Gué Pequeno: «Amo fare incazzare la gente»

Il rapper diventa scrittore e arriva domani in libreria con ‘Guérriero’, un autoritratto senza filtri tra swag, soldi, successo ma senza dimenticare il passato.

Domani arriva in libreria Guérriero, il primo libro di Gué Pequeno. Un’autobiografia, anzi un autoritratto senza filtri di uno dei grandi del rap italiano, che l’anno prossimo salirà per la prima volta sul palco del Mediolanum Forum per festeggiare l’enorme successo del suo quarto album Gentleman.

In Guérriero (edito da Rizzoli) convivono periferie, arte, slang, droghe, donne, social, tutto quello che ha attraversato tanto la sua vita quanto le sue rime. Quelli che trovate qui sotto sono i passaggi che più ci hanno colpito, in anteprima esclusiva qui sul sito di Rolling Stone.

Guèrriero, in libreria dall’8 maggio.

HAGAKURE
Visto che non potevo fare il gangster, ho scelto subito di fare il rapper.
La musica rap rispecchiava esattamente il mio immaginario, sembrava che l’avessero fatta apposta per me. (..) L’hip-hop era la mia vita, crescendo in quel contesto ho fatto una sorta di doppio giuramento: avrei dato la mia fedeltà alla musica, ma anche al codice della strada che mi ha formato e mi ha fatto arrivare dove sono.

GHETTO CHIC
La nostra crew era completamente eterogenea: dai figli di operai a figli di professionisti, di quartiere in quartiere, eravamo dei veri fratelli e abbiamo fatto di questa varietà la nostra forza.
Il nostro obiettivo era costruire uno stile unico che rispecchiasse il gusto della strada italiana. Volevamo essere degli zarri di lusso, dei tamarri fighetti, ed è proprio questo tipo di visione inedita che per noi era davvero autentica. Visione che poi è stata la poetica del mio rap.
(..)Non ero sicuro di me, ero magro, avevo un difetto fisico anche più accentuato di adesso (ptosi palpebrale), ero timido e sentivo di non piacere alle donne. Ma mi ero ripromesso due cose: che avrei spaccato col mio stile e avrei fatto soldi.
(..) Amo fare incazzare la gente e disorientarla. Mi fa piacere dispiacere.
Come con il mio difetto fisico, il punto è creare qualcosa di unico. È una zona grigia esclusiva come lo sono il mio timbro e la mia delivery, ovvero il modo in cui un rapper veicola le sue strofe col suo flow.
(..) D’altro canto sono contento di aver creato uno spazio di comfort per tutti i nuovi trapper, praticamente loro cantano impuniti e con successo quello per cui a me hanno cagato il cazzo per anni: soldi, droghe, groupies (..) In confronto a certa gente io sono un attivista.

Foto di Cristiano Bendinelli

L’ARTE DELLO SWAG
Quando mi sono innamorato dell’hip-hop la cosa principale era la competizione: io sì, tu no. Io sono meglio di te. Vincere o perdere. (..) A quattordici anni per me il concetto dello swag era già chiarissimo, ma in questo Paese c’è della gente che ancora non l’ha capito. (..)Se non accetti lo swag per me non hai capito un cazzo dell’hip-hop.

STRAPPALIKE
(..) La mia arroganza è scenica, fa parte di un personaggio, ma anche di una visione della vita e dello spettacolo. Gué Pequeno è un playboy, un magnaccia, è entertainment. Per chi non capisce sarà un pagliaccio, mentre per me invece i post di alcuni artisti sono la pagliacciata. «Ah, la luce del tramonto!», oppure: «La forza che mi date voi per fare questo pezzo, per andare a fare questa serata, l’ho visto nei vostri occhi…».

Foto di Cristiano Bendinelli

SOLDI
Mi hanno accusato per anni di voler fare l’americano dicendo che non era giusto parlare di soldi e di droga in quel modo. In America che tu venga dalle baracche o sia Lapo Elkann, che tu sia rosso o giallo, a loro non gliene frega un cazzo, l’unica cosa importante è che tu sia verde dollaro.
(..)Non è certo questo il criterio con cui osservo le persone che incontro e non me n’è mai fregato un cazzo di circondarmi di persone potenti o ricche, però è anche vero che qui da noi al contrario non si riesce a vedere un orizzonte. Sembra che non ci sia nessuna forma di aiuto per chi ha un’idea e vuole creare un’impresa: solo se hai già dei soldi in partenza magicamente riesci a sviluppare un progetto, ad aprire qualcosa.

TANTA ROBA
(..) Ho visto la maggior parte di questi ragazzi crescere e trasformarsi completamente, e una volta raggiunto il successo raramente mi hanno rispettato o citato nelle loro bio o interviste. Ora che tutti gli addetti ai lavori, vecchi mostri sacri dello showbiz italiano, speaker radiofonici vintage salgono sul carro dei vincenti e improvvisamente sono tutti esperti di trap e chiedono supporto e favori dopo non avere mai cagato la nostra comunità per anni, vorrei chiarire che nessuna radio ci ha mai lanciato, né ai nostri inizi né ora con i giovani artisti. Chi ha fatto fare il primo disco e il primo tour ad artisti come Ghali e Fedez sta scrivendo queste pagine e non sta in una radio o in una label.

Foto di Cristiano Bendinelli

PHYSIQUE DU ROLE
(..)Penso di avere una voce unica, a livello di timbro ma anche in senso lato, di dare voce a varie generazioni. Ho cambiato ogni tipo di metrica e scritto ogni tipo di testo. Riassumendo quello che faccio in questa vita è dire quello che molti pensano e non hanno il coraggio di dire, forse per alcuni è poco ma per me è tutto.
(..)Il mio rap dipinge immagini ed è più cinema che un multisala. In un periodo dove tutti fanno finta sui social, nella vita reale ci sono una serie di problemi e di fatica. Devi studiare, devi alzarti la mattina, c’è dietro uno sbattimento della madonna, dietro le quinte c’è che devi stare tutto il giorno al telefono, mangiarti la bile dallo stress, lavorare duro. Poi vendi centinaia di migliaia di album. E innumerevoli singoli. Se vuoi farlo devi lavorare.
(..)La generazione di adesso, che sta ferma sui social a guardare quanti like ha fatto, non capisce nemmeno cosa vuol dire farsi il culo: fare il contrario di tutto quello che ti dicevano, perdere il sonno, perdere l’amore, perdere le amicizie vere e giuste, anche se ringrazio quelli che mi stanno vicino, gli voglio bene e tutto, però non posso mai essere certo fino in fondo, tranne di due o tre.
(..)Io non perdo il treno, ho vinto tutto quello che potevo vincere nel mio campo, anche l’hating che ricevo per me è una vittoria… Ho chiuso l’anno scorso con la classifica di Spotify in cui sono stato l’artista italiano più ascoltato, ma so che se sono arrivato a questo livello è soprattutto perché ho lavorato duro e non mi sono mai fermato, perché magari può sembrare banale ma per me lo sbattimento del lavoro paga ed è giusto dirlo. Un disco all’anno, un successo all’anno. Io non so perché lo faccio, ma sicuramente al contrario di quello che pensano molti non è per i soldi. So che quelli che ti sostengono mentre sei in alto, poi si dimenticano di te. So che nulla è per sempre, ma certe rime resteranno immortali. Alla felicità tanto non si arriva mai. Sempre alla ricerca di qualcosa che non si sa dov’è.

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