Gli alt-J in concerto al Madison Square Garden: leggi il nostro report newyorchese | Rolling Stone Italia
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Gli alt-J in concerto al Madison Square Garden: ecco il nostro racconto newyorchese

La band indie pop del momento si è conquistata uno dei palchi più importanti al mondo. Una perfetta e perfettamente imbarazzata esibizione di understatement

Gli Alt-J al Madison Square Garden di Manhattan, New York. Foto di Colleen Pesci

Gli Alt-J al Madison Square Garden di Manhattan, New York. Foto di Colleen Pesci

C’è qualcosa di incredibilmente britannico nel modo in cui gli alt-J riescono a mettere a ferro e fuoco il Madison Square Garden stracolmo e ad andarsene esattamente com’erano arrivati, fatta eccezione per le quattro gocce di sudore versate durante lo show.

Il pubblico non chiedeva altro che una perfetta e perfettamente imbarazzata esibizione di understatement dei quattro ragazzi di Leeds in divisa total black, con il barone Gus Unger-Hamilton che fra una canzone e l’altra prova con risultati incerti a dare un’idea dell’emozione che si prova a suonare in un posto così “iconic” in una città così “iconic” eccetera.

Il tour europeo non ha magicamente concesso loro l’aureola carismatica naturale né la presenza muscolare degli animali da palco, e il rischio è che finiscano per scomparire un po’ negli spazi del Colosseo newyorchese ululante, ricolmo di ascoltatori con le dita disposte a triangolo e tante pretese quante ne può avere chi viene da New York. L’unica risposta possibile è esibire una potenza sonora superiore. Dalla prima canzone si capisce che non si andrà a casa con l’amaro in bocca, c’è il groove giusto, i bassi arrivano in pancia e salgono su fino al cuoio capelluto.

Gli Alt-J al Madison Square Garden di Manhattan, New York. Foto di Colleen Pesci

Gli Alt-J al Madison Square Garden di Manhattan, New York. Foto di Colleen Pesci

Suonano disposti perfettamente in riga, come spessa fanno nei palchi di certe dimensioni, ma il punktum musicale è nella sezione ritmica, ed è naturale che il vero frontman della situazione diventi Thom Green, il batterista che dall’alto della pedana detta tempi che non c’entrano molto con quelli dello studio. Green è il classico batterista che piace ai batteristi: tiene su la baracca con perfetta esibizione di solidità evitando di sbracare o di fare aggiunte leziose dove non ce n’è alcun bisogno. Cameron Knight lo segue con le corde, con le bacchette, con le mani e ovviamente con le nacchere, marchio di fabbrica di Gwil Sainsbury, che ha lasciato la band lo scorso anno. I coretti rinascimentali di Jon Newman e Gus funzionano a dovere, anche se nel complesso risultano la parte sonoricamente più debole di una serata che non richiede soltanto sofisticazione, ma anche palla lunga e pedalare.

Allestimento e luci sono da brividi. Il fondo palco a strisce luminose ricorda la Star-Spangled Banner, interrotta da altre luci in continuo movimento che abbracciano un’estetica che ha cittadinanza più a Brooklyn che a Manhattan. Left Hand Free va via come quarta canzone, forse quasi per liberarsi in fretta dal fardello del singolo orecchiabile, e il pubblico ben preparato – Newman fa spesso cantare la gente, che non delude – sembra apprezzare la scelta. La serata si chiude con una versione a velocità tripla di Breezelocks, momento grandioso a tinte gialle e nere. Che dopo lo show si diffonda la notizia di nuove date americane a settembre è nella natura delle cose: If you can make it in New York, you can make it anywhere.

Verrebbe voglia di lasciare la parte nobile del parterre per buttarsi nella mischia

Un piccolo appunto va fatto sulla location. Criticare il Madison Square Garden è come fare le pulci sul Dom Perignon portato dallo zio ricco al pranzo di Natale, ma si dovrà pur dire qualcosa sulla gestione degli spazi: il parterre è diviso in due settori, uno anteriore e uno posteriore, come spesso capita di vedere negli stadi più che nei palazzetti. La cosa rende tutto molto più comodo e semplice, ma per le serate comode e semplici c’è il cinema. Il paradosso è che nella parte posteriore, a circa sette leghe a volo d’uccello dal palco, c’è la gioventù carica e sudata; davanti, un pubblico più maturo – per dirla in modo elegante – con tanto spazio vuoto e poca calca, ottima notizia per l’igiene personale, pessima per l’energia di cui l’ambiente ha bisogno e che si disperde un po’ in tutto quell’ordinato canticchiare.

Verrebbe voglia di lasciare la parte nobile del parterre per buttarsi nella mischia, ma non c’è verso di convincere gli uomini della sicurezza a fare uno scambio svantaggioso. Ma son dettagli, s’intende.

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