I 20 migliori album del 2018… finora

Da Cardi B a Janelle Monae, dai Beach House a David Byrne, ecco le scelte della redazione di Rolling Stone USA tra i dischi usciti nella prima metà dell'anno

Kendrick Lamar


20. “Things Have Changed” Bettye Lavette

Ci sono molti trucchi e magie in Things Have Changed di Bettye Lavette: metà delle 12 tracce riportano in vita canzoni pubblicate da Bob Dylan nel periodo tra il 1979 e il 1989, le altre contribuiscono a rinforzare la sua leggenda. Il groove costruito dal produttore e batterista Steve Jordan ha sia la precisione dei loop di batteria dell’hip-hop che l’adattabilità delle basi classiche dell’R&B. Musica basata sulla tradizione che stende l’eredità artistica da cui prende ispirazione.

19. “Tell Me How You Really Feel” Courtney Barnett

Tell Me How You Really Feel è più noise e molto più arrabbiato dell’album di debutto del 2015 di Courtney Barnett, che qui sfodera una nuova serietà insieme al suo tipico sarcasmo e alle osservazioni ironiche sul mondo. Parafrasa addirttura Nelson Mandela “Si dice / Che nessuno nasce odiando / E’ una cosa che impariamo lungo il cammino”, alla fine
di Hopefulssness una specie di pezzo motivazionale post-punk che parte delicato, quasi sognante e finisce con un ringhio, con le chitarre intrecciate in un glorioso suono noise che alla fine si nascondono con un tocco comico dietro al fischio di un bollitore. Un tocco alla Courtney Barnett perfetto.

18. “Firepower” Judas Priest

Ora che i Black Sabbath hanno completato il loro ultimo tour, i Judas Priest sono diventati la band più longeva della prima ondata di heavy metal britannico e a giudicare dal suono del loro diciottesimo Lp, Firepower, prendono la cosa molto sul serio. Un album in cui la band dimostra di essere in piena forma e sferza l’ascoltatore con 14 pezzi quasi tutti veloci e un suono assetato di sangue che richiama i loro classici.
I pezzi migliori dell’album, Flame Thrower e Evil Never Dies sono pulsanti, con un ritmo da headbanging, duelli di chitarre e la voce di Rob Halford ancora in grado di alternare in modo sorprendente grida penetranti e ululati gutturali. I Judas Priest compiranno 50 anni nel 2019, ma non sembrano per niente stanchi.

17. “Whistle Down the Wind” Joan Baez

L’incandescente voce da soprano vibrante si è ridotta ad un contralto oscuro dopo mezzo secolo di attivismo politico e musica. La cosa da ricordare dell’ultimo album di Joan Baez, che arriva dopo la sua meritata introduzione nella Rock and Roll Hall of Fame è quanto il suo lavoro sia sempre inconfondibile. Joan Baez, 77 anni, non ha scritto le canzoni di questo album, scegliendo tra una serie di pezzi in cui si ritrovava di Tom Waits, Kathleen Brennan, Josh Ritter e altri. L’atmosfera è riflessiva e autunnale. Silver Blade di Josh Ritter è una favola per l’era di #MeToo e richiama uno dei suoi primi pezzi, Silver Dagger e in Last Leaf (dall’album di Tom Waits Bad as Me del 2011), l’icona della canzone americana fa notare che: “Sono in giro dai tempi di Eisenhower / E sono sopravvissuta persino a lui” prima di affermare che rimarrà in giro “per sempre, attraverso le canzoni”.

16. “God’s Favorite Customer” Father John Misty

Le ballad per pianoforte, l’incanto del suono pop barocco, i testi estremamente personali: il quarto album di Josh Tillman nei panni dell’icona dark retro Father John Misty suona spesso come se fosse stato fatto 40 anni da un altro musicista di nome John Lennon. Quello che rende God’s Favorite Customer qualcosa di più di un omaggio è il candore con cui Tillman riflette sul prezzo da pagare per la sua arte e la vita in tour in termini di integrità mentale.

15. “What a Time to Be Alive” Superchunk

Questi quattro musicisti liberal del North Carolina che suonano insieme dal 1989 hanno scritto tutte le canzoni di questo album in fretta nel periodo tra le elezioni americane e il febbraio del 2017 e sono riusciti a creare una mezz’ora perfetta di punk al vetriolo. Il tema è lo stesso del loro album Majesty Shredding del 2010 ovvero la maturità e il senso di responsabilità. L’esempio è Break the Glass, uno dei loro migliori singoli in assoluto, in cui McCaughan canta: “Tutti fanno finta di essere normali ma nessuno riesce a dormire la notte.”

14. “All Nerve” The Breeders

Il quinto album delle Breeders è una raccolta di momenti cinematografici: nascondersi, gridare in mezzo ad un prato, scappare verso l’uscita. È questa la vita di Kim Deal, mente geniale del rock con in mano una polveriera di melodie agrodolci ed emozioni forti sempre pronte ad esplodere, anche se spesso si è ritrovata senza una band con cui accendere la miccia. La spinta e il dinamismo drammatico di questo album si devono soprattutto al ritorno della line-up che ha registrato il gioiello alt-rock Last Splash nel 1993, ovvero sua sorella gemella Kelley Deal, la bassista Jospehine Wiggs e il batterista Jim McPherson. Nei primi due pezzi Nervous Mary e Wait in the Car le Breeders vanno in cerca di una preda, mentre le voci delle due gemelle, la chitarra di Kim e la sezione ritmica attorcigliata su sé stessa creano un’atmosfera quasi da film noir inquieta e piena di ombre post-punk.

13. “Restoration: Reimagining the songs of Elton John and Bernie Taupin” AA. VV.

Un disco che è una vera rivelazione. Artisti esordienti come Maren Morris e leggende come Dolly Parton scavano in cerca dei pezzi meno conosciuti di Elton John per rivelare nel suo repertorio un filone di malinconia molto country. Miranda Lambert reinterpreta in modo tempestoso My Father’s Gun, Don Henley e Vince Gill tirano fuori tutto il pathos da Sacrifice, uno dei pezzi d’amore più belli di Elton, con un testo in cui Bernie Taupin parla del suo divorzio e l’album si conclude con Willie Nelson che canta con il suo stile epico e tranquillo Border Song. Una leggenda del 20esimo secolo che ne accoglie un’altra nell’Olimpo della musica.

12. “DAYTONA” Pusha T

Il terzo album di Pusha T è anche il migliore, un portento di precisione musicale lungo 21 minuti registrato in collaborazione con Kanye West in cui niente è lasciato al caso. Come sempre Pusha si presenta come il veterano degli spacciatori con esperienza da vendere, che sa come spingere il suo prodotto tra i consumatori. “Le mie previsioni del tempo dicono neve / come quelle di Al Roker” dice nella opening track If You Know You Know sostenuta da canti in stile raggamuffin e ritmi dancehall digitali costruiti su un campione degli Air, non gli Air francesi che fanno elettronica, ma una sconosciuta band hard rock anni ’70 di Ypsilanti, Michigan. È un’arroganza che ha mantenuto nel corso di una carriera iniziata alla fine degli anni ’90 con il talentuoso duo Clipse formato insieme a suo fratello Malice (che oggi è un cristiano rinato che rappa con il nome di No Malice), che qui serve a riaffermare il suo ruolo di puro MC.
In altre parole, Pusha T non è uno spacciatore che taglia la cocaina dei suoi testi con riempitivi pop.

11. “7” Beach House

L’album più raffinato dei Beach House, Depression Cherry del 2015, ha sollevato la questione di come potessero superarlo, a meno di trovare un team di scienziati quantici in grado di sviluppare un set di effetti e riverberi ancora più inebrianti. 7 è il tentativo dei Beach House di evolvere il loro suono, l’album meno introverso che abbiano mai fatto. Vi farà andare lo stesso fuori di testa se lo ascoltate con le candele accese e le cuffie, ma per la prima volta i Beach House sembrano una band che ti viene voglia di ascoltare ad una festa dove c’è più di una persona.

10. “Last Man Standing” Wille Nelson

Appena un anno dopo God’s Problem Child, Willie Nelson torna a 84 anni con Last Man Standing, l’ultimo di una serie di riflessioni musicali create insieme al produttore Buddy Cannon. Nei brani di God’s Problem Child come Old Timer e True Love, Willie guardava la morte allo specchio, in questo disco invece Willie è un profeta dell’honky-tonk che ironizza sul passare del tempo con meditazioni piene di humour, su una musica rassicurante che fonde insieme swing Western e roadhouse blues. Un album in cui Willie Nelson continua a trasformare il suo nono decennio di vita in una canzone country piena di ricordi, rimpianti e resilienza.

9. “American Utopia” David Byrne

Grazie all’aiuto di un vecchio compagno (Brian Eno, che fornisce i beat) e di nuovi collaboratori come Daniel “Oneohtrix Point Never” Lopatin e produttore di Sampha/XX Rodaidh McDonald, American Utopia è l’album più esaltante che David Byrne abbia fatto da anni a questa parte. L’equilibrio tra luce e ombra è particolarmente efficace in Bullet e in Everybody’s Comin’ to My House, un pezzo che sembra una specie di fantasia sul rapimento di un agorafobico.

8. “The Tree of Forgiveness” John Prine

Nonostante la sua musa fosse sempre meno presente, Prine ha continuato a fare musica per 50 anni e con The Tree of Forgiveness firma il suo primo album di pezzi originali da oltre un decennio. Dopo l’intervento del 1998 al collo per rimuovere un carcinoma e un altro per un cancro ai polmoni nel 2013, la sua voce è diventata scricchiolante come un vecchio pavimento di legno in inverno, ma ovviamente è perfetta per la riflessione sul tema della morte di When I Get to Heaven, un insieme di battute sferzanti, sentimentalismo e senso di vuoto incombente. Esattamente quello che intendeva dire il suo grande fan Bob Dylan (che si è offerto di salire sul palco per accompagnarlo con l’armonica al suo primo concerto a New York nel 1971) quando ha descritto la sua scrittura come: «Puro esistenzialismo Proustiano. Viaggi mentali del Midwest al massimo livello».

7. “Vibras” J Balvin

Balvin guida una nuova generazione di star latine che possono superare le barriere tra i generi musicali senza dimenticare le proprie radici, un’evoluzione interessante in un’epoca in cui si parla di costruire muri. Il video di Mi Gente, un pezzo che ha lo stesso titolo del pezzo più famoso della leggenda della salsa (ed eroe di Balvin), Hector Lavoe ha raggiunto fino ad ora la cifra di 1,8 miliardi di visualizzazioni su YouTube e ha avuto persino un remix con un cameo di Beyoncè, che ha invitato Balvin sul palco durante il suo epico concerto al Coachella. La produzione è del francese Willy Williams che accompagna Balvin nel pezzo, scritto insieme a Dj Assad e al cantautore e ballerino svedese di origine congolese Mohombi. Con la sua internazionalizzazione del reggaeton e l’atmosfera chill-out vicina alla dub, Mi Gente è il primo pezzo di Vibras e getta le basi per il suono di tutto l’album.

6. “Golden Hour” Kacey Musgraves

Può capitare di non riconoscere la cowgirl ribelle amante dell’erba di Follow Your Arrow in questo album sognante di pop easy-listening, molto poco in linea con il genere country. Con l’aiuto di un dream-team di autori di Nashville (Natalie Hemby, Hillary Lindsey, Luke Laird e Shane McAnally) e dei suoi nuovi collaboratori Ian Fitchuk e Daniel Tashian, la nuova Musgraves cambia stile e sussurra canzoni d’amore come la svenevole title-track o Butterflies. Questo non vuol dire che abbia perso il suo senso dell’umorismo: “Luci del nord nel nostro cielo / Pianta il raccolto e apri la tua mente” canta in Oh, What a World con un intro in vocoder che luccica in lontananza in mezzo al suono allegro di un banjo. Chi avrebbe mai detto che il robot rock e il genere Americana potessero andare d’accordo?

5. “Sr3mm” Rae Sremmurd

Un disco di 27 canzoni originali non è esattamente quello che ti puoi aspettare da un duo hip-hop orientato verso il pop che ha avuto la sua prima hit appena quattro anni fa. Ma se altre recenti maratone musicali (per noi ingiustificate) come Culture II dei Migos assomigliano più a sequenze di algoritmi per lo streaming che ad opere d’arte, Sr3mm non stanca mai. Il predecessore spirituale di questo progetto, Speakerboxxx/The Love Below degli Outkast ha segnato l’inizio
della fine della collaborazione tra Andrè 3000 e Big Boi. Le svolte soliste di Swae e Jximmi invece sono piene di promesse, e non c’è niente che possa superare l’elettricità che sprigionano quando sono insieme.

4. “Camila” Camila Cabello

Camila Cabello era la migliore della Fifth Harmony, ma il gruppo non era destinato a durare a lungo e lei lo ha lasciato in una delle separazioni più incasinate nella storia del pop degli ultimi anni. Il suo debutto solista è una dichiarazione di intenti, suadente e delicato anche quando è intriso dei ritmi delle sue origini messicane e cubane. Il pezzo forte dell’album è la mega-hit del 2017, Havana, in cui viaggia sulle note di un groove di piano bollente di Young Thug. Camila è un album di pop raffinato che arriva dritto al punto, con solo dieci canzoni che non superano i tre minuti e senza ospiti famosi o produttori di grido.

3. “Invasion of Privacy” Cardi B

L’atteso debutto della regina del Bronx è ancora meglio di quello che ci aspettavamo. Un vorticoso giro sul Pianeta Cardi, un posto di donne guerriere che regnano incontrastate e si prendono una pausa solo per puntare un tacco Louboutin alla gola dei rivali. Cardi espande lo stile sfacciato di Bodak Yellow (una delle hit pop più gloriose di questo secolo) e lo sparge su tutte le tracce di Invasion of Privacy. Come dichiara nel fantastico pezzo di apertura Get Up 10: “Ho cominciato a dire quello che penso e ho triplicato la mia visione / Sono una stronza vera, l’unica cosa finta sono le tette”.

2. “Black Panther: the Album” AA. VV.

La colonna sonora di Black Panther era attesa con ansia almeno quanto il film. Non è una sorpresa perché al timone c’è un artista come Kendrick Lamar, pop star di primo livello e impareggiabile poeta dell’era Black Lives Matter in grado di attraversare diverse categorie della cultura contemporanea. La tentazione è quella di paragonare Black Panther a Superfly di Curtis Mayfield o Trouble Man di Marvin Gaye, due classici del genere blaxploitation che hanno rappresentato al massimo la consapevolezza sociale e lo spirito musicale innovativo ed avventuriero dei primi anni ’70. L’analogia però non è del tutto corretta, perchè Lamar ha coprodotto l’album, ha scritto tutte le 14 canzoni e appare in tutte come solista o in forma di cameo, ma ha un ruolo che è puramente del 21esimo secolo, quello del curatore musicale e lo svolge riunendo vecchi amici di Los Angeles (Schoolboy Q, Ab-Soul), hitmaker del southern rap (Future, Travis Scott), nomi di punta del genere nu-soul (The Weeknd, Anderson.Paak) e altri artisti meno conosciuti, tra cui un gruppo di musicisti Sudafricani con una presenza consolidata nel mercato americano.

1. “Dirty Computer” Janelle Monae

Pubblicato insieme ad un film dallo stesso titolo (come Purple Rain) e con un suono che affronta l’apocalittica situazione politica attuale senza rovinare la festa (come 1999), Dirty Computer è una cannonata pop radicata nel presente che pesca rispettosamente nel passato. Un capolavoro “Sexy M-Fucker”: originale, ingegnoso, ambizioso, determinato, gioioso e stimolante, come Lemonade di Beyoncè o To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar.