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I 50 migliori album metal di sempre (50-31)

Dagli Slayer ai Black Sabbath, passando per Metallica, Iron Maiden o Megadeth. Ecco la classifica dei dischi che hanno segnato la storia del genere

È successo venerdì 13 febbraio 1970, con un rombo di tuono e il suono di chitarra più violento della storia: è così che è nato un nuovo genere musicale. Le sue radici affondano nei primi anni ’60, quando artisti come Blue Cheer e i Led Zeppelin spaccavano gli amplificatori per suonare il loro blues spacca-mascella. Ma sono stati i Black Sabbath, con il loro esordio oscuro, a inventare quello che ora, 50 anni dopo, chiamiamo heavy metal.

Certo, i membri dei Sabbath hanno scansato l’etichetta “metal” per anni, non importa se la loro musica era un trionfo di chitarre distorte, batteria acrobatica e voci esagerate. Tutto era pensato come la versione musicale di un film horror e l’idea è stata copiata decine di volte, decade dopo decade. I Judas Priest l’hanno vestita di denim e pelle. I Korn ci hanno aggiunto nuovi ritmi. E gli Avenged Sevenfold le melodie più catchy. Nel mezzo i sottogeneri più disparati: death metal, black metal, grindcore, tutte sottoculture che, all’inizio degli anni ’80, riuscirono addirittura a conquistare le classifiche di tutto il mondo.

Le band metal non erano le prime a incorporare nella musica un immaginario così oscuro – ci avevano provato anche Wagner e bluesmen come Robert Johnson -, ma è con il metal che questa idea ha trovato la sua collocazione definitiva. Può essere virtuoso o primitivo, ma è sempre suonato a un volume esagerato. Questo, insieme allo stile di queste band (i vestiti neri, le maschere, le scritte), ha trasformato il genere in un vero e proprio movimento culturale.

I fan del genere (chiamateli metallari, o come vi pare) sono appassionati, carismatici e coraggiosi, sono sempre pronti a discutere, definire e difendere ogni sfumatura di ogni singola band in circolazione. Il metal è stato tantissime cose diverse, e non è facile accontentare tutti.

Per questo, quando dovevamo stilare questa classifica, noi di Rolling Stone ci siamo dati delle regole ben precise. Nonostante le band delle origini, quelle degli anni ’60 – non i giganti come i Led Zeppelin, ma le formazioni meno conosciute come i Mountain, Captain Beyond e Sir Lord Baltimore – ci abbiano regalato momenti musicali meravigliosi, i loro album non hanno niente a che vedere con il massimalismo che ha definito il genere negli anni, quindi li abbiamo esclusi.

Abbiamo fatto la stessa cosa con band più propriamente rock & roll, come gli AC/DC e i Guns. Allo stesso modo abbiamo dovuto escludere alcune band che Rolling Stone definiva come metal negli anni ’70: i Kiss, Alice Cooper, sono artisti che oggi suonano più hard rock che altro.

Abbiamo dovuto fare delle scelte molto difficili ma, senza ulteriori indugi, recuperate la giacca con le borchie e la maglietta dei Metallica, perché questi sono i 50 dischi metal più belli di tutti i tempi.

50. “Iowa” Slipknot (2001)

Dopo essere stati catapultati dall’oscurità del Midwest alla notorietà dal loro album d’esordio eponimo, gli Slipknot rischiarono di implodere in un vortice di indulgenza auto-distruttiva. A differenza di quanto era accaduto con la catartica pubblicazione del primo album, il cantante Corey Taylor confessò a Revolver: «Realizzando Iowa, non mi sono limitato. Era solo rabbia fine a se stessa. […] Fortunatamente, ne venne fuori un disco oscuro, brutale e incredibile». Durante l’ascolto intenso segnato dalle chitarre scoppiettanti a rotta di collo, i vortici turbolenti di snare e tom e il canto strappa-gola di Taylor, ciò che spicca non è tanto la negatività emotiva quanto una scrittura piena di hook. A volte le due vanno di pari passo, come nel misantropico People = Shit, mentre altre volte sono in contrasto, per esempio quando il canto si fa dolcemente melodico nel ritornello di My Plague. È come se la band cercasse di rendere il suo dolore appetibile, addirittura capace di creare dipendenza. J.D.C.

49. “Through Silver in Blood” Neurosis (1996)

I Neurosis – una band punk hardcore di San Francisco formata dal cantante e chitarrista Scott Kelly, il bassista Dave Edwardson e il batterista Jason Roeder nel 1985 – si erano avvicinati ad un suono più lento, pensante e profondo nel corso dei successivi LP, così il loro passaggio ad un sound ancora più poderoso non risultò del tutto inatteso. Con l’arrivo del tastierista Noah Landis nel 1995, la formazione del gruppo prese definitivamente forma, e un anno dopo la band rilasciò il suo capolavoro trasformativo: un mix titanico di nozioni hardcore, industrial e sludge-metal e campionamenti vari, bilanciando pesantezza oppressiva, ripetizione ipnotica e sorprendente vulnerabilità. «Era un’epoca difficile da affrontare per le persone, e questo contribuì a determinare una musica che fu davvero lancinante creare», disse il cantante e chitarrista Steve Von Till a Decibel nel 2016. «Saremmo andati fino in fondo, fino al posto più profondo e oscuro che potessimo trovare. E dovevamo viverci per trovarlo». S.S.

48. “Rising” Rainbow (1976)

Insoddisfatto della direzione sempre più funk intrapresa dai Deep Purple, Ritchie Blackmore lasciò la band nel 1974 e formò i Rainbow con Ronnie James Dio. Grazie a Rising, il loro secondo LP, produssero un album che poteva competere (alcuni direbbero che addirittura sorpassò) con i migliori lavori dei Purple. «Chiunque lo abbia ascoltato pensa che si tratti della mia miglior prestazione in anni e anni, il che suppongo sia un complimento», commentò il chitarrista notoriamente suscettibile nel 1976, quando venne pubblicato il disco. «D’altra parte, che ne sanno?». Ma non ci voleva un musicologo per apprezzare il potere quasi mistico di Tarot Woman (con una intro al synth di Tony Carey che suonava inaspettatamente futuristica), il boogie pronto per le arene di Starstruck, l’epica tolkeniana di Stargazer e A Light in the Black, o la maniera irruente e dinamica in cui Blackmore e i suoi sfornarono questi pezzi. Purtroppo, Rising fu l’apice artistico dei Rainbow; di lì a poco Blackmore avrebbe dirottato la band su binari più commerciali. «Era sconcertato dal fatto che non ci passassero in radio, e decise di intraprendere una strada diversa», si lamentò il bassista Jimmy Bain a Classic Rock nel 2014. «Non pensava che avremmo avuto successo, perchè Rising era troppo heavy». D.E.

47. “South of Heaven” Slayer (1988)

Dopo che Reign in Blood li aveva contrassegnati come la band più furibonda e spaventosa del thrash, l’interrogativo per gli Slayer era: “E adesso?”. «Sapevamo che non avremmo potuto fare meglio di Reign in Blood, quindi dovevamo rallentare», ha dichiarato il chitarrista Jeff Hanneman a Decibel. «Qualsiasi cosa avessimo fatto sarebbe stata paragonata a quel disco, e ricordo che discutemmo di rallentare i pezzi. Fu strano – non l’abbiamo mai fatto per un album, né prima e né dopo». E il risultato fu decisamente più lento. Persino quando la title track raddoppia la velocità, somiglia a una corsetta confortevole rispetto alla furia sfrenata di Angel of Death. Tuttavia l‘imponente riff simile a un sitar che apre il pezzo è più inquietante di qualsiasi altra cosa nel disco precedente, e c’è qualcosa di incredibilmente macabro nell’hook armonizzato della twin-guitar che apre Mandatory Suicide. Qui gli Slayer dimostrarono che era la scrittura e non solo la velocità e la stamina della band a rendere importante la loro musica. Il fatto che i tempi più lenti dessero a Hanneman e al compagno chitarrista Kerry King una piattaforma per assoli più vari ed espressivi fu solo la ciliegina sulla torta. J.D.C.

46. “Leviathan” Mastodon (2004)

Anche se il loro album più recente, Emperor of Sand, è riuscito ad entrare tra le prime dieci posizioni della classifica, una decina di anni fa fa i metallari progressive Mastodon erano ancora relativamente sconosciuti. Durante una pausa dai tour inarrestabili della band, il batterista Brann Dailor si ritrovò a leggere Moby Dick, l’epica sui cetacei di Herman Melville del 1851, e fu colpito dai parallelismi tra la sua esperienza e quelle del narratore e del Capitano Achab, ossessionato dalla vendetta. «I Mastodon erano come marinai; girammo e suonammo in seminterrati e locali vari per anni. Eravamo alla ricerca di qualcosa che forse non era neanche lì, e stavamo sacrificando molto nel lasciarci alle spalle le famiglie e gli amici. C’era sia la follia del Capitano Achab sia la sete di avventura e vitalità di Ismaele», ha detto a Modern Drummer. L’idea era di fare del secondo lavoro dei Mastodon un concept album sul romanzo, un disco che avrebbe dovuto essere grande e cattivo abbastanza da onorare la balena bianca assassina a cui si ispirava Bastano pochi secondi del pezzo di apertura di Leviathan, “Blood and Thunder”, per capire che il gruppo ci è riuscito: chi ascolta viene assalito da ondate crescenti di chitarre, urla gutturali e burrasche senza sosta di batteria. Tracce più profonde come la folle “Megalon” e il crescendo di “Hearts Alive” non fanno altro che trascinarci più a fondo nel suono e nella visione oscura dei Mastodon. T.B.

45. “Bonded by Blood” Exodus (1985)

Se le cosiddette quattro grandi band del thrash — Metallica, Megadeth, Slayer e Anthrax — diventassero cinque, sarebbero gli Exodus a completare il quadro, per il modo in cui il loro debutto, Bonded by Blood, esplode dallo stereo. Il frontman Paul Baloff (stando alla leggenda durante i live Exodus strapperebbe le magliette di Mötley Crüe e dei Ratt ai fan, legandosele attorno ai polsi come “trofei di guerra”) sembra un uomo posseduto dal caos, capace di tradurre in un disco i massacri tipici dei fumetti. In una canzone promette di insegnare agli scettici A Lesson in Violence; nella title track incoraggia i fan a picchiare con la testa contro il palco fino a sanguinare (Murder in the front row!); in un’altra, prega Lucifero di Deliver Us to Evil. Nel frattempo, il resto della band – guidata dal chitarrista Gary Holt e la controparte Rick Hunolt (che sostituì Kirk Hammett quando andò a suonare nei Metallica nel 1983) — aiutava And Then There Were None a diventare un pezzo da gang di strada e riempiva di riff frustanti e a rotta di collo inni come Strike of the Beast e la galoppante Piranha. Gli Exodus erano così incazzati durante la realizzazione del disco che il proprietario dello studio di registrazione sostiene che abbiano causato più danni di qualsiasi altra band. «Metti alcol e merda varia insieme a un gruppo di ragazzi, cosa pensi succederà?» disse Holt. «Facevamo una festa ogni sera, invitavamo i nostri amici dalla Bay Area, e qualche scazzottata ubriaca ci scappava sempre […] È bello sapere che abbiamo avuto un tale impatto». In realtà il consumo di alcol di Baloff diventò troppo per la band, che lo cacciò nel 1986. Anche se tornò nel 1997 per qualche live a intermittenza prima della sua morte nel 2002, il gruppo non realizzò più un disco grezzo e vitale come Bonded by Blood. K.G.

44. “Shout at the Devil” Mötley Crüe (1983)

Due anni dopo aver ribaltato la scena metal di Hollywood con Too Fast for Love, i Mötley Crüe sfidarono il mondo (e Lucifero) con Shout at the Devil. Con un pentacolo sulla copertina dell’album e un look glam-metal esagerato che sembrava un po’ come se i New York Dolls si fossero accoppiati con una squadra di football, la band cercò di affermarsi in tutti i modi come il volto nuovo del metal, duro e in cerca di sangue. Il sound si fece ancora più pesante. Si partiva da Shout at the Devil – un inno da pugno sollevato in alto che incitava gli ascoltatori a resistere al peccato (aspetto in cui i Crüe fallirono miseramente) – per passare direttamente a Looks That Kill e Too Young to Fall in Love (con il suo distico misogino “I’m killing you/See your face turning blue”). La band rendeva ogni potenziale singolo abbastanza crudo da star bene accanto ai Judas Priest alla radio ed esistere nel suo universo da capelli cotonati su MTV. Su un altro fronte, andarono incontro non alla Beatlemania ma alla Mansonmania con una cover di Helter Skelter, dipinsero una scena sanguinosa con l’assassina Bastard e dichiararono la propria grandezza in Red Hot. «Durante il periodo in cui scrivevamo canzoni come Red Hot, Shout at the Devil e Bastard eravamo davvero frustrati», disse Nikki Sixx al tempo della pubblicazione dell’album. «Fu durante Too Fast for Love, avevamo un sacco di problemi. Bastard parlava di una vecchia conoscenza dell’industria musicale che ci fece davvero male. […] Prese tutti i nostri soldi e scappò». Shout at the Devil, quattro volte disco di platino, fu la vendetta dei Mötley Crüe. K.G.

43. “Stained Class” Judas Priest (1978)

Punto di svolta cruciale nella carriera dei Judas Priest – e nella storia del metal – Stained Class del 1978 fu il disco in cui la band britannica smaltì gli ultimi residui delle vecchie inclinazioni progressive-rock, e lanciarono una controffensiva con pezzi più veloci, serrati e minacciosi come Exciter, White Heat, Red Hot e Invader. Persino l’unica power ballad dell’album, Beyond the Realms of Death, era assolutamente frugale rispetto ai lavori precedenti. Anche se Stained Class sarebbe stata usata successivamente come prova in un caso giudiziario relativo all’inserimento di messaggi subliminali (intentato contro la band dalla famiglia di un adolescente che a quanto pare si uccise dopo aver ascoltato la traccia Better by You, Better Than Me), l’album portò i Priest nelle classifiche statunitensi per la prima volta, e aiutò a sottrarre lo scettro al punk inglese innescando quella che sarebbe diventata nota come la nuova ondata dell’heavy metal britannico. «Fu un periodo eccitante per la band», disse il frontman Rob Halford a Classic Rock nel 2011. «C’era tanta consapevolezza in quello che stavamo facendo e un senso di avventura. Forse l’intensità di tracce come ‘Exciter’, per esempio, o ‘Invader’ o ‘Savage’, era una reazione a ciò che stava accadendo intorno a noi. Un contesto che ci mise un po’ il pepe al culo: ‘Siamo un gruppo metal e questo è ciò che ci piace fare. Riempitevi le orecchie con sta roba’». D.E.

42. “Lightning to the Nations”Diamond Head (1980)

Pubblicato per la prima volta in una custodia bianca senza i titoli dei pezzi, il disco d’esordio dei Diamond Heat cavalcò l’onda emergente della new wave dell’heavy metal britannico nel 1980. Unici in mezzo a colleghi come Saxon e Def Leppard, i Diamond Head ripulirono l’hard rock di sudore ed eccessi, riducendo la durata dei pezzi e fornendo una risposta semplificata a Page e Plant dei Led Zeppelin attraverso i lamenti di Sean Harris e i riff muscolari da stadio di Brian Tatler. Per Lightning to the Nations, il duo produsse canzoni intricate, dalle strutture quasi orchestrali come The Prince, Sucking My Love e Am I Evil? che sfornavano riff come se piovesse. Nonostante la sfortuna nella gestione degli affari minasse la loro avanzata, la band venne apprezzata dai fan. Lars Ulrich ha definito gli anthem memorabili in Lightning «tra le canzoni migliori di tutti i tempi». Non a caso, i Metallica arrivarono a suonare le cover di ben cinque delle sette tracce dell’album, in particolare Helpless e Am I Evil, in studio così come negli stadi, per più di trent’anni. I.C.

42. “Blues for the Red Sun” Kyuss (1992)

Altri chitarristi si divertono a sguazzare nei suoni roboanti e bassi, ma il co-fondatore dei Kyuss e futuro leader dei Queens of Stone Age Josh Homme ha trasformato questa pratica in una specie di scienza. La sua chitarra, accordata in tonalità più bassa e alimentata da un amplificatore, sprigionava un suono che sarebbe stato opportuno descrivere come velluto martellato. Il rombo sonoro di Homme sarà anche stato la pietra miliare del sound dei Kyuss, ma la vera forza di Blues for the Red Sun risiedeva nell’abilità alchemica della band di trasformare i fraseggi di old-school blues in epiche allucinogene come Freedom Run o Thumb, dove i riff sembravano allungarsi fino a raggiungere l’orizzonte. Sfoggi violenti di riff come Green Machine completavano la miscela ubriacante dell’album. Homme ha detto che l’abilità di scrittura della band andava rintracciata nelle origini, quando si facevano delle “feste del generatore” – così chiamate perché l’elettricità proveniva dai generatori a gas – nel deserto fuori la città natale di Palm Desert, California. «Non ci sono locali lì, quindi puoi solo suonare gratis», ha detto a Billboard. «Se non piaci alla gente, te lo dicono. Non puoi fare schifo». E i Kyuss non facevano schifo. J.D.C.

40. “De Mysteriis Dom Sathanas”Mayhem (1994)

Nessun disco metal è stato fatto passare in secondo piano rispetto alle circostanze della sua gestazione più di De Mysteriis Dom Sathanas, il debutto del quartetto norvegese seminale per il black-metal. Dead (Per Yngve Ohlin), vocalist durante la realizzazione del disco, si suicidò prima che venisse registrato. E nonostante inizialmente si fosse detto il contrario, nel disco si sente un assassino dichiarato colpevole, il bassista Count Grishnackh (Varg Vikernes, presente anche nei Burzum) suonare al fianco della sua vittima, il chitarrista Euronymous (Øystein Aarseth). Eppure, nonostante le impensabili ragioni della sua notorietà, Mysteriis resta un documento incredibilmente potente, un’espressione di alienazione e nichilismo a cui il ronzio lacerante della chitarra di Aarseth conferisce una severità glaciale, insieme al gracidio arcano del session vocalist Attila Csihar, il terrore gotico e testuale di Dead e l’incalzante batteria di Hellhammer (Jan Axel Blomberg).
«Eravamo disgustati dalla musica che parlava di amore e bontà; la detestavamo», ha dichiarato Blomberg a Rolling Stone a febbraio, quando l’attuale formazione dei Mayhem stava suonando Mysteriis per intero in tour. «Volevamo fare musica che fosse l’esatto opposto di tutto quello». Missione compiuta. S.S.

39. “Far Beyond Driven”Pantera (1994)

Il bassista dei Pantera Rex Brown una volta dichiarò a Rolling Stone che al tempo di Far Beyond Driven, “l’etichetta discografica spingeva per ottenere qualcosa come il Black Album dei Metallica. I Pantera, ovviamente, ignorarono quella richiesta, realizzando invece un disco che conteneva alcuni dei loro lavori più veloci (il pezzo di apertura Stronger Than All), pesanti (la sabbath-iana I’m Broken) e allo stesso tempo misantropici (l’incredibilmente depravata Good Friends and a Bottle of Pills). A volte – lo testimoniano l’abuso del pedale Whammy di Dimebag Darrell in Becoming, il torturato esorcismo dei demoni paterni di Phil Anselmo in 25 Years o il suono della grancassa di Vinnie Paul – sembrava come se la band stesse cercando di infliggere del vero dolore all’ascoltatore. Eppure, inaspettatamente, la casa discografica dei Pantera ottenne il loro album Numero Uno. Ad oggi, Far Beyond Driven rimane senza dubbio l’opera più estrema ad aver raggiunto la vetta della Billboard 200, e non va dimenticato il fatto che debuttò in quella posizione al momento della sua uscita. Il successo dell’album è da accreditare all’innegabile dominio dei Pantera sul panorama metal nella metà degli anni Novanta, così come, nelle parole di Paul, al loro impegno prt realizzare “un disco heavy-metal con le palle e senza compromessi”. E così fecero, anche se con una concessione: rinunciarono alla copertina originale, che mostrava un enorme trapano penetrare uno sfortunato ricevente su per il culo. R.B.

38. “Powerslave”Iron Maiden (1984)

Quando gli Iron Maiden pubblicarono il loro storico quinto disco nel 1984, Powerslave, il gruppo metal britannico aveva già quattro album seminali nel paniere ed era diventato una tale macchina da combattimento che stava già pianificando la registrazione di un album live – quello che sarebbe diventato l’epocale Live After Death – durante il tour successivo. “Prendemmo il meglio [dal nostro ultimo disco, Piece of Mind] e gli conferimmo lo stile aggressivo di Number of the Beast [del 1982]”, disse il cantante Bruce Dickinson al tempo della pubblicazione di Powerslave. “Abbiamo fatto un disco di alta qualità da un punto di vista artistico”. L’orgoglio di Dickinson per l’album è giustificato: la sbalorditiva abilità del cantante è evidente per tutta la durata dell’album, quando si libra in tracce come “Aces High”, ispirata ai combattimenti aerei, oppura affronta il sermone contro la guerra in “Two Minutes to Midnight”, mentre il bassista Steve Harris e il batterista Nicko McBrain trasformano il caratteristico galoppo della sezione ritmica in un’arma e i chitarristi Adrian Smith e Dave Murray si passano il testimone sbrandellato come staffettisti olimpici. Powerslave culmina con la classica opera di oltre tredici minuti “Rime of the Ancient Mariner” (basata sulla poesia di Samuel Taylor Coleridge) ma non prima che Dickinson invochi l’egittologo che è in lui nella title track, che esamina l’inesorabile mortalità persino di coloro che sono sempre esaltati e riveriti. T.B.

37. “Heaven and Hell”Black Sabbath (1980)

I Black Sabbath senza Ozzy Osbourne erano un’idea quasi inimmaginabile nei primi dieci anni di vita della band, ma nel 1979 il gruppo stava esaurendo la pazienza verso la crescente inaffidabilità e la cronica dipendenza dalle droghe del cantante (due problemi correlati), al punto tale da licenziarlo. In teoria, nessuno sulla faccia del pianeta era qualificato per sostituirlo, a parte l’ex cantante dei Rainbow Ronnie James Dio, un uomo minuscolo con una delle voci più potenti in ambito metal. “Poteva raggiungere toni molto alti e cristallini, ma il risultato era sempre denso e potente”, ha detto James Hetfield a Rolling Stone dopo la morte di Dio nel 2010. “Cantava come se fosse alto due metri e mezzo mentre non era affatto così”. La presenza di Dio infuse nuova vita nei Black Sabbath – che stavano sfiorendo durante la fine degli anni Settanta – e portò a nuovi pezzi incredibili come la regale “Heaven and Hell”, la risoluta “Neon Knights” e la drammatica “Die Young”. Dio era un paroliere e perciò destinato ad alleviare la pressione sul bassista Geezer Butler, e nel frattempo diede alla band una maestosità senza precedenti. All’improvviso, il gruppo si ritrovò con una generazione completamente nuova di fan, troppo giovani per ricordare l’era originale targata Ozzy dei primi anni Settanta. “Tutti avevano quel disco”, ha dichiarato Hetfield. “Tutti suonavano delle cover con le proprie garage band, compreso me. ‘Neon Knights’ era tipo l’inno della scuola”. I Black Sabbath continuarono a suonare per decenni, con un’interminabile parata di cantanti, ma non riuscirono più a ricatturare lo spirito ringiovanito di Heaven and Hell. A.G.

36. “Women and Children First”Van Halen (1980)

Con un potente piano elettrico, una portata abbondante di chitarre pirotecniche e lo spensierato sarcasmo di David Lee Roth (“Hai visto i voti che ha preso?”) nel pezzo di apertura “And the Cradle Will Rock … “, i Van Halen aggiunsero un tocco amplificato alla loro tipica estetica party-metal nell’album Women and Children First. La band, che Eddie Van Halen voleva originariamente chiamare “Rat Salad” come un pezzo dei Black Sabbath, all’inizio era stata tacciata di usurpare proprio il trono dei Sabbath nel 1978 quando aprì per i progenitori del metal in tour, andando di pari passo con i propri antenati in pezzi da novanta come “Ain’t Talkin’ ‘Bout Love” e l’incredibile assolo di Eddie in “Eruption”, che ispirò generazioni di giovani chitarristi. Nel 1980, i Van Halen erano diventati l’attrazione principale negli stadi con un sound più duro e metallico, senza perdere nulla della propria leggerezza. “La musica è cresciuta e si è evoluta ma non è maturata”, disse Roth in un’intervista promozionale per l’album. Women and Children First a quel punto era l’album più heavy dei Van Halen, grazie al drumming tribale e al fragore chitarristico di “Everybody Wants Some!!”; la qualità predatoria a tutto basso di “Fools” e dell’interludio “Tora! Tora!”; lo scoppiettio tecnico di “Romeo Delight” e “Loss of Control”; l’espressionismo chitarristico di Eddie in “Take Your Whiskey Home”, in mezzo a momenti acustici più leggeri. Per tutto il disco, Roth – il più grande giullare del rock – imperversa con i suoi scatti, urli e toni da buffone, cosa che ridurrà nel successivo LP del gruppo, il più cupo Fair Warning. Il tutto culmina con “In a Simple Rhyme”, una traccia a più movimenti che contiene il meglio di tutto ciò che i Van Halen offrirono nei loro primi anni – chitarre pacchiane, momenti più delicati e riff metal, oltre alla capacità di Roth di manifestare il suo spirito da persona qualunque (“”Ain’t love grand when you finally hit it?/I’m always a sucker for a real good time”, “Non è meraviglioso l’amore quando lo raggiungi?/Ho sempre avuto un debole per il divertimento”), catturando l’ethos spensierato del metal mainstream degli anni Ottanta alla perfezione. K.G.

35. “Kill ‘Em All”Metallica (1983)

I Metallica forgiarono un nuovo sottogenere metal nei primi anni Ottanta, combinando la velocità dei Motörhead con gli intricati arrangiamenti di gruppi della nuova ondata dell’heavy metal britannico come Diamond Head e Venom, creando uno stile perfetto per l’headbanging noto come thrash. Il loro primo LP, Kill ‘Em All, è il punto di partenza per il genere: nove pezzi rock spacca-culi creati ad hoc per scuotere i cervelli, serviti con un assolo di basso. Quasi trent’anni dopo, “Whiplash” con il suo milione di note al secondo descrive ancora al meglio ciò che la band stava cercando di otttenere: “There’s a feeling deep inside that drives you fucking mad … /Adrenaline starts to flow, you’re thrashing all around, acting like a maniac – whiplash!, (“C’è un sentimento dentro che ti porta alla pazzia … /L’adrenalina inizia a scorrere, metti tutto a soqquadro come un pazzo – colpo di frusta!”). Il frontman James Hetfield e il batterista Lars Ulrich avevano scritto e ripreso molte delle canzoni dai loro primi demo insieme al chitarrista originario Dave Mustaine (ora nei Megadeth) e, sull’LP, i riff seghettati di “The Four Horsemen”, la batteria sincopata di “Jump in the Fire” e la sferragliante “Metal Militia” fuoriuscivano dalle casse con un suono fresco. Questi pezzi ispirarono band come Slayer ed Exodus a condurre il thrash in territori più grezzi e veloci. Tuttavia le immaginative linee di basso di Cliff Burton, simili a delle chitarre – sentite il wah-wah in “(Anesthesia) Pulling Teeth” – e gli assoli appassionati di Kirk Hammett resero Kill ‘Em All più che un semplice test della velocità: si trattava di un nuovo modo di vivere. “Fu solo quando lo risuonammo nel 2013 che mi accorsi della coesione di Kill ‘Em All”, disse Lars Ulrich nel 2016. “Era veloce, certo, ma è più semplice di così; le canzoni sono un po’ più lunghe ma non così progressive. È tutto un mondo a parte”. K.G.

34. “Master of Reality”Black Sabbath (1971)

Dopo aver inciso quelli che erano più o meno i loro live set in studio nei primi due dischi, con Master of Reality i Black Sabbath si ritrovavano ad affrontare una sfida particolare: scrivere un album. Come per i predecessori, assoldarono il produttore Rodger Bain, il quale li incoraggiò a creare un suono che fosse sia subdolo che diretto. Il batterista Bill Ward suonò i timbales nella pulsante “Children of the Grave” e la canzone risultò molto più funky. Nel frattempo, il chitarrista Tony Iommi prese delle derive noise nell’outro di quel pezzo, suonò il flauto nella ballata “Solitude” e i sintetizzatori in “After Forever” (che tra l’altro potrebbe essere il primo pezzo di metal cristiano, grazie al suo paroliere principale, il bassista Geezer Butler). Accordò anche la sua chitarra in basso in determinate canzoni per rendere il lavoro più facile alle sue dita, alcune delle quali rimaste prive di polpastrelli in seguito ad un incidente industriale avvenuto in precedenza, ottenendo così uno dei riff più pesanti della storia del metal in “Into the Void”. Riuscì comunque a realizzare un classico in chiave standard: “Sweet Leaf”, il primo inno stoner-metal, con Ozzy Osbourne che canta “Come on now, try it out” (“Coraggio, provalo”) mentre all’inizio si sente Iommi che tossisce pesantemente per via di uno spinello prima di lanciarsi in un riff così poderoso che sembra collassare su se stesso. “Ero fuori a registrare una cosa acustica, e Ozzy mi portò uno spinello”, disse una volta Iommi. “Feci un tiro e quasi mi strozzai, e loro stavano registrando”. La pressione da parte dei colleghi non ha mai avuto un tono così pesante. K.G.

33. “Countdown to Extinction”Megadeth (1992)

Negli anni Novanta, le band thrash si stavano allontanando dai ritmi a rotta di collo e il doppio tempo per sperimentare di più con riff radiofonici che suonavano quasi hard rock, ma con un piglio più incisivo. Sebbene l’ombra dell’indimenticabile Black Album dei Metallica si allungasse sull’intero genere dopo la sua pubblicazione nel 1991, Dave Mustaine e i Megadeth semplificarono il loro sound senza sembrare imitatori. Bilanciando accessibilità e reputazione da duri tipica del thrash con impressionante abilità, Countdown to Extinction era meno complesso dei loro precedenti LP, il virtuoso Rust in Peace, eppure sembra un’evoluzione naturale di quel disco. L’urlo “Symphony of Destruction” rimane il gancio più formidabile mai scritto dal frontman Mustaine, un meritato successo crossover, ma la caratteristica miscela dei Megadeth di riff, assoli e ritmi eseguiti alla perfezione dominano gran parte del disco. Come illustrato dal folle psicodramma “Sweating Bullets”, l’intensa “Skin O’ My Teeth” e l’elaborata title track, Countdown fu un perfetto album Numero Due su Billboard. Il successo portò Mustaine a cimentarsi ulteriormente nel comporre rock accessibile, cosa di cui si sarebbe successivamente pentito dopo essere incappato in qualche passo falso nel 1999 con Risk. “Countdown arrivò alla seconda posizione nella classifica Billboard, per cui pensammo, “Wow, fantastico”, disse una volta Mustaine. “Stavamo iniziando a trovare una direzione. Pensavano sarebbe stato grandioso. Saremmo stati circondati da gente dell’industria musicale dotata di credibilità. E così facemmo, ma non funzionò. E poi capisci che la gente dotata di credibilità non ha sempre ragione”. A.B.

32. “Sabotage”Black Sabbath (1975)

Nel 1975 i Black Sabbath erano in cattiva forma, devastati dall’abuso di sostanze e nel mezzo di un’ardua battaglia legale contro il loro ex manager. “Eravamo in studio a cercare di registrare, e ci ritrovavamo a firmare tutti questi affidavit e roba così”, ha detto una volta il bassista Geezer Butler in merito alla gestazione del loro sesto LP di cattivo auspicio. “Ecco perché è intitolato Sabotage: ci sentivamo come se l’intero processo fosse stato completamente sabotato da tutte le persone che ci fregavano”. Stranamente, lo stato smunto e decadente della band non fece altro che dare alla musica un ulteriore spessore psicologico. Anche se manca la chiarezza dei loro primi classici, Sabotage catturò una disperazione ineguagliata in tutti gli altri dischi dell’era Ozzy. Il frontman non si frena in nulla, lacerandosi la gola nella pesante apertura di “Hole in the Sky” e impersonando il narratore mentalmente frastornato di “Megalomania”. Tony Iommi sale in cattedra con alcuni dei suoi riff più sporchi di sempre in “Symptoms of the Universe – un chiaro precursore del thrash metal – mentre epiche simil-suite come “The Thrill of It All” col suo accento sintetico e “The Writ” (ispirata al contenzioso citato prima) fanno sì che la band lasci la propria impronta forsennata sul prog. Col senno di poi, la strana distesa di Sabotage preannunciò l’eventuale declino dei Sabbath originali, ma potrebbe essere il full-length più minaccioso e accattivante che abbiano mai realizzato. H.S.

31. “Seasons in the Abyss”Slayer (1990)

Sebbene non fosse il tipo di disco destinato a definire un genere o a mutare il panorama come Reign in Blood del 1986, il quinto LP degli Slayer, Seasons in the Abyss del 1990, in realtà potrebbe essere l’album più a fuoco dall’inizio alla fine che la band abbia realizzato finora. Seasons combinò senza sforzo l’aggressione thrash dei loro primi lavori con la spavalderia dannata di South of Heaven del 1988. Tematiche di violenza, morte e sangue permeavano i testi di canzoni come “War Ensemble”, “Expendable Youth”, “Hallowed Point” e soprattutto “Dead Skin Mask” – la meditazione ispirata da Ed Gein che resta la canzone da serial-killler degli Slayer quintessenziale – mentre il bassista Tom Araya, il batterista Dave Lombardo e l’irraggiungibile duo alle chitarre formato da Kerry King e Jeff Hanneman uguagliarono quella intensità in pezzi che oscillavano tra il frenetico (“Born of Fire”) e il sinistramente atmosferico (la title track, per la quale la band avrebbe rilasciato un video evocativo ambientato ai piedi della Sfinge). “Volevamo solo continuare ad essere gli Slayer”, disse una volta King. “C’erano un sacco di band che avevano costruito intere carriere copiando ciò che avevamo fatto e volevamo mostrare a tutti che potevamo ancora farlo meglio noi”. D.E.

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