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I 100 migliori batteristi di tutti i tempi | Da 49 al numero 1 | Da 100 a 50

Ovvero la nostra grande occasione per dare qualche riconoscimento a quelli che danno alla musica le sue fondamenta e la giusta spinta

Foo Fighters, Dave Grohl, Bologna, 13 novembre 2015 - Foto di Massimiliano Donati

Foo Fighters, Dave Grohl, Bologna, 13 novembre 2015 - Foto di Massimiliano Donati

49. Vinnie Colaiuta

“Prima di vedere lui, riuscivo a capire tutto,” ha detto il batterista dei Devo Josh Freese a Drum! “È stato il primo di cui, pur osservandolo da vicino, non avevo idea di cosa stesse facendo.” A sentire l’esigentissimo Frank Zappa, Vinnie Colaiuta si è guadagnato il primo posto nel creare poliritmie che accompagnassero i suoi estemporanei assoli di chitarra — basta sentire i complicati scambi tra chitarra e batteria in Shut Up ‘n Play Yer Guitar per averne la prova. Ma Colaiuta è anche un maestro di sobria finezza, richiesto da tantissimi da Herbie Hancock a Joni Mitchell a Sting. “Non stai lì per sfoggiare qualche cazzata o per metterti al centro dell’attenzione,” dice del proprio mestiere. “Sei lì per andare di pari passo [con gli altri] ed essere una parte [del tutto].”

48. John “Drumbo” French

John “Drumbo” French sì unì alla Magic Band di Captain Beefheart nel 1966, portando con sé uno stile poliritmico che faceva largo uso dei tom e sarebbe divenuto parte integrante del gruppo tanto quanto il roco blues modernista di Don Van Vliet. French è stato il direttore musicale del capolavoro d’avanguardia della Magic Band, Trout Mask Replica, uscendone però amareggiato. “Mai tante persone avevano lavorato così sodo e per così poco,” ha detto French delle sessioni in cui era stato prodotto l’album, aggiungendo, “Non ho mai ricevuto un centesimo.” Durante l’incisione di Replica, una visita di gruppo ad un’esibizione di Dalì cambiò il suo modo di concepire la batteria e ispirò l’inclinazione di French per la superimposizione ritmica. Lo stile di Drumbo si raffinò ulteriormente in Lick My Decals Off, Baby, album successivo del 1970, e forse il miglior esempio su disco del suo stile sferragliante e caotico ma allo stesso tempo ferocemente controllato. Più tardi, French si trovò a capo di una Magic Band tutta sua, proiettando lo stile canoro del Capitano in una strana sorta di contrappasso per il suo primo tumultuoso ingaggio.

47. Dave Lombardo

Dave Lombardo, cubano dalla velocità diabolica, si guadagnò il soprannome “A.D.Dave” da parte degli altri Slayer dopo aver tenuto senza sforzo il ritmo con pezzi scatenati come Angel of Death – che tocca 210 b.p.m. Ed include uno dei break alla batteria più stupefacenti del metal – e “War Ensemble,” tutto mentre accennava un jazz latino swingheggiante. Tensioni all’interno della band l’hanno portato a lasciarla per poi rientrare un paio di volte (al momento suona con i Dead Cross), ma queste fluttuazioni gli hanno permesso di confrontarsi con gli avanguardisti dell’art-metal Fantômas, il famoso compositore/provocatore John Zorn, trip-hop leader DJ Spooky e l’artista visuale Matthew Barney. “È un caffeinomane,” ha detto una volta l’ex collega di Lombardo negli Slayer Kerry King. ” È sempre in agitazione. Non riesce a stare fermo.”

46. Dave Garibaldi

Con i Tower of Power, l’elegante filtrazione di David Garibaldi ha contribuito ad allargare il pubblico degli esperimenti ritmici di James Brown al volgere degli anni ’70, e la sua arguzia ritmica è stata un elemento chiave nella creazione della hit What is Hip? dell’ensemble soul-funk della Bay Area “Fu una sua idea quella di far suonare a Rocko [Prestia] quelle note da un sedicesimo sul basso,” ha detto il leader dei Tower of Power Emilio Castillo. ” È questo che ha dato la spinta alla canzone.” La conferma che le parti alla batteria di Garibaldi erano orecchiabili tanto quanto i caratteristici fiati jazz e le vocalità R&B dei Tower of Power giunse quando l’hip-hop cominciò ad allargare i suoi break negli anni ’80 — [Garibaldi] emerge di continuo in Paul’s Boutique dei Beastie Boys, per cominciare. Garibaldi è stato anche un’influenza formativa sul batterista dei Red Hot Chili Peppers Chad Smith, che ha detto “le sue percussioni … mi hanno portato ad altri livelli.” Il “Funky Drummer” Clyde Stubblefield definì una volta Garibaldi “il mio preferito,” esclamando “Lui sì che aveva funk!”

45. Billy Cobham

All’inizio degli anni ’70, Billy Cobham pose un nuovo standard per il fusion drumming, sposando un’incredibile agilità da jazzista ad una schiacciante potenza rock. Il batterista originario di Panama comparve nell’innovativo Bitches Brew di Miles Davis e, più notevolmente, in A Tribute to Jack Johnson, dove il suo interplay con il chitarrista John McLaughlin pose le basi per ciò che i due avrebbero costruito insieme nella Mahavishnu Orchestra. L’influenza di Cobham andava ben oltre il jazz: i contemporanei prog come Bill Bruford dei King Crimson seguiva con attenzione le sue imprese, batteristi più giovani come Danny Carey dei Tool imparavano da lui, e persino Prince suona una cover di Stratus di Cobham in concerto. Non c’è forse un fan più grande di Phil Collins, che ha definito Inner Mounting Flame dei Mahavishnu un’influenza chiave del suo primissimo stile. “In quel disco Billy Cobham ha eseguito uno dei migliori esempi di percussionismo che abbia mai sentito,” ha detto.

44. Jerry Allison

Jerry Allison fu il primo collaboratore di Buddy Holly, una delle pietre miliari più durevoli che esordì come un duo di chitarra e percussioni. Il batterista dei Crickets non collaborò solo alla stesura di That’ll Be the Day, ma convinse l’amico a cambiare il titolo di Cindy Lou a Peggy Sue, nome di una donna che Allison sperava di colpire all’epoca. Tuttavia, il contributo più importante del batterista a questo pezzo fu sul piano ritmico: l’originale beat cha-cha non funzionava, ma tra una prova e l’altra il produttore Norman Petty sentì Allison eseguire un rudimento classico delle percussioni conosciuto come paradiddle e disse al batterista di suonare quello invce. Buddy Holly and the Crickets furono la prima band rock and roll ad usare lo studio di regisgrazione “come una combinazione tra laboratorio e parco giochi,” come detto dal fan Marshall Crenshaw, ed Allison era aperto a provare di tutto: in “Everyday” non fa altro che battere le mani sul grembo. In tributo a quell’astuto colpo di genio, Ringo Starr suonò su una valigia quando i Beatles incisero “Words of Love” di Holly.

43. Phil Collins

Prima di diventare uno dei cantanti pop più famosi degli anni ’80, Phil Collins era stato uno dei batteristi più avventurosi degli anni ’70, collaborando con elementi d’avanguardia come Brian Eno, il collettivo jazz fusion Brand X e, naturalmente, il virtuoso ensemble dei Genesis diretto da Peter Gabriel. Fu durante una sessione da solista di Gabriel verso la fine del 1979 che Collins creò la sua caratteristica tecnica del “gated snare”, presto imitata in tutto l’universo del pop, diventando parte fondamentale di infiniti pezzi degli anni ’80. La usò di nuovo in In the Air Tonight, una canzone che giunge al climax con quello che è forse il fill più famoso della decade. Dopo quel successo, Robert Plant, Eric Clapton e molti altri lo vollero in studio a suonare le percussioni per i loro album. A seguito del tour dei Genesis nel 2007 ha accusato seri danni ai nervi delle mani, rendendogli quasi impossibile anche solo afferrare le bacchette, un destino crudele per un musicista di grande influenza ed innovatività. “Amo le sue percussioni e non ho paura di ammetterlo,” ha detto il batterista dei Mastodon Brann Dailor. “Penso sia un fenomeno come batterista dei Genesis e ed anche sottovalutato. È un batterista grandioso e assolutamente completo.”

42. Bill Ward

Considerato il suo ruolo di batterista nella band che senza dubbio ha inventato l’heavy metal, è sorprendente pensare quale agile musicista sia sempre stato Bill Ward. Formatosi sui grandi del jazz come Joe Morello e Gene Krupa, il co-fondatore dei Black Sabbath ha portato un senso di elegante elasticità al cupo arrancare che caratterizzava la band agli albori (“Black Sabbath,” “Iron Man”). Invece di imitare i riff iconici del chitarrista Tony Iommi, ci danzava intorno — guardate lo shimmy dalla vena bebop che tira fuori a metà di “Electric Funeral” o i suoi break intermittenti sul tom-tom breaks in “Rat Salad.” E quando voleva – come nel prepotente groove in “Hand of Doom” — Ward possedeva tutto il funk di un qualsiasi batterista R&B. “Nei dischi hip-hop si potevano innumerevoli trovare sample di Bill,” ha osservato il batterista dei Rage Against the Machine Brad Wilk, un fan di Ward che, con riluttanza, l’ha sostituito nel 2013 per il disco di ritorno della band, 13. I successivi batteristi dei Sabbath, come il più dirompente Vinny Appice ed il più appariscente Cozy Powell, apportarono alle esibizioni una professionalità perfetta per l’arena ma non seppero mai riprodurre la danza genuina che Ward eseguiva dietro il kit, una delle tanti ragioni che rendono i suoi dissapori con gli altri membri originali dei Sabbath una tale delusione.

41. Carter Beauford

Uno dei membri fondatori della Dave Matthews Band, Carter Beauford è un batterista jazz che usa spesso chop ed un fan di Tony Williams con una sensibilità tutta pop. Sebbene la sua band ruoti intorno al groove, riempie persino i pezzi più popolari con lick complicati ed incredibilmente complessi – per esempio, dando a “Ants Marching” un’insolita sequenza di hi-hat prima di accentuare orchestralmente i colpi vocali di Matthews, aggiungendo un sofisticato lavoro di grancassa a “So Much to Say,” trattando “Dancing Nancies” come una second line che arriva dritto a casa di Stewart Copeland o usando due rullanti in “Two Step.” E, naturalmente, ci sono i live dove i suoi mostruosi assoli alla batteria esplodono in frenesie alla grancassa e le canzoni evolvono di notte in notte. “Ogni pubblico è diverso, perciò vogliano cercare di parlare direttamente a quel pubblico o di dare un messaggio diverso ogni volta che suoniamo,” ha detto Beauford a Guitar Center. “Se suoni la stessa cosa ogni volta, se ne accorgeranno tutti.”

40. Jack DeJohnette

Un pianista da quando aveva quattro anni, Jack DeJohnette non si dedicò alla batteria prima dei 18. Quell’inizio un po’ tardo non lo mise in svantaggio: una prima collaborazione con l’istituzione dell’avanguardia di Chicago che è l’Association for Advancement of Creative Musicians lo portò a suonare live con John Coltrane, ad una posizione del quartetto di Charles Lloyd in cima alle classifiche e poi ad una collaborazione con Miles Davis, quando il trombettista si stava preparando all’icona della fusion anni ’70 Bitches Brew. “Suonare con Miles fu fantastico, perché Miles adorava le percussioni,” ha spiegato DeJohnette a Jazz.com nel 2009. “Tutto nasceva dalle percussioni. Lui amava la box, era un grande fan della box, e credeva che le percussioni nel jazz avessero caratteristiche simili.” In qualità di bandleader e compositore, DeJohnette fonde tutto ciò che ha imparato — la sperimentalità affinata presso l’A.A.C.M., l’integrità di Coltrane, il groove da pugile di Davis — con il suo innato talento per creare pezzi memorabili.

39. Ramon “Tiki” Fullwood

“Cielo, quello è il foot drummer più tosto che abbia mai sentito,” ha detto Grady Thomas, vocalist nella crew doo-wop di George Clinton, i Parliaments, di Ramon “Tiki” Fulwood. La leggenda vuole che alla tenera età di 17 anni, Fulwood dovesse infilarsi di nascosto nei locali per suonare, e che in seguito Clinton dovette pregare sua madre per poterlo portare in tour. Il suo stile potente — insieme alla chitarra indomabile di Eddie Hazel — segnò la scomparsa dei completi eleganti nella band, portandola ad un miscuglio psichedelico che avrebbe cambiato il mondo. Quelle che sentite in inni sbarellanti come Maggot Brain sono le sue originalissime, potenti riprese — un’esecuzione dirompente ed estroversa che sarebbe poi divenuta fonte di tantissimi sample per i produttori di hip-hop producers. “Tiki era la quintessenza dello spettacolo, aveva potenza,” ha detto la madre di Hazel Grace. “Voglio dire, suonava quella roba come se si stessero innescando una miriade di bombe lì dietro.”

38. Jim Keltner

Jim Keltner è uno dei batteristi da studio più venerati, avendo posto le fondamenta per migliaia di registrazioni come Imagine di John Lennon, “Photograph” di Ringo Starr, e gran parte della produzione solista di George Harrison, ambo gli LP dei Traveling Wilburys, Full Moon Fever di Tom Petty, “Knockin’ on Heaven’s Door” di Bob Dylan e “Josie” degli Steely Dan; per non dire le collaborazioni con Harry Nilsson, Bee Gees, Pink Floyd, Randy Newman, Carly Simon, Joni Mitchell, the Pretenders, Fiona Apple e Oasis. Nato in Oklahoma, crebbe in a Pasadena, California e iniziò a lavorare da turnista negli anni ’60, lanciando una carriera che ha toccato praticamente ogni iterazione di pop e rock. Keltner è conosciuto per i solidi accompagnamenti, l’atmosfera alla mano, le sottigliezze da jazzista e la sua versatilità. “Reagisce a tutto quel che accade nel mondo della musica,” ha detto Leon Russell, che ha lavorato spesso con Keltner negli anni. Una caratteristica dello stile di Keltner è il suo atteggiamento calmo. “Negli anni molti mi hanno detto, ‘Non sembra che tu stia suonando mentre suoni,” ha detto una volta, aggiungendo, “Come per la chitarra, ci sono tantissimi modi diversi di suonare la batteria.”

37. Jeff Porcaro

Il batterista dei Toto Jeff Porcaro fu una costante presenza pop negli anni ’70, ’80 e ’90. Il suo agile lavoro di bacchette diede a “Beat It” di Michael Jackson gran parte della sua incisività, contribuì a far ribollire malinconicamente “I Keep Forgettin'” di Michael McDonald e creò il “Rosanna Shuffle” per l’omonimo grande successo della sua band. “Jeff aveva sempre un ruolo decisivo nel trasformare una canzone in un pezzo registrato,” ha detto a Rhytm il collega e fratello di Porcaro Steve nel 2013. “Era come afferrare lampi nello studio. Non ci si annoiava mai. … Inventava subito le parti migliori, come se avesse suonato quelle canzoni per anni.” Porcaro morì nel 1992, poco dopo il completamento dell’ottavo album dei Toto, Kingdom of Desire; aveva anche suonato in Human Touch di Bruce Springsteen, e si dice che abbia rifiutato un’offerta da un milione di dollari per una tournée con il Boss per poter suonare con la sua band ammiraglia.

36. Steve Smith

Pur avendo trascorso la maggior parte degli ultimi 30 anni girovagando nel circuito della jazz fusion e facendo da capo a varie drum clinic, dal 1978 al 1985 i chop sovrumani di Steve Smith hanno accompagnato i popolarissimi rocker Journey nei loro anni migliori – incluso il videogioco e tutto il resto. La sua parte nel classico ispiratore “Don’t Stop Believin'” è un’intricata sequenza open hand in cui suona il charleston con la sinistra mentre la destra si muove sul resto del kit. È eccezionale come la voce roca di Perry. “Ricordo l’ultimo episodio dei Soprano, quando partì ‘Don’t Stop Believin” dei Journey,” ha detto il batterista Peter Erskine a Drum! “Smith fa parte di una svolta importante nei media Americani…. E poi ecco Smith in un contesto diverso che suona Jo Jones sull’hi-hat! Quanti altri avrebbero potuto guidare una band in quel modo e suonare pure l’hi-hat?”

35. Fred Below
Prima dei Funk Brothers della Motown o gli M.G.’s della Stax, gruppi più sciolti di turnisti messi insieme dalle etichette diedero forma al sound R&B nella metà del XX secolo — tra questi erano artisti come Fred Below degli Aces, il cui lavoro elegante, forte eppure delicato, per la Chess Records di Chicago fu essenziale nel dare la spinta alla musica di Little Walter, Muddy Waters, Bo Diddley, Chuck Berry, e Howlin’ Wolf verso nuovi orizzonti. Dopo gli inizi come batterista jazz, dovette trovare la propria strada nel blues. “A rendere il blues affascinante era il fatto che fosse un genere poco familiare per me — e non lo insegnavano a scuola!” ha ricordato. “Perciò dovevo suonarlo in un modo che avesse senso per me.” Ascoltando “I’m Ready” di Muddy Waters o “School Days” di Chuck Berry, il range ed il tocco talentuoso di Below sono chiarissimi; senza fronzoli di alcun tipo, ha fomentato il motore electric-blues della Chess.

34. Mickey Hart e Bill Kreutzmann

Mickey Hart si unì al membro fondatore dei Grateful Dead Bill Kreutzmann nel 1967, facendo dei Dead uno dei primi ensemble rock con due batteristi. Nessun altra rock band ha portato oltre la simbiosi di percussioni. “Il linguaggio che condivido con Bill non ha parole,” ha detto Hart. “È un linguaggio del corpo, ammiccamenti e movenze… un linguaggio segreto che non sapremmo descrivere.” O come ha detto Kreutzmann: “Mickey sente più in uno staccato in sedicesimi dritti, mentre io tendi più ai punti di valore.” Hart utilizza inoltre il RAMU, il suo “Random Access Musical Universe” digitale, e il famosissimo “beam,” un “monocordo pitagorico” di 2 metri e mezzo circa con 13 corde. Nel 1979 i Dead avevano sostituito al loro pilastro stellare “Dark Star” quello che fu definito “Drums>Space,” un duetto di batterie che si è evoluto in un biglietto di libere improvvisazioni verso regioni musicali mai esplorate, portando l’avanguardia a legioni di fan per tutto il mondo.

33. Tony Allen

“È incredibile,” Tony Allen cita l’altro inventore dell’Afrobeat Fela Kuti, che avrebbe detto. “Con il modo in cui suoni non sarebbe neppure bisogno di un percussionista.” Una macchina del groove radicalmente poliritmica, questo innovatore Nigeriano-Ghanese ha aggiunto jazz e funk a generi locali dell’Africa occidentale come l’highlife, l’apala ed il mambo nigeriano. Allen suonava jazz a Lagos quando incontrò Fela, che lo ingaggiò come batterista e bandleader — prima nei Koola Lobitos e poi negli Africa 70 — dal 1965 al 1979, quando Allen se ne andò a causa delle “ideologie da dittatore” e le politiche fuorvianti di Fela. Fela ha ammesso che non ci sarebbe Afrobeat senza Allen, la cui influenza è arrivata a Talking Heads, Gorillaz ed infiniti artisti afro-fusion. Dopo aver lasciato Fela, Allen continuò a pubblicare envelope in varie collaborazioni ed ibride sintesi di assoli che definisce afrofunk. “Sono uno forte,” ammette. “Mi piace suonare la batteria nello stesso modo in cui… mi comporto nella vita.”

32. James Gadson

Pur essendo originario di Kansas City, è difficile immaginare un batterista più importante nella storia di Los Angeles di James Gadson. Raggiunse inizialmente la fama alla fine degli anni ’60 come membro chiave della 103rd St. Rhythm Band di Watts (famosa per “Express Yourself”) e poi con la band di Bill Withers, rimanendo indaffarato intanto come uno dei turnisti più prolifici della città. La sua mano ferma ha accompagnato tantissimi pezzi da “Dancing Machine” dei Jackson 5 “Happy People” dei Temptations a “I Want You” di Marvin Gaye. “Voglio dire, ha suonato in ‘Let’s Get It On.’ … Gadson incarna quel sound,” ha detto Jamie Lidell a Pitchfork. “Ogni volta che suono con lui, c’è una telepatia pazzesca come non l’ho mai sperimentata con altri musicisti. Lui mi guarda con un sorriso eseguendo quel dannato beat alla perfezione. E quando il finisce il pezzo, fa, ‘Ho seguito te!’ Non ha neppure una maledetta briciola di egocentrismo.”

31. Roger Hawkins

Jerry Wexler, produttore che ha coniato il termine “rhythm & blues,” definì Roger Hawkins “il più grande batterista al mondo.” Come tutti gli Swampers, nome con cui lui e tutti i suoi colleghi nella Muscle Shoals Rhythm Section erano affettuosamente conosciuti, Hawkins eccelleva nell’adattare il suo stile personale alle necessità di una sessione. Wilson Pickett tirò fuori il beat che desiderava per “Land of 1000 Dances” colpendo sulla propria gamba con le mani e Hawkins continuò da lì; Paul Simon cercava un incedere particolare per “Kodachrome” ed il batterista lo cristallizzò battendo su una confezione di nastro adesivo. L’intricato motivo ai piatti che Hawkins costruisce su “Chain of Fools” di Aretha, le pungenti sequenze funk che percorrono “I’ll Take You There” degli Staple Singers, la drammaticità sottile che sottende in “When a Man Loves a Woman” di Percy Sledge — tutto questo rende difficile non dare ragione a Wexler.

30. Clifton James

“Quando ho partecipato all’incisione di ‘Bo Diddley’ nel 1955, tutta la scena musicale ne fu cambiata,” ha detto l’eponimo chitarrista. “I ragazzi bianchi buttarono Beethoven nella spazzatura.” Sebbene l’anchoring a base di tom sia stato soprannominato “Bo Diddley beat,” il batterista Clifton James merita un eguale riconoscimento per aver dato vita a quel fragore proto-rock. Nato a Chicago con 13 fratelli, James imparò a suonare su sedie e lattine. Suonò nelle registrazioni delle grandi leggende blues di Chicago – Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Koko Taylor, Buddy Guy, Willie Dixon, Sonny Boy Williamson – ma il suo contributo più grande è stato come batterista di Diddley dal 1954 al 1970. “In realtà all’epoca l’idea per quel beat fu più di Clifton James che di Bo Diddley,” ha affermato Dixon. “Tra tutti i vari batteristi che Bo Diddley abbia mai avuto, nessuno l’ha mai soddisfatto come Clifton James…. Quando collaboravano, producevano qualcosa di così meraviglioso che alla fine l’uno non valeva senza l’altro.”

29. Carlton Barrett

Nulla ha un sound più autenticamente reggae dei rombanti tom-tom seguiti dalla schioccante grancassa di Carlton “Carlie” Barrett che hanno lanciato migliaia di pezzi. Probabilmente il musicista più influente della musica reggae, Barrett rese popolare il caratteristico ritmo “one drop” del genere nei Waiters e nella band da solista di Bob Marley. Il “Feldmaresciallo” e suo fratello bassista Aston “Family Man” Barrett rallentarono il ritmo rocksteady nei lenti, concentrati groove che andarono a definire le radici classiche del reggae. Il sound sobrio delle sue percussioni — udibile in pezzi come “Duppy Conqueror, “Soul Rebel” e “Small Axe” — e la terzina sul charleston fungevano da raggio traente per i suoi fan scatenati fino al suo omicidio avvenuto nel 1987, quando aveva 36 anni. “Siccome le percussioni risalgono ai giorni della schiavitù e all’Africa, [il genere] proviene da una storia ricca,” ha detto a Modern Drummer. “I batteristi reggae di talento fanno dell’atto di suonare un’esperienza spirituale.”

28. Carmine Appice

Un prezioso collaboratore ed un potentissimo battitore con uno stile inconfondibile, Carmine Appice ha letteralmente scritto il libro del percussionismo rock: il suo testo del 1972 The Realistic Rock Drum Method è una pietra miliare sin dalla prima pubblicazione. Appice si è fatto un nome verso la fine degli anni ’60 con l’eccentrico ensemble psichedelico Vanilla Fudge – influenzando un giovane John Bonham con i suoi dirompenti groove dal funk aggressivo – prima di passare ad un blues-rock più pesante con Cactus e Beck, Bogert & Appice. Ha esibito il suo range nella Rod Stewart Band di fine anni ’70, contribuendo arguti backbeat ed un’assistenza indispensabile nella stesura delle canzoni per successi come “Da Ya Think I’m Sexy.” (Si dice che Stewart chiamasse Appice “The Dentist” perché usava secondo lui “troppi fill [sinonimo con otturazioni in inglese NDT].”) Più di recente, si è tenuto occupato suonando in “Drum Wars” show con il fratello minore, altro percussionista d’elite dell’hard-rock, Vinny (Dio, Black Sabbath). Secondo Appice, alcune delle sue innovazioni più grandi derivarono dai limiti incontrati mentre suonava rock dal vivo nei suoi anni formativi: “Tutta la roba che abbiamo fatto tutti – la roba che mi si riconosce di aver iniziato, l’ho fatta per necessità,” ha detto Appice a Drum Magazine nel 2011. “Sono stato un pioniere nell’uso di batterie più grosse ed ho suonato con le impugnature delle bacchette già nei primi tempi. Ho fatto queste cose perché non esistevano i P.A. system.”

27. Dave Grohl

Le instancabili, potenti percussioni di Dave Grohl – forgiate nella scena punk anni ’80 di Washington, D.C. – erano i colpi perfetti per trasformare i Nirvana di Seattle da grunge band indipendente a icona dai molteplici dischi di platino. “Kurt mi aveva chiamato dicendo, ‘Ho il miglior batterista del mondo ora. Suona più forte e con più forza di chiunque abbia mai incontrato,'” ha detto il produttore di Nevermind Butch Vig al biografo di Grohl Martin James. “Ed io gli ho fatto, ‘Sì, come no.’ Ma aveva assolutamente ragione… Non c’erano microfoni [sulla batteria] in quella stanza eppure acusticamente si sentiva come se ci fossero gli amplificatori!” Grohl raffinò il suo stile unico nei sobborghi di D.C. suonando su cuscini con spesse bacchette per il rullante da banda musicale: “Per questo colpivo le percussioni con tanta forza,” ha detto a Spin nel 1997, “suonare sui cuscini, scendere e salire con quei maledetti colpi mentre ascoltavo Violent Pacification dei D.R.I. facevo tutto questo fino a quando le finestre della mia stanza si coprivano di condensa per il sudore nella stanza. Era come un esercizio fisico.”

26. Danny Carey

Reduce da uno scalognato ingaggio alla fine degli anni ’80 con l’innovativa band Green Jellÿ (sotto lo pseudonimo di Danny Longlegs), Danny Carey si unì nel 1990 alla futura valanga alt-metal dei Tool. Negli anni a seguire In the years since, the 6′ 5″ Kansas native si è imposto come erede naturale dei giganti del prog anni ’70 come Neil Peart e Bill Bruford, ed uno dei batteristi rock più ammirati della sua generazione. Lo stile di Carey combina un’ambizione cervellotica – ed un talento per poliritmie e misure insolite – con una forza che non accetta compromessi ed un’atmosfera fluida e naturale. “Non significa nulla se senti le percussioni che fanno acrobazie e basta,” dice. “Non voglio che la gente dica, ‘Questo qui sta andando a fuoco.’ Piuttosto vorrei sentir dire, ‘Questo mi ricorda dei Mori che scendevano in carica dai colli, o gli Scozzesi all’attacco con la testa in fiamme, totalmente nudi in pieno inverno.'”

25. Earl Palmer

Uno dei batteristi più registrati della storia, Earl Palmer fu un artista che definì il ruolo del sideman. Un lettore, improvvisatore, pocket player ed accompagnatore esperto, Palmer, di New Orleans, suonò in canzoni region-defining come “Good Golly, Miss Molly” di Little Richard, “I’m Walkin'” di Fats Domino e “Tipitina” di Professor Longhair. Dopo il trasferimento in California, divenne subito uno dei turnisti più ricercati. Come disse la collega nei Wrecking Crew Carol Kaye, “Earl dominava su tutti … era il più grande batterista che avessi mai sentito.” L’enorme quantità delle sue registrazioni sta a significare che i suoi ritmi hanno contibuito a definire il beat americano: “La Bamba” di Richie Valens, “Summertime Blues” di Eddie Cochran, “You’ve Lost That Lovin’ Feeling” dei Righteous Brothers e “You Send Me” di Sam Cooke sono solo la punta di un iceberg che include addirittura voci popolari come il tema dei Flintstones. “Quando il battito del rock & roll ti prende e non ti lascia, diventa il Big Beat,” ha detto Max Weinberg. “È così che fu quando Earl Palmer subentrò in ‘Lucille’ di Little Richard come se stesse usando delle mazze da baseball e prendendo a calci una grancassa di 9 metri e passa.”

24. Steve Gadd

Il batterista jazz inglese Pete Fairclough ha detto che Steve Gadd “non suona groove, scava una trincea.” Afferma che, al picco massimo della sua carriera nella sfera dei turnisti della New York anni ’70, suonava in tre sessioni al giorno, dando a dieci anni di rock un tono funk profondo e morbido. Le sue opere più conosciute sono il complesso andamento sincopato in”50 Ways to Leave Your Lover” di Paul Simon ed i rumorosi charleston con i fill mostruosi in “Aja” degli Steely Dan, ma Gadd ha infuso un groove vivace in centinaia di registrazioni tra cui il fenomeno disco Numero Uno “The Hustle” di Van MacCoy. “Tutti i batteristi vogliono suonare come Gadd perché suona perfettamente,” ha detto Chick Corea. “Ha portato un modo di pensare da orchestra e da compositore alla batteria possedendo allo stesso tempo una grande immaginazione ed un gran talento per lo swing.”

Elvin Jones

Nato nel 1927 in una famiglia di musicisti a Pontiac, Michigan, Elvin Jones rientrò in quella manciata di artisti che cambiarono la defizione di come debba operare un batterista nei cinque anni della travolgente collaborazione con il John Coltrane Quartet. Impeccabile nel tenere il tempo e di una delicatezza tremenda, Jones è ricordato soprattutto per aver portato Coltrane nella stratosfera con la sua potenza elementale, disperdendo e distribuendo il beat tra tutti e quattro gli arti. “Non c’è niente di nuovo nel tenere il tempo, è solo che alcuni lo fanno meglio di altri,” ha detto Jones a Down Beat nel 1977. “Alcune persone sono più sensibile ai battiti ritmici, e più sei sensibile più sai ricorrere alle sottigliezze.” I primi batteristi hard rock da lui influenzati – Ginger Baker, Mitch Mitchell, John Bonham – sarebbero di certo d’accordo.

22. Levon Helm

Nel suo libro del 1984 The Big Beat, Max Weinberg ha reso un giusto tributo a Levon Helm, il leggendario batterista cantante dei Band: “La cadenza ovattata di ‘The Night They Drove Old Dixie Down,’ il ruzzolare dei tom di ‘Up on Cripple Creek,’ ed il backbeat stanco eppure determinato di ‘The Weight’ mostrano che Levon apparteneva alla specie rara dei batteristi che sanno stabilire non solo il tempo ma anche la scena della storia di una canzone.” Nato nella piccola Marvell, in Arkansas, Helm trascorse la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60 suonando nei locali in giro per il Nord America come membro della band di supporto di Ronnie Hawkins. Nel 1965, Helm e gli altri Hawks stavano suonando per Bob Dylan nel suo primo tour elettrico; nel 1968, si erano ribattezzati i Band ed avevano preso ad incidere canzoni originali che ruotavano intorno all’inimitabile groove ed alla fiera maniera strascicata di cantare di Helm. Nonostante l’amarezza per la decisione di Robbie Robertson di sciogliere il gruppo con la performance del 1976 a San Francisco, “Last Waltz,” il film che Martin Scorsese ha realizzato sull’eccellente performance conclusiva è un monumento al carisma e all’autorità musicale di Helm. Negli ultimi anni del batterista, mentre la sua salute declinava insieme alle sue finanze, ha tenuto concerti in un fienile sulla sua proprietà a Woodstock. Notte dopo notte, anche quando le cure per il cancro alla gola avevano gli trasformato la voce in un lieve raspare, suonava con gioia pezzi vecchi e nuovi, tenendo vivo lo spirito dei Band nei cosiddetti Midnight Rambles. “È stato un amico fraterno fino alla fine,” ha detto Dylan di Helm dopo la sua morte, “uno degli ultimi spiriti veramente grandi della mia generazione e tutte le altre.”

21. Ian Paice

Senza l’unico membro costante dei Deep Purple, Ian Paice, non avremmo il percussionismo heavy metal. Un’epica leggenda del rock che non ha “mai suoinato con i tappi nelle orecchie,” Paice è un professionista della vecchia scuola che suona rapido, feroce e a tutto spiano. Fan di Frank Sinatra, Ringo Starr e del batterista dei Count Basie Sonny Payne, Paice ha intriso hit come “Hush” e “Smoke on the Water” con uno studiato swing contagioso. Il chitarrista dei Deep Purple Steve Morse ha detto a Drum!, “Il suo swing è perfetto. E le sue dinamiche sono grandi. Il batterista nel mio trio, Van Romaine, lo chiama il ‘Steve Gadd del rock.’ … È come una locomotiva gigante che scende tonante lungo i binari con ogni cosa in sincro.”

20. Bernard Purdie

Nonostante Bernard “Pretty” Purdie fosse conosciuto con il soprannome di “Mississippi Bigfoot,” questo prolifico turnista crebbe nel Maryland prima di trasferirsi a New York nei primi anni ’60 dove esordì in sessioni con artisti jazz come Nina Simone e Gabor Szabo. Conosciuto per le sue “note fantasma” sul charleston, Purdue divenne presto uno dei batteristi più richiesti di tutta l’industria musicale, lavorando per molti anni come direttore musicale per Aretha Franklin quando non era occupato ad incidere con gli Steely Dan o Mongo Santamaria o Bob Marley. La questione non è con chi abbia suonato Pretty Purdie; ma con chi non abbia suonato. “Bernard faceva sempre qualcosa di stilisticamente unico che non ti saresti mai aspettato da qualcun altro,” ha ricordato Walter Becker degli Steely Dan.

19. Tony Williams

Il debutto nel 1963 di un diciassettenne Tony Williams al fianco di Miles Davis resta uno delle entrate in scena più scioccanti della musica del XX secolo. “Accidenti, soltanto a sentire quel piccolo figlio di buona donna mi sono elettrizzato di nuovo,” ha scritto il trombettista nella sua autobiografia, Miles. “Capii immediatamente e senza dubbio che sarebbe stato uno dei più grandi figli di puttana che abbiano mai suonato una batteria.” Quando si unì a Miles, aveva già dato importanti contributi all’avanguardia del jazz insieme al sassofonista Jackie McLean ed altri. Ma fu il suo ruolo nel cosiddetto Second Great Quintet di Davis a farne una leggenda. Davis amava lavorare con turnisti che non ci andavano leggero con lui, e Williams, con le sue vertiginose sequenze ai piatti ride, con gli accenti esplosivi e le radicali distorsioni del tempo, era più che felice di accontentarli. Ci sta bene che quando lasciò Miles nel 1969, batté il trombettista sul tempo jazz-rock, formando i fighissimi Lifetime con il futuro chitarrista della Mahavishnu Orchestra John McLaughlin e l’organista Larry Young. Nella decade che precedette la sua scomparsa prematura nel 1997, Williams si dedicò nuovamente al jazz acustico, suonando, come sempre, con un’intensità brutale. La sua ispirazione attraversa i generi. “Per me era non solo un maestro della tecnica, l’innovatore di quell’epoca, ma anche un innovatore del sound,” ha Cindy Blackman di Williams. “Aveva così tante cose che avevano innalzato il livello del sound ed il livello di abilità necessario a suonare questo genere di musica.”

18. Joseph “Zigaboo” Modeliste

Il reporter di Rolling Stone Joe McEwen ha descritto una volta il modo di suonare la batteria di Zigaboo Modeliste come un “buttare la tecnica al vento… producendo ritmi spensierati… in uno slancio agguerrito delle braccia.” Quello stile da pugile, una potente caratteristica dell’opera di Modeliste con i Meters nei primi anni ’70, consolidò il suo status come uno dei batteristi funk più lirici di tutti i tempi. Lo stile di Modeliste era imbevuto della tradizionale second-line di New Orleans, dove era nato e generazioni di batteristi avevano desginato un andamento sincopato lineare, quasi melodico. Nei pezzi dei Meters come “Cissy Strut” e “Just Kissed My Baby,” il lavoro di bacchette di Modeliste fa praticamente cantare le percussioni. Dopo aver lasciato i Meters a metà degli anni ’70 ha continuato a dimostrare il proprio talento nel portare un approccio personale al vasto mondo della musica lavorando con luminari del rock come Keith Richards e Ron Wood.

17. Terry Bozzio

“Dare spettacolo non mi interessa affatto,” ha detto Terry Bozzio a Rolling Stone nel mezzo di un tour da solista con quella che ha definito “il set di percussioni più vasto del mondo.” L’affermazione può sembrare contraddittoria venendo da Bozzio – che si è fatto un nome lavorando con Frank Zappa nella seconda metà degli anni ’70, padroneggiando ad un certo punto “The Black Page,” pezzo diabolicamente difficile del compositore in cui dominano le percussioni – ma questo veterano della batteria è sempre stato molto più che un virtuoso con il pallino della tecnica. Dopo la collaborazione con Zappa, Bozzio divenne parte integrale del super gruppo post-prog U.K. e poi, con l’allora moglie, co-ideatore dell’influente band New Wave degli anni ’80 Missing Persons, in cui adattò i suoi eccitanti chop ad una struttura pop leggera. Sebbene negli ultimi anni compaia soprattutto in clinic e performance da solista, o con vari rarefatti supergruppi, le collaborazioni con band che vanno dai Korn ai Fantômas di Mike Patton, cantante dei Faith No More, sono la prova di un range sorprendente.

16. Bill Bruford

Percussionista dall’abilità tecnica di un musicista classico, la sottigliezza e la spontaneità di un improvvisatore jazz, e la spinta emotiva di un batterista rock, Bill Bruford era un artista a tutto tondo quando giunse all’orecchio del pubblico nei primi cinque album degli Yes. Nel 1972, con la band in procinto di diventare una super star globale, Bruford l’abbandonò in favore dei King Crimson, dimostrando nei due anni successivi come un batterista rock possa trovare approcci nuovi tra i punti fermi di una set-list, serata dopo serata, tirando fuori, allo stesso tempo, musica nuova dal nulla. Nel corso di altre due collaborazioni con i King Crimson – “la mia casa spirituale, seppure con un letto di chiodi, per un quarto di secolo,” ha scritto nell’autobiografia del 2009 – Bruford si è reinventato come saggio del funk polimetrico (1981–84), e come elemento caotico in una formazione a due batteristi (1994–96), dando ampio spazio all’adorato progetto postbop, gli Earthworks. Ritiratosi dalle scene nel 2009, ha completato a febbraio il suo dottorato – ora potete chiamarlo Dottor Bruford.

15. Buddy Rich

Star autodidatta del vaudeville da bambino, la tecnica senza pari e la velocità imbattuta di Rich gli permisero di superare presto il campione in carica delle percussioni jazz Gene Krupa, che lo definì “il più grande batterista che abbia mai respirato,” e di fare carriera esibendosi con Tommy Dorsey, occasione in cui incontrò il rivale/amico/benefattore Frank Sinatra, che 40 anni dopo ne recitò l’elogio funebre. Ma l’influenza Rich andò ben oltre l’era delle big band o persino il jazz stesso: fu il primo batterista americano che molti tra i primi rocker britannici avessero mai ascoltato, insegnando a fan come John Bonham e Bill Ward di darci dentro andando oltre un semplice backbeat lanciandosi in potenti sequenze improvvisate, incoraggiando Phil Collins ad abbandonare il set-up con doppia grancassa per concentrarsi sul charleston, e lasciando semplicemente a bocca aperta Roger Taylor. “Direi che dal punto di vista della tecnica pura sia il migliore che abbia mai visto,” ha ricordato il batterista dei Queen. “Ricordo che fece una specie di rullo pressato che durò circa cinque minuti. Era iniziato come un sussurro, lo sentivi a stento, poi era cresciuto riempiendo tutta la stanza che conteneva circa 3,500 persone e fu come un tuono.”

14. Ringo Starr

“Ricordo il momento, ero lì in piedi e guardai John e poi George, e il nostro sguardo diceva, ‘Dannazione. Che roba è questa?'” ha detto Paul McCartney, rammentando la prima volta che i Beatles suonarono con Ringo Starr. “E quello fu il momento, quello fu l’inizio, davvero, dei Beatles.” Seppure spesso sottovalutato negli ultimi, vistosi anni ’60 che avevano prodotto Keith Moon e Mitch Mitchell, Ringo non aveva solo supportato la più grande band di tutti i tempi, aveva contribuito a dare forma e fulcro alla loro musica — ascoltate i rulli estatici che aprono “She Loves You,” la netta esuberanza di “Ticket to Ride,” lo sfuggente lavoro ai piatti e la languida concisione di “Rain,” o come avesse inserito hook ritmici tanto adorabili quanto memorabili in tanti altri amatissimi pezzi dei Beatles. Da un punto di vista personale, la sua amichevole cordialità lo rendeva il membro più alla mano. “John aveva i suoi alti e bassi,” ha detto Yoko Ono, “ma Ringo era sempre molto dolce. E credeva sul serio nella pace e nell’amore.” Un batterista mancino che usava un kit per destrimani, Starr inventò uno stile tutto suo per creare dei “fill particolari” netti ed esuberanti, mentre la sua solida affidabilità divenne uno dei primi standard di riferimento per i musicisti rock dal forte senso pratico, dando ad ogni canzone sentimento, swing ed un’incrollabile solidità. “Ringo era il re dell’atmosfera,” ha detto Dave Grohl. Dice Jim Keltner, “Era come lui che cercavamo di suonare tutti in studio.”

13. D.J. Fontana

In centinaia tra le più vecchie registrazioni di Elvis Presley, Dominic Joseph “D.J.” Fontana era l’avanguardista del percussionismo rock & roll, dando ritmo alla musica hillbilly in un momento in cui i gruppi che facevano country e bluegrass rinnegavano del tutto le percussioni. Ful il primo a provare una successione di lick spesso imitati dai vivaci colpi di rullante di “Blue Suede Shoes” alle stringhe di battute che facevano ululare “Hound Dog”. “Aveva una tecnica incredibile e mani veloci, perciò riusciva a tirare fuori quei rulli pressati alla Buddy Rich quando voleva. Suonava come un batterista da orchestra jazz — senza risparmiarsi,” disse una volta Levon Helm. “Così Elvis aveva delle basi vere, un minimo di struttura, e le ha sfruttate al massimo. D.J. aveva messo le ali ad Elvis.”

12. Charlie Watts

Una volta, Keith Richards disse che quando i Rolling Stones si formarono, “non potevano permettersi” il batterista Charlie Watts, già batterista rocksteady per i più affermati Blues Incorporated di Alexis Korner. Più tardi, fu conquistato dagli Stones e chiese loro di entrare nella band. “Siete fantastici, amico,” disse a Richards, “ma vi serve un batterista coi controcazzi.” A prescindere dall’occasionale partecipazione a qualche progetto jazz parallelo, Watts ha completato perfettamente Jagger, Richards ed il resto del gruppo con i suoi groove swing (“Brown Sugar”), inquieti ritmi four-on-the-floor (“Satisfaction”) ed un velato impressionismo (“Sympathy for the Devil”), mettendosi di rado in mostra, per più di 50 anni. “Quando Charlie si è unito a noi, ci ha davvero completati,” ha detto Richards. “Charlie sa essere spedito come un matto riuscendo comunque ad essere strepitoso. Questo è il suo stile,” Jim Keltner ha detto a Drum! “Non sa spiegarlo e non è che mi piaccia molto scendere nei particolari con lui, ne sono semplicemente meravigliato.”

11. Benny Benjamin
Per anni, Berry Gordy rifiutò di incidere se nello studio non c’era il dinamico Benny Benjamin. “Aveva un talento particolare che gli permetteva di eseguire ritmi diversi tutti allo stesso tempo,” ha detto il fondatore della Motown sul suo batterista turnista principale. “Aveva un ritmo, una fermezza, che tenevano il ritmo meglio di un metronomo.” Benjamin lavorò su innumerevoli hit della Motown, da “Money (That’s What I Want)” di Barrett Strong a “My Girl” dei Temptations, insieme a colleghi turnisti che soprannominò i Funk Brothers e che chiamavano lui “Papa Zita.” Fu spesso tenuto lontano dallo studio dalle sue dipendenze prima della morte per infarto nel 1969, tuttavia Benjamin fece da mentore ad un giovane Stevie Wonder, che dà il merito per il proprio stile di percussionismo al musicista più anziano. “Solo ascoltarlo mi ha insegnato tanto,” ha detto Wonder nel 1973. “Accidenti, era uno dei poteri più forti dietro il sound della Motown. Benny avrebbe potuto tranquillamente essere addirittura il migliore.”

10. Stewart Copeland

Saranno state anche le melodie di Sting ad essere diventate popolari, ma il sound dei Police si deve al modo di usare lo spazio di Stewart Copeland, alla sua sottigliezza e alla sua aggressività. Senza dubbio è il batterista influente meno propenso alluso del rullante (che resta tuttavia insolitamente brillante e tagliente) e le sue parti caratteristiche prevedono spesso intricate sequenze sul charleston (come in “Red Rain” di Peter Gabriel). Suo padre Miles era un diplomatico che portò la famiglia a vivere in diverse parti del Medio Oriente, e quell’infanzia particolare rivestì i Police di accenti ritmici lontani dalla loro terra natale d’Inghilterra. A scapito del duraturo antagonismo, Sting ha ammesso che “il primo disco [della band] fu in tutto e per tutto un tributo all’energia e la concentrazione di Stewart.” “Ho passato tutti questi anni nel tentativo di riuscire ad imitare il rullante di Stewart Copeland o il charleston di Stewart Copeland,” ha detto Les Claypool dei Primus, che ha iniziato a suonare con lui nel 2000, “e lui si siede dietro questa [batteria] con delle membrane decrepite che si trovava lì così… Ed ecco che a un tratto c’era il tipico sound del rullante di Stewart Copeland. Mi ha fatto capire che tutto sta nel modo in cui attacca le percussioni, nel modo in cui suona.”

9. Al Jackson Jr.

Al Jackson Jr., il batterista turnista della leggendaria etichetta soul Stax, era conosciuto come “il Cronometro Umano” fino alla morte nel 1975 a 40 anni. In quel periodo, i groove distintamente swing eppure decisi di Jackson fecero spiccare il volo a pezzi leggendari di Wilson Pickett, Otis Redding e Al Green (con cui Jackson scrisse la hit “Let’s Stay Together”); e mentre la sua reputazione cresceva, super star esterne al mondo dell’R&B come Eric Clapton iniziarono a richiedere il genio percussionista di Jackson. Come co-fondatore e membro chiave dei Booker T. & the MGs, Jackson ha contribuito nello spianare la strada del ritmo sia per il funk che l’hip-hop. “Lo considero alla stregua di Ray Charles o Billy Preston, in una classe tutta sua,” ha detto di Jackson Sam Moore, di Sam & Dave, che ha suonato in pezzi di repertorio come “Soul Man” e “Hold On, I’m Coming.” “Te lo dico senza giri di parole: era in grado di far profumare la merda.”

8. Mitch Mitchell

“Suonava la batteria come fosse una canzone, era semplicemente meraviglioso,” ha detto Roger Taylor dei Queen, lodando la “fusione di tecniche jazz e riff fantastici, ma con questo feroce attacco rullante su tutto il kit… Un’integrazione completa all’interno della canzone. Non un semplice tenere il tempo,” di Mitch Mitchell. E Stewart Copeland dei Police ha ammesso “Tutta quella roba che ho fatto di cui ero piuttosto orgoglioso, pensavo di averla inventata da me. Ma no, l’ho presa da Mitch.” Tuttavia, nel 1966, quando giunse il momento di scegliere un batterista per la Jimi Hendrix Experience, la decisione fu letteralmente lasciata al caso — fu lanciata una moneta per decidere tra Mitch Mitchell e Aynsley Dunbar. Mitchell ne uscì vincitore e l’energico discepolo di Elvin Jones apportò una caratteristica improvvisazione al trio power di Hendrix, costruendo un inconfondibile groove teso e potente, che sfuma poi in una controparte fluida ma strutturata alla chitarra di Jimi.

7. Gene Krupa

“È stato il primo batterista rock sotto moltissimi aspetti,” ha detto a NPR Neil Peart su Gene Krupa nel 2015. “È stato il primo batterista a dominare la ribalta ed il primo batterista ad essere celebrato per i suoi assoli… Ha fatto cose che di base erano facili, ma le faceva sempre sembrare spettacolari.” L’attacco scatenato di Krupa, four-on-the-floor bass-drum tattoo and manically funky cowbell work – influenzato dai batteristi Baby Dodds e Zutty Singleton di New Orleans – portò negli anni ’30 l’innovativa orchestra jazz di Benny Goodman a nuovi traguardi ispirando una generazione di futuri giganti del rock, tra cui Keith Moon e John Bonham. Insieme a Buddy Rich, suo avversario in epiche battaglie alla batteria che hanno ispirato gli odierni video “Gospel Chops”, Krupa è il padrino dell’arte della batteria come sport e spettacolo. La tradizione, ancora viva, di strabilianti performance ad opera di percussionisti, da “Moby Dick” di Bonham a “The Rhythm Method” di Peart, sarebbe impensabile senza di lui.

6. Clyde Stubblefield e John “Jabo” Starks

All’apice dell’evoluzione ritmica della sua band, la sezione percussionistica di Brown era nelle mani di non uno ma due batteristi magistrali: il tristemente sottovalutato John “Jabo” Starks e Mr. Funky Drummer in persona, Clyde Stubblefield. Starks iniziò la propria carriera accompagnando musicisti jazz e blues, Stubblefield veniva dall’R&B e, per coincidenza, i due si unirono alla band di Brown a distanza di poche settimane. Ciascuno contribuì con uno stile originale che ben sposava quello dell’altro. Ahmir “Questlove” Thompson ha detto una volta a Rolling Stone che “Starks stava a Clyde come i Beatles agli Stones. Un batterista shuffle preciso che si accompagnava al free jazz della sinistra di Clyde.” Insieme, la loro partnership contribuì a dare forma ad alcune delle più grandi canzoni di Brown, tra cui “Cold Sweat,” “Superbad” e naturalmente “Funky Drummer.” Le loro innovazioni si sentirono di nuovo quando determinarono in toto l’atmosfera dell’età dell’oro dell’hip-hop.

5. Hal Blaine

“Se Hal Blaine avesse solo suonato la batteria per “Be My Baby” delle Ronettes, il suo nome sarebbe comunque pronunciato con riverenza,” da detto una volta Max Weinberg. Ma il batterista, all’anagrafe Harold Simon Belsky ha fatto molto di più, incidendo con Sinatra, Beach Boys, Elvis e Supremes, giusto per citarne qualcuno. Leader dei Wrecking Crew, il gruppo di turnisti di L.A. che dominava il mondo degli studio di registrazione negli anni ’60 e ’70, Blaine è il batterista più inciso della storia. (Ha perso il conto toccati i 35,000 pezzi, ma tra questi ci sono 150 hit da Top 10 e 40 aggiudicatesi il primo posto.) Come percussionista dietro “Wall Of Sound” di Phil Spector, Blaine ha creato uno dei beat più familiari del pop, ma l’aspetto più memorabile di Blaine la sua capacità camaleontica di adattarsi ad ogni sessione – e non solo dietro un kit tradizionale. Per “Caroline, No” dei Beach Boys, ha percosso dei bottiglioni d’acqua minerale, e per “Bridge Over Troubled Water” di Simon & Garfunkel ha trascinato catene per pneumatici su un pavimento di cemento. “Non sono un batterista appariscente,” ha riflettuto. “Volevo essere un ottimo accompagnatore.” Missione compiuta.

4. Neil Peart

Quando Neil Peart fece un provino per i Rush nel 1974, i suoi colleghi sentirono in lui la possibilità di sfruttare la loro fortissima ammirazione per i Who. “Eravamo assolutamente esterrefatti dal modo di suonare di Neil,” ha ricordato il chitarrista Alex in un’intervista all’inizio dell’anno. “Ricordava parecchio Keith Moon-like, molto energico, e lui colpiva la batteria con tanta forza.” Ironicamente, il più grande contributo di Peart al percussionismo rock finì per essere il preciso opposto di quello di Moon: le percussioni più precise e meticolosamente pianificate che il genere abbia mai visto. Mentre le ambizioni high-prog di Rush maturavano nella seconda metà degli anni ’70, Peart si rivelò essere un artigiano pignolo ed un artista dalle incontrollabili ambizioni – tratti che emergevano inoltre dai suoi testi fantastici – utilizzando implementazioni esoteriche come glockenspiel, temple block e timpani per arricchire parti di canzoni come “Xanadu” e “The Trees.” Mentre la musica della band definiva gli anni ’80, attraverso capolavori di transizione come Moving Pictures e acquistando un sound più pop, la musica di Peart fece lo stesso; iniziò incorporando con finezza percussioni elettroniche rivolgendosi a innovatori di grande popolarità come Stewart Copeland come fonte d’ispirazione. Le opere più recenti di Rush, come Clockwork Angels del 2012, contengono alcune delle migliori performance di Peart su disco: una stupefacente armonia di arguzia e potenza. Intanto, nonostante abbia di recente chiuso con i tour, Peart resta forse il batterista dal vivo più venerato – e che più ispira all’air-drumming – di tutto il rock, conosciuto come l’architetto di strabilianti, complessissimi assoli.

3. Ginger Baker

Dotato di immenso talento, e dannato da un caratterino di dimensioni non inferiori, Ginger Baker ha mischiato un’educazione da jazzista con uno potente stile poliritmico nel primo nonché miglior trio power del mondo. In costante contrasto con gli altri membri dei Cream Jack Bruce ed Eric Clapton, il batterista di origini londinesi introdusse la showmanship nel mondo del rock con un talentuoso uso della grancassa e lunghissimi assoli. A seguito dello scioglimento degli effimeri Blind Faith, negli anni ’70 Baker si trasferì per molti anni in Nigeria. “Capisce il beat africano più di ogni altro occidentale,” ha dichiarato uno dei creatori dell’afrobeat, Tony Allen. Negli anni a seguire, Baker si è dedicato ad un’imponente schiera di progetti, mettendo in mostra la sua inconfondibile bravura, tra i complessissimi groove nella sottovalutata avventura dei Baker Gurvitz Army a metà anni ’70, le collaborazioni jazz con solisti brillanti come Bill Frisell, e quelle intriganti con Public Image Ltd e Masters of Reality.

2. Keith Moon

Il “più grande batterista della scuola Keith Moon,” come si descriveva, detestava la ripetizione a bacchetta delle percussioni nel rock – così come detestava la monotonia nella vita in generale. Moon, ispirazione per il personaggio dei Muppet, Animal, distruggeva batterie e stanze d’albergo con una ferocia che lo rendeva uno showman più che un semplice percussionista rock.”Era noto che rifiutasse di suonare degli assoli trattando invece la batteria come lo strumento principale degli Who. “I suoi break erano melodici,” ha detto il bassista John Entwistle a Rolling Stone, “perché cercava di suonare con tutti i membri della band nello stesso momento.” Moon the Loon [Moon il Matto NDT] infilava rulli di tamburi dove in teoria non sarebbero andati e soltanto le tracce al sintetizzatore utilizzate in Next degli Who stabilizzarono il suo fluttuante senso del tempo. “Keith Moon, è veramente un tipo da orchestra, come un suonatore di timpano o di piatti in un’orchestra,” ha detto Stephen Perkins dei Jane’s Addiction. “Ti fa capire che è una parte importante, anche se non è alla fine delle quattro misure. Adoro quella drammaticità, quella teatralità e adoro l’emozione.” Il numero preferito di Moon, però, era scaricare potenti esplosivi nei gabinetti degli hotel, uno scherzetto che aveva continuato a fare fino al 1978, quando morì d’overdose a 31 anni.

Tutti avrebbero scommesso che Bonzo usasse due grancasse, ma ne aveva solo una

1. John Bonham

Nel primissimo cut del primissimo LP dei Led Zeppelin, John Bonham cambiò per sempre il modo di suonare la batteria nel rock. Anni dopo, Jimmy Page era ancora divertito dall’impatto sorprendente che Good Times Bad Times, con il suo stupefacente singhiozzare della grancassa, esercitava sugli ascoltatori: “Tutti avrebbero scommesso che Bonzo usasse due grancasse, ma ne aveva solo una.” Potente, vivace, talentuosa e ponderata, quella performance aprì la strada le percussioni raffinate di Bonham avrebbero conquistato prima della morte prematura nel 1980. Nella sua fase più brutalmente paleolitica non ha mai colpito senza ispirazione, in quella più sconcertante dal punto di vista ritmico non si è mai abbassato a ricorrere a fronzoli inutili, ed ogni sera durante i tour evitava di cadere in questi errori nella gloriosa carica di Moby Dick. “Ho trascorso anni nella mia stanza – anni dico sul serio – ad ascoltare la batteria di Bonham e a cercare di imitare il suo swing o la sua superba scarica dietro il beat o la sua velocità o la sua forza,” ha confessato una volta Dave Grohl a Rolling Stone, “non memorizzavo solo il suo lavoro in quegli album ma cercavo di arrivare ad un punto dove avrei avuto la sua stessa inclinazione istintiva.” Quasi ogni batterista rock dopo Bonham ha cercato di fare lo stesso, naturalmente, in un viaggio che ha permesso ai più grandi di trovare infine il proprio stile.

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