I Decibel sono gli ultimi veri punk

Quello di Enrico Ruggeri sarà pure un gruppo di ex compagni di scuola ormai oltre i sessanta, ma combatte una battaglia per la musica suonata e rigorosamente dal vivo. Il loro ultimo album è la fotografia di una realtà allucinante: un lavoro alto, snob, ma non per questo meno incazzato.

I Decibel, foto Maurizio D'Avanzo/MDPhoto / IPA


logo Michele Monina

Che questo è stato il Festival della Canzone Italiana che, finalmente, ha ricollocato la canzone al centro della scena lo abbiamo ormai assunto come un dogma, tante le volte che ci è stato ripetuto nell’ultimo mese. Merito a Baglioni, ovvio, e a chi ha deciso di affidare a lui la direzione artistica della kermesse.

Durante le lunghe ore di diretta televisiva, in effetti, di canzoni se ne sono sentite tante, tantissime, spesso anche all’interno di situazioni che dalle canzoni partivano per arrivare altrove, in quella zona grigia in cui in teoria si sarebbe dovuto ridere, ma che spesso ci ha fatto non dico piangere, ma quantomeno provare un senso di disagio che sconfina con l’imbarazzo. Scenette degne di una recita scolastica anni 80, quando i bambini erano solo bambini, non aspiranti futuri protagonisti di un qualche talent di varia natura. C’era Baglioni che si metteva a cantare o suonare, e spesso la situazione sfociava nell’arrivo di un ospite, dalla Leosini alla Sciarelli, o nell’intervento improvvido dei suoi due partner in crime, Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino.

In questo copione che si è ripetuto più volte tutte e cinque le serate del Festival, a qualcuno potrebbe essere sfuggito un gesto che, in effetti, ha realmente portato la musica al centro della scena. Un gesto semplice, naturale, ma che in un contesto di innaturalità è sembrato ai pochi occhi degli attenti come qualcosa di epico, come il ragazzo cinese che ferma il carrarmato in piazza Tienanmen.

Nella sera di venerdì, quando il Festival aveva in cartellone la “serata dei duetti”, a un certo punto era prevista l’esibizione dei Decibel, riformata band degli esordi di Enrico Ruggeri, in compagnia di Silvio Capeccia e Fulvio Muzio, con la loro Lettera dal Duca. Loro ospite, per l’occasione, un gigante della new wave inglese, quel Midge Ure che si è preso briga, ormai una vita fa, di ridare vita agli Ultravox orfani di John Foxx, regalando non solo un pregevole secondo tempo a una delle band più importanti del rock inglese, ma se possibile rendendo quella già fondamentale storia ancora più fondamentale. Un nome, ahinoi, divenuto da noi piuttosto popolare poco più di venti anni fa, quando una sua hit, Breathe, divenne colonna sonora dello spot dello Swatch, cult di quel decennio.

Torniamo però a Sanremo. Sul palco dell’Ariston ci sono i Decibel e in mezzo a loro questo uomo magro e attempato che imbraccia una chitarra elettrica. La canzone parte, accompagnata dall’orchestra diretta dal maestro Roberto Rossi, quando Enrico Ruggeri si avvicina al microfono e chiede a gran voce di interrompere la performance. Non si sente la chitarra di Midge, e come lo stesso Rouge fa notare, non ha senso averlo fatto arrivare da Glasgow se poi non lo si può sentire. Un gesto semplice, naturale, che di per sé non dovrebbe essere portato a nulla di esemplare, o addirittura iconico. Se quando si suona non si sente uno strumento è evidentemente un problema, e i problemi se identificati vanno risolti.

La cosa, ovviamente, è passata praticamente inosservata, pronta a essere metabolizzata in un’altra esibizione, o, peggio, in un altra gag che proprio da un disguido tecnico parte.
Il fatto è che i Decibel, come pochi altri tra i tanti artisti in gara in questa sessantottesima edizione del Festival, hanno deciso di portare avanti una loro battaglia, magari da considerare fuori dal tempo, superata, antica e forse anche antiprogressista, quella di chi fa musica suonando e vorrebbe che venisse fatta una distinzione netta tra chi suona e chi fa finta di farlo. Un po’ come succede nei ristoranti, almeno in quelli di un certo livello, dove il menu deve riportare metodicamente ogni qualvolta il cibo presentato alla carta non è fresco ma surgelato. Sarebbe bello, questo l’auspicio di Ruggeri e soci, che chi scrive di musica si sentisse in dovere di sottolineare chi, dal vivo, per dire, suona tutti gli strumenti e chi, invece, ricorre a plug-in, a basi registrate, a tappeti anche vocali preimpostati. Niente di grave, intendiamoci, c’è anche chi ricorre direttamente all’half-playback o al playback totale, ma sarebbe bello che la gente ne prendesse coscienza. Perché la musica dei Decibel, e a Sanremo anche di alcuni altri artisti, da Enzo Avitabile e Peppe Servillo a Red Canzian, passando per Ron, è essenzialmente musica scritta e composta per essere suonata dal vivo, suonata interamente. Non è possibile avere tre chitarre perché sul palco i chitarristi sono due? Bene, la canzone deve prevedere che ci siano solo due tracce di chitarra, senza sovraincisioni. Idem per le tastiere, sempre e costantemente due alla volta, perché due sono le mani del tastierista. Non si sente Midge Ure, che con la sua classe anglosassone poco ha aggiunto alla canzone, ma quel poco è stato, a detta anche degli stessi Decibel, fondamentale? Bene, si ricomincia da capo. Perché la musica è anche questo, interazione tra i musicisti che stanno sul palco, arte che si fa sostanza nel momento in cui viene suonata. Geoff Dyer, avesse assistito, avrebbe presumibilmente scritto un nuovo capitolo al suo Natura morta con custodia di sax, seppur tradendo il suo canone jazzistico.

Ma non è solo questo, che ci spinge a parlare dei Decibel, a qualche giorno dalla fine del Festival. È infatti uscito il 16 novembre il loro secondo album dopo la reunion, avvenuta con il pregevole noblesse oblige per festeggiare i sessant’anni di Ruggeri. Il nuovo lavoro, anticipato dall’omaggio dei tre a Bowie portato al Festival, si intitola L’Anticristo, titolo quantomai spiazzante per chi ha conosciuto Ruggeri solo come cantore del mondo femminile in tante e tante canzoni. In verità, la storia dei Decibel già quarant’anni fa sta lì come promemoria, Ruggeri e soci sono stati, in Italia, antesignani di quell’attitudine punk che per noi italiani così tanto all’Inghilterra è legata. Iconoclastia, la loro, spesso relegata solo alla montatura ingombrante degli occhiali sfoggiati da Rouge in quegli anni, ma in realtà ben presente nei loro primi lavori, e in quasi tutti i lavori che, nel corso dei decenni a seguire, hanno accompagnato la carriera del cantautore milanese. Come una sorta di nostrano Elvis Costello, l’aver costantemente sperimentato le varie fogge della forma canzone, da quella più squisitamente pop a quella che flirta con la canzone francese, passando per il rock, la new wave e chi più ne ha più ne metta, ha forse relegato l’attitudine punk del nostro in secondo piano, seppur negli anni una costante critica anarchica a quel che la società ci ha di volta in volta propinato come la norma è stata presente nelle tracklist dei suoi album. Un anarchismo, il suo, che in qualche modo gli è costata una messa al bando da un certo ambiente colto e radical chic, si veda il paradosso di non aver mai ricevuto una nomination alle Targhe Tenco, lui che viene da tutti indicato come uno degli alfieri della canzone d’autore, spesso al servizio di chi poi le targhe le ha vinte davvero.

Tornando a L’Anticristo, album che vede i tre Decibel interpretare dei manager con gli occhi da rettiliani in uno scenario da alta finanza, con tanto di T rovesciate nella scritta del titolo, le canzoni che compongono la scaletta di questo lavoro compongono una fotografia lucidissima di una realtà allucinata e allucinante. Una società in cui in una apparente libertà assoluta siamo in realtà semplici comparse delle nostre vite, distratti e felici di esserlo, o quantomeno convinti che non si possa che esserlo. Un album estremamente politico, duro nei suoni, costantemente riferiti a certo rock che affonda negli anni Settanta, la new wave e a volte anche il prog a fare da sfondo, dai King Crimson agli Straglers, dai Roxy Music iniziali agli Sparks, e ancora più duro nelle liriche, ricercate e taglienti.

L’album di un gruppo di ex compagni di scuola ormai oltre i sessanta, i Decibel appunto, che con uno stile elegante e un po’ fuori dal tempo, si veda l’omaggio estetico ai Kraftwerk nella seconda serata, quando hanno sfoggiato cravatte nere su camicie rosse, ha deciso di infondere un po’ della propria attitudine punk alla attuale musica italiana. In un’epoca di rassegnato disincanto, con i nuovi artisti che si affacciano alla scena che si mostrano reclinati sul proprio ombelico, incapaci di farsi altoparlante di una rabbia che evidentemente non è più così presente come dovrebbe, sono proprio i Decibel a suggerirci stimoli di rivoluzione. Una sorta di chiamata alle armi in musica, una critica volendo anche snob, perché permeata della consapevolezza di essere ormai quanto di più vicino ai compositori classici del passato, destinati a un pubblico di cultori. Alti, quindi, e popolari al tempo stesso. Alti, ma non per questo meno incazzati.

I Decibel, appunto.

Gente che quando va in giro a suonare suona davvero, e già solo il fatto di sottolinearlo sembra un’eresia.
Gente che è stata punk prima di noi, e che anche oggi, superati i sessanta, continua a esserlo.

Leggi anche: