciate che le macchine e i loro padroni vi facciano a pezzi: è questo il messaggio contenuto nell’art-rock di Ok Computer. Accolto come il Dark Side of the Moon dell’Era dell’Informazione, è troppo irrequieto nei suoi cambi di tempo di chitarra e troppo claustrofobico per essere catalogato come space rock. I Radiohead rompono l’eco dell’isolamento con i violenti cambi di atmosfera di Paranoid Android, mentre la voce acuta di Thom Yorke diventa un tormento nelle ballad angosciate come Let Down e Lucky. Ok Computer vince il disco di platino un anno dopo la sua uscita, dimostrando che l’intelligenza vende ancora.

2. DR DRE
The Chronic
Death Row/Interscope, 1992

Un tempo Dr.Dre era uno degli N.W.A, Suge Knight era una guardia del corpo, e Snoop Dogg non era una star. Poi è uscito The Chronic e la Terra è diventata di colpo il Pianeta dell’hip hop. Il sound è preso dal funk di George Clinton, l’immaginario è vagamente ispirato a quello criminale del Padrino, il tutto è tenuto insieme da un tipo alto e magro appena arrivato da Long Beach, California, che racconta storie del ghetto, recita inni alla marijuana con tono leggero e canta canzoni orecchiabili che diventano il simbolo stesso di come vivere tranquilli anche in mezzo al fuoco incrociato. Dre è l’MC più originale dai tempi di Rakeem e attira l’attenzione del pubblico da una costa all’altra.

1. NIRVANA
Nevermind
DGC. 1991

L’album che ha chiarito subito una cosa: gli anni ’90 non avrebbero fatto schifo. Ogni parola e ogni nota scritta da Kurt Cobain per Nevermind oggi suona pesantissima in retrospettiva: la sua stupida e triste fine; i 1000 seguaci del grunge che hanno scimmiottato il suo dolore, ma lo hanno sconfitto con la musica. Il genio di Cobain – ma pure del batterista Dave Grohl e del bassista Krist Novoselic – stava nel senso dell’umorismo tagliente e nel classicismo alla Sex Pistols, Cheap Trick e AC/DC. Nevermind è il disco da pogo definitivo, nato dal malcontento di una intera generazione e dimostra che il rock&roll, anche nella sua incasinata mezza età, può ancora fottere tutto gloriosamente.

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