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I Chemical Brothers spiegati in cinque brani

Tom Rowlands e Ed Simons stasera suoneranno al Market Sound di Milano. Ripercorriamo la loro storia discografica servendoci di cinque perle

Ed Simons e Tom Rowlands nel loro studio. Foto: Stampa

Ed Simons e Tom Rowlands nel loro studio. Foto: Stampa

Per molti le parole Chemical e Brothers messe una dopo l’altra non vorranno dire molto, ma per chiunque abbia messo il naso fuori casa fra il 1995 e il 2016 per ballare, significano letteralmente pelle d’oca e sudare. Perché a Tom Rowlands e Ed Simons va riconosciuto non soltanto il merito di aver veicolato a livello mondiale un linguaggio underground incompreso e per questo molto spesso condannato, ma anche la dignità di farlo stando ben lontani da riflettori e telecamere, uscendo dal loro mondo di drum machine e synth modulari esclusivamente per esibirsi (neanche troppo spesso) dal vivo.

Oggi, 22 luglio, il duo suonerà al Market Sound di Milano, per tornare poi in Italia a Pescara, il 12 agosto. Proprio perché un live dei Chemical Brothers suona in tutto e per tutto come un evento speciale, abbiamo pensato di raccogliere cinque loro brani chiave per arrivare preparati al concerto.

1. “Chemical Beats” da Exit Planet Dust (1995)

Prima di tutto, Chemical Brothers vuol dire Big Beat. Il vortice adrenalinico che unisce breakbeat, acid house e techno rimane il fil rouge che percorre in modo più o meno evidente ogni album dei Chemical fino a oggi. L’uscita non ufficiale di Chemical Beats risale al 1994 con l’EP Fourteenth Century Sky. Il brano, oltre a definire la nuova identità sonora del duo, è anche la scintilla che spingerà Rowlands e Simons a cambiare ragione sociale poco dopo: da Dust Brothers a Chemical Brothers.

2. “It Doesn’t Matter” da Dig Your Own Hole (1997)

Per quanto ancora predominante nel secondo Dig Your Own Hole del 1997, l’irruenza del Big Beat di stampo progigyano, sporco e caciarone, comincia a lasciare spazio alla precisione chirurgica delle strutture techno in quattro quarti. È forse il momento di massima popolarità della rave culture. Che la cosa vada giù o meno ai puristi del movimento underground, i Chemical Brothers si fanno portavoce di una cultura notturna che ogni weekend smuove milioni di individui. Stanchi di un lavoro/vita di merda e con la voglia di dimenarsi fino alle prime luci del giorno a ritmo di una cassa martellante.

3. “Let Forever Be” da Surrender (1999)

Così come i Daft Punk con Nile Rodgers, anche i Chemical Brothers con l’arrivo del successo si tolgono lo sfizio di collaborare con alcuni idoli della loro adolescenza. È il caso di Bernard Sumner, già chitarrista dei Joy Division e voce dei New Order sulla febbricitante Out Of Control in Surrender. L’amicizia con la band di Manchester—nata ai tempi dell’Heavenly Sunday Social Club di Londra, dove Rowlands e Edwards erano resident DJ—si consoliderà col tempo, fino ad arrivare alla produzione dell’ultimo album affidata alle mani esperte di Rowlands. Ma Sumner non è stata l’unica conoscenza fatta fra le mura sudicie dell’Heavenly Sunday Social Club. Una sera dei primi mesi del ’94, Noel Gallagher avvicinò i due nel bar londinese, chiedendo loro di remixare una traccia degli Oasis. Ovviamente, Gallagher ci ripensò subito e la cosa non andò mai in porto, almeno fino alla collaborazione di Setting Sun nel ’96, replicata poi tre anni più tardi sotto forma di hit brit pop, Let Forever Be.

4. “Galvanize” da Push The Button (2005)

L’amore di Tom Rowlands per l’hip hop nacque a metà anni Ottanta, sul sedile posteriore della Fiat 126 di suo fratello maggiore. «Ascoltare Yo! Bum Rush the Show stravolse totalmente il mio mondo» ha raccontato in un’intervista a Spin nel 1999. «Ricordo perfettamente quando sentii Miuzi Weighs a Ton per la prima volta. Non avevo mai sentito nulla del genere: era così piena di potenza funky ma al contempo tesa e controllata.» Tensione funky e secca che, guarda caso, ritroviamo poi in Push The Button, capolavoro del beatmaking che spazia senza discontinuità semantica dall’hip hop di Left Right al blues sotto steroidi di Marvo Ging passando ovviamente per il minaccioso funk arabeggiante in Galvanize.

5. “EML Ritual” da Born In The Echoes (2015)

Gli ultimi Chemical Brothers ci confermano che gli anni passano ma il pallino della cassa dritta, no. E anzi, di piogge di hi hat combinate alle frustate di synth non se n’erano mai viste come in Born In The Echoes, selezione di granate da dance floor sullo stile delle ultime release soliste di Tom Rowlands per la Phantasy Records di Erol Alkan. Una buona notizia soprattutto per chi stasera ha voglia di ballare.

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