A casa di Gianni Morandi si arriva attraversando un ponticello, oltre un cancello privato, sulle prime colline di San Lazzaro di Savena. È mezzogiorno e mezzo, l’aria è limpida, la casa una villetta silenziosa immersa nel verde: pareti bianche, quadri contemporanei, divani enormi, tavoli di design e una cucina professionale che più tardi comincerà a sfornare agnolotti, salumi e torta fritta. Morandi accoglie tutti già all’ingresso, uno a uno. Sorrisi larghi, strette di mano, abbracci. A un certo punto si mette anche a dirigere il traffico, indicando con gesti frenetici dove parcheggiare van e auto. È una scena quasi surreale, eppure non è costruita: niente sfugge alla sua attenzione.
L’occasione è il nuovo tour (che partirà il 15 aprile) e Monghidoro, brano inedito scritto da Jovanotti che aprirà i suoi concerti ed è uscito oggi, venerdì 3 aprile. Dopo i saluti ci spostiamo in salone. Si ascolta la canzone insieme e il paese dove è nato diventa un’autobiografia musicale. Dentro ci sono citazioni di canzoni passate, il conservatorio, frammenti della sua storia. Così come il tour, che si intitola C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story, che parte ad aprile 2026 nei principali palasport italiani ed è prodotto da Trident Music. Nasce per celebrare i sessant’anni di C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, e sarà costruito come un racconto lungo sessant’anni di canzoni, dai classici fino ai pezzi più recenti. E sul palco sarà accompagnato da una band diretta da Luca Colombo.
A un certo punto squilla il cellulare, è Jovanotti in videochiamata: «L’ho conosciuto quando faceva il militare», ricorda Morandi. Dopo l’incidente alla mano, è stato lui a chiamarlo: «Ti mando una canzone allegra», gli ha detto. Era quello che serviva. Poi sono arrivate Apri tutte le porte, il ritorno a Sanremo, Evviva, e adesso questo nuovo pezzo: «Io avrò già seicento canzoni, ma lui insiste: ci vuole un pezzo nuovo per andare in tour». Morandi gli fa notare, con ironia, che nel testo ci sono «troppe parole». Jovanotti replica: «Vengo dal rap, parto dai testi. La musica degli ultimi anni sono parole messe a tempo. Devi essere disciplinato. Non devi pensare alle note, ma a quello che dici, come un attore».
L’idea del brano ruota attorno al “pazzo di Monghidoro”, un’eco di come Lucio Dalla lo chiamava, “lo psyco di Monghidoro”, dopo un diverbio nato perché Dalla interrompeva l’applauso alla fine di Uno su mille per cominciare Caruso mentre erano in tournée. Jovanotti racconta di aver immaginato qualcosa «alla Blues Brothers», un personaggio che crede ostinatamente di essere un cantante: «La convinzione viene prima del talento. L’ho pensato pensando prima di tutto a me». E poi: «Nella musica il turnover è normale. Ma puoi essere nuovo tante volte, se resti nuovo a te stesso». E risponde anche al refuso geografico nel testo, sottolineato dalla sindaca: «Mi sono esaltato per la rima e ho spostato Monghidoro a nord. Ma gli errori nelle canzoni portano bene».

Foto: Virginia Bettoja
Con il pranzo, dove sfilano tortelloni, salumi, crescentine con torta fritta bagnati da ottimo Sangiovese, il clima si fa più confidenziale e Morandi comincia a legare i temi tra musica, politica e memoria. Parte da “C’era un ragazzo”, che compie sessant’anni: «La guerra c’è ancora, quindi purtroppo è attuale. Allora c’era Brežnev, oggi Putin. Quando andai in Russia mi premiarono come cantante contro la guerra, adesso sono loro ad aver aggredito». Lo sguardo al presente: «Trump e Putin vogliono dirci come vivere, l’Europa che non fa da arbitro ed è frammentata. Io di politica non ho mai parlato tanto, ma oggi sento di dover dire come la penso».
La politica, per lui, è sempre passata dalle canzoni. Come quando tentarono di censurarlo al Festival delle Rose e la Rai gli chiese di cambiare il passaggio “adesso è morto nel Vietnam”, ma in diretta lui lo cantò lo stesso: «Scoppiò un casino, interrogazioni parlamentari». Il racconto torna poi alle origini, ma resta legato allo stesso filo. Monghidoro, Bologna con la corriera a tredici anni: «In famiglia cantavano tutti». Il barbiere che lo portava in moto ai provini, «un freddo pazzesco, ero in braghe corte». Le estati al mare nel ’58, la prima volta davanti al mare, le cinquecento lire del padre da rendicontare: «Il cocomero costava 25 lire». E quell’episodio che resta, quando rubò degli spiccioli al padre per un cremino: «Lui contava tutto. Ho dovuto confessare. Mi fece un sermone. Non ho mai più rubato niente».
Quando arriva a parlare del periodo buio, tutto si tiene. Gli anni Settanta, quando il suo stile appariva legato al passato: «Sembravo sorpassato in un attimo». Da lì la decisione di iscriversi al Conservatorio, studiare contrabbasso: «Il mio problema era riempire le giornate, pensare a un altro lavoro, magari fare il produttore e insegnare». In quelle aule, però, succede qualcosa: «Ho imparato a cantare davvero, anche grazie al canto corale».
Anche i ricordi della carriera si dispongono lungo questa traiettoria. Il primo jukebox con la sua voce e Andavo a cento all’ora, ascoltata di nascosto. La prima volta in televisione, guardata in un bar senza farsi vedere. Il Vigorelli del Cantagiro, quando il pubblico che aspettava i Led Zeppelin lo respinse con un boato “al contrario” e lanciando di tutto. Ancora Sanremo ’87 con la vittoria, ma la coincidenza della morte di Claudio Villa, il cantante preferito di sua madre.

Foto: Virginia Bettoja
Il discorso torna al presente, senza soluzione di continuità: «Siamo sold out quasi ovunque. Una data no, Genova, ma è l’ultima e c’è tempo». Si allena come un atleta: sette-otto giri di pista e palestra. «È come preparare una gara». Infatti non pensa al ritiro: «Charles Aznavour è morto che il giorno dopo aveva un concerto. Vorrei fare come lui».
Ma quando torna alla morte di Lucio Dalla, il tempo rallenta. Due giorni prima erano allo stadio a Bologna: «Si vedeva che non stava bene. Mi ha detto: devo fare dieci spettacoli in Europa. E mi ha invitato». La mattina dell’1 marzo arriva la telefonata: Lucio è morto. Era a Montreux: «È morto sul terrazzo davanti al sole. Aveva fatto colazione con Iskra Menarini, la cantante. E Marco Alemanno, che era con lui sul terrazzo in una giornata bellissima, ha detto che parlavano del libro che stavano scrivendo. A un certo punto Lucio smette di parlare, abbassa la testa e cade per terra. Una bellissima morte, a pensarci, ma era giovane e ci ha fatto star male». Poi l’elenco degli altri amici che ha perso e una battuta da uomo di spettacolo: «Io sono qui che aspetto… di andare in tour». La musica resta per lui ancora la chiave di tutto: «Quando ricordiamo un momento della vita pensiamo a una canzone». Ne cita alcune: “Io che amo solo te, legata a una cotta del ’62». E poi Uno su mille, che ancora oggi lo emoziona: «Come si fa ad avere una vita senza musica?», si domanda stupito.
Sui social, invece, ha imparato a dosarsi: «All’inizio tutti i giorni dovevo trovare qualcosa. Poi ho smesso, perché sembrava non si potesse vivere senza». Ha capito anche le regole: «Se metti una cosa seria non interessa a nessuno. Se pelo una patata arrivano migliaia di commenti». E soprattutto ha capito quanto contano davvero oggi: «Per questo tour il 70% dei biglietti li abbiamo venduti grazie all’esposizione sui social. La televisione non ha più quell’effetto».
Infine, qualche rivelazione. Adriano Celentano, che imita divertito e sente regolarmente: «Eh, sta bene. Io sono il suo fan numero uno». Con Gianmarco Mazzi stanno cercando di convincerlo a tornare in televisione: «Ci sta pensando. Magari tornasse. Ma è come dire: magari tornasse Mina». E Stefano De Martino, nuovo direttore artistico di Sanremo, incontrato pochi giorni prima: «È bravo, ma qualcuno gli starà vicino». E gli ha detto, mezzo serio e mezzo no: «Ho una canzone». E De Martino gli ha risposto: «Allora mandamela!». Insomma, stare con Gianni Morandi qualche ora è come entrare in un vortice che non sembra interrompersi mai, alimentato da quell’ostinazione a restare se stessi attraversando il tempo che è propria di un eterno ragazzo che non ha nessuna voglia di fermarsi, neanche a 81 anni.
Il tour C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story:
15 aprile 2026 – Conegliano, Prealpi SanBiagio Arena
17 aprile 2026 – Milano, Unipol Forum (sold out)
19 aprile 2026 – Torino, Inalpi Arena
21 aprile 2026 – Roma, Palazzo dello Sport
24 aprile 2026 – Casalecchio di Reno (BO), Unipol Arena
26 aprile 2026 – Firenze, Nelson Mandela Forum
28 aprile 2026 – Terni, PalaTerni
30 aprile 2026 – Montichiari, PalaGeorge
2 maggio 2026 – Pesaro, Vitrifrigo Arena
4 maggio 2026 – Padova, Kioene Arena
6 maggio 2026 – Genova, Palateknoship















