I migliori 10 album elettronici degli ultimi 10 anni secondo Rolling Stone | Rolling Stone Italia
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I migliori 10 album elettronici degli ultimi 10 anni secondo Rolling Stone

Una linea che unisce Thom Yorke a Oneohtrix Point Never, passando per Bjork e LCD Soundsytem

Bjork ai tempi di "Biophilia"

Bjork ai tempi di "Biophilia"

Per celebrare l’arrivo di Booka Shade a Milano per i 10 anni del seminale Movements, ecco i migliori 10 anni elettronici dalle classifiche di fine anno di Rolling Stone, dal 2006 ad oggi.

2006. “The Eraser” di Thome Yorke

Molte persone trovano Thom Yorke disturbante. E Thom Yorke sembra essere uno di loro. Sul suo eccellente album solista, The Eraser, si emoziona di continuo, borbottando riguardo cuori infranti tra ondate di tastiere e synth. Queste non sono canzoni dei Radiohead, o demo dei Radiohead. Sono qualcosa di diverso, qualcosa che non abbiamo mai sentit prima. Il capitano Yorke si pone nuove domande, cerca indizi per risolvere lo stesso, vecchio mistero: how to appear, incompletely.

2007. “Sound of Silver” di LCD Soundsystem

Per essere un eroe della disco, James Murphy degli LCD Soundsystem è inspiegabilmente insicuro. Prima di far sentire un solo kick-drum sul suo eccellente secondo album, Murphy sembra intenzionato ad abbassare il livello, dando al dance-floor killer che apre il disco l’incredibilmente patetico titolo di Get Innocuous. Ma in qualche modo l’album è solido e si tiene insieme e, alla fine, l’ex indie-rocker Murphy chiude il cerchio, tornando alle origini con un lamento dove i Pavement incontrano Morrissey, New York I Love You but You’re Bringing Me Down.

2008. “Last Night” di Moby

Sia le droghe che le rock star obbediscono alla stessa regola: quello che sale poi deve scendere. Dopo il successo del 1999 di Play, Moby ha smesso di fare dance music, puntando verso le atmosfere downtempo di 18 (2002) e le chitarre di Hotel (2005). Quindi è bello sentire che il 42enne vegano ritorna alle origini. Un concept album su una nottata alcolica nel club, Last Night solidifica il ruolo di Moby come anello di congiunzione tra i pionieri tipo Todd Terry e i futuristi come iJustice.

2009. “Manners” di Passion Pit

Dai collage psichedelici degli Animal Collective al punk disco degli Yeah Yeah Yeahs, la musica elettronica ha invaso il mondo indie-rock ultimamente. Quindi diamo il benvenuto a Michael Angelakos, nucleo dei Passion Pit. Il tipo ha un falsetto da far tremare i vetri, e il suo electro pop iperemozionale si completa con un sottofondo romantico. Manners è un bouquet luminoso di fiori synth-pop, con profumati fruscii di tastiere Eighties e beat moderni che si spingono verso il dance floor.

2010. “This Is Happening” di LCD Soundsystem

James Murphy, l’autore disco-punk dietro gli LCD Soundsystem, si è fatto un nome riuscendo a fare una cosa quasi impossibile: trasformare la crisi di mezza età in qualcosa di ballabile. Nel mondo di Murphy, ballare non è un fatto di trascendenza o di lasciarsi andare – provate a “dance yrself clean”, le vostre crisi, i vostri problemi e tutto il resto vi seguiranno in pista. Quindi dateci dentro, a 120 battiti al minuto, circa, per scacciare la noia.

2011. “Biophilia” di Bjork

Bjork canta come una strega che condivide i suoi segreti: “Nuance makes heat”. Quella frase in Mutual Core cattura l’effetto degli inquietanti dettagli che accompagnano il suo ottavo album: suoni d’organo, morbidi effetti elettronici e sospiri acuti. Biophilia è stata creata parzialmente su un iPad ed è stato pubblicato come un set di app. Ma quando la voce soprannaturale di Bjork si alza in Thunderbolt l’anima si sbarazza facilmente della tecnologia.

2012. “Until the Quiet Comes” di Flying Lotus

Steven “Flying Lotus” Ellison ha un gusto particolare nel creare il soul jazz del 21esimo secolo, dove utilizza una gamma di beat acuti – high-hats, clap e altro – per creare musica adatta a quei momenti di down post-canna dove anche le palle di polvere nella tua stanza sembrano magnifiche. Nonostante questo, la sua attrazione per i bassi trasformano la dubstep in arte contemporanea. Tutto insieme creano qualcosa di talmente accattivante che anche ospiti come Erykah Badu possono sentirsi smarriti.

2013. “Random Access Memories” di Daft Punk

Ne è passato di tempo da Homework, il debutto del 1997 dove Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo perfezionarono uno stile di house music incentrata sui synth e sul sampling, che diede nuova vita all’Eurodisco e ispirò chiunque, da Kanye agli Swedish House Mafia. Da allora ne sono successe di cose. Qui i Daft Punk evocano il periodo musicale che li ha ispirati agli inizi, quando la disco ha conquistato il mondo con i suoi groove fatti a mano. A volte, l’album è una vittima della sua stessa ambizione. Ma non risultarebbe così incredibile se puntasse più in basso.

2014. “Syro” di Aphex Twin

Richard D. James è sempre stato così avanti rispetto ai suoi tempi che i ritorni non sono mai una grande notizia. A giugno del 2014, ha pubblicato un album che aveva nel cassetto dal 1994 e suonava incredibilmente moderno. Lo stesso effetto lo dà Syro il primo album di Aphex Twin dal 2001. Pieno di accenni al jazz-funk degli anni Settanta, risponde a RAM dei Daft Punk con un’elettronica futuristica che soppianta gli echi nostalgici. Una volta veniva chiamata “intelligent dance music.” Anche ora, in pochi fanno meglio.

2015. “Garden of Delete” di Oneohtrix Point Never

Il 33enne musicista Daniel Lopatin guarda ai sentimenti umani come se stesse assemblando un orologio svizzero. Sotto il nome di Oneohtrix Point Never, Lopatin ha lavorato con semplici linee di piano e distorsioni massicce per abbozzare una mappa dettagliata degli stati emozionali, dalla gioia alla disperazione. E adesso con Garden of Delete, il settimo album in studio di Lopatin, porta la sua visione verso i confini più emozionanti.