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George Martin, con i Beatles da Abbey Road a “Abbey Road”

"God bless George Martin" ha scritto Ringo Starr su Twitter. Chi era la persona che ha accompagnato la band per quasi tutta la loro carriera

I Beatles in studio con George Martin. Foto: Terry O'Neill/Getty Images

I Beatles in studio con George Martin. Foto: Terry O'Neill/Getty Images

George Martin, che ha prodotto gran parte del catalogo classico dei Beatles, è morto. La causa della morte non è ancora stata comunicata. Aveva 90 anni. Ringo Starr ha riportato la news su Twitter. “God bless George Martin”, ha scritto martedì notte. “Peace and love to Judy and his family, love Ringo and Barbara. George will be missed”. In un altro post, assieme a una foto di Martin con i Beatles, Starr ha scritto, “Thank you for all your love and kindness”.

Durante gli anni, in molti sono stati definiti il “quinto Beatle”. Ma l’unico che davvero abbia mai meritato quel titolo era Martin. Il produttore non solo aveva fatto firmare ai Beatles il loro primo contratto musicale nel 1962, ma lavorò con loro nei successivi otto anni seguendo la composizione della maggior parte dei loro capolavori, da Love Me Do al capolavoro di Abbey Road.

«George Martin creò quello che eravamo in studio», disse John Lennon nel 1971. «Ci aiutò a sviluppare un linguaggio per parlare ad altri musicisti».

Martin era nato il 3 gennaio 1926 ad Highbury, Londra. Iniziò a suonare il piano da giovane e nel 1943 si unì alla Fleet Air Arm della Royal Navy. Dopo la seconda guerra mondiale, lavorò per il Classical Music Department della BBC e si trasferì poi alla EMI. Molto del suo tempo lo passò a produrre album per comici britannici, come Peter Sellers, Dudley Moore e Bernard Cribbins.

Martin incontrò i Beatles all’inizio del 1962. In quel periodo, la band aveva un seguito in alcune zone dell’Inghilterra, ma non riusciva ad arrivare a un accordo contrattuale. Il manager del gruppo, Brian Epstein, approcciò il produttore, che lavorava ancora per la EMI, e gli propose di ascoltare un demo della band.

«La registrazione, per dirla gentilmente, era orribile», scrisse Martin nella sua biografia del 1979, All You Need Is Ears. «Posso capire le persone che l’hanno rifiutato. Ma c’era una singolare qualità audio, una certa crudezza che non avevo mai sentito prima. E c’era anche il fatto che fosse più di una persona a cantare».

Chiamò i Beatles agli Abbey Road Studios per una sessione di test il 6 giugno del 1962. La band fu felicissima di avere una possibilità di registrare il loro materiale, che a quel tempo includeva già Love Me Do e P.S. I Love You. C’era un chiaro gap culturale tra Martin, a modo e più vecchio, e i ragazzi trasandati. Quando Martin chiese ai Beatles se ci fosse qualche problema durante le registrazioni, George Harrison rispose, «Beh, la tua cravatta per iniziare». Ma rispettarono sempre Martin. Quando suggerì che il batterista Pete Best non fosse adatto, furono tutti d’accordo sul licenziarlo.

Qualche settimana dopo, Martin offrì ai Beatles il loro primo contratto discografico. Quando tornarono con il nuovo batterista Ringo Starr per registrare Love Me Do, Martin non se la sentì di farlo suonare e insistette per avere Starr al tamburello e il turnista Andy White dietro la batteria. Quando fu chiaro che Ringo soffrì questa scelta, gli fecero fare un’altra sessione, con lui alla batteria. Entrambi i pezzi furono pubblicati.



Quando Love Me Do diventò un successo, Martin sentì il bisogno di registrare un intero album con la band, e in fretta. Da quel momento in poi diventò il loro produttore di fiducia. «Sembrava avessero un pozzo senza fondo di canzoni», disse una volta Martin. «E la gente mi chiedeva dove avessi scavato per trovarlo. Chi lo sa?»

I Beatles registrarono il loro primo LP nel 1963, Please Please Me, durante una sessione di registrazione di un giorno di febbraio. Ma le scelte musicali diventarono sempre più complesse e le sessioni si allungarono. Ben presto, il contributo di Martin diventò relativamente minore. Con Yesterday, nel 1965, però, lasciò un segno indelebile sulla loro musica, aggiungendo una parte di orchestra alla canzone. Una particolarità che approfondì l’anno successivo. Parlando dei violini di Eleanor Rigby disse, in un’intervista del 2012, «Il mio approccio fu molto influenzato dalla musica di Bernard Herrmann e dalla sua colonna sonora per Psycho. Trovò un modo per far diventare il suono dei violini feroce. Quello mi ispirò per far suonare agli archi note brevi ma potenti, dando una buona forza alla canzone. Se senti i due pezzi, trovi un collegamento».

Martin ha anche suonato in alcuni pezzi dei Beatles, tra cui il piano di In My Life. «Non sapevo suonare il piano alla velocità necessaria, quella che avevo scritto», disse in un’altra intervista del 2012. «Non ero un pianista così bravo, ma se ci fosse stato un pianista davvero buono, avrebbe potuto farla. Non riuscivo a suonare tutte le note. Una notte ero da solo, al piano, e suonai le note a velocità dimezzata ma un’ottava più bassa, registrando a 15 pollici al secondo. Poi feci andare il nastro a 30 pollici al secondo, e le note erano tutte al posto giusto, alla giusta velocità».

Arrivati al 1966 con Revolver, disse alla band che potevano creare nuovi pezzi facendo suonare al contrario i nastri, una cosa che usarono con Tomorrow Never Knows. «Lo dissi a John e fu sconvolto», disse a Rolling Stone nel 1976. «Mi portarono nastri di tutti i tipi per farli suonare al contrario e farci una risata. Su Tomorrow Never Know, quelli sono tutti i nastri che registrarono a casa, fatti suonare in loop».

L’età di Martin e la distanza culturale dalla band diventò un vantaggio quando la loro musica diventò sempre più psichedelica. «Le droghe certamente influenzarono la musica», disse nella stessa intervista. «Ma non influenzarono la produzione dei pezzi perché ero io alla produzione… Vidi crescere la musica, ma mi sembrava che fosse un dipinto di Salvador Dalì. Non pensavo che la ragione di questo cambiamento fossero le droghe. Pensavo fosse perché volevano andare verso l’impressionismo».

Verso la fine del 1966, il gruppo suonò Strawberry Fields Forever sia in maniera tradizionale sia con un’orchestra. Lennon non riuscì a decidere tra le due versioni, quindi pensò di combinarle in qualche modo, nonostante Martin gli dicesse che erano in due tonalità diverse e in tempi diversi. «Ci puoi fare qualcosa», disse Lennon. «Puoi sistemarle». Martin accolse la sfida, accelerando una versione, rallentando l’altra e usando un registratore speciale per unirle. Il risultato finale fu uno dei suoi pezzi preferiti dei Beatles.

Una delle cose più importanti di Martin è che riuscì a produrre tracce molto complesse, con tante sovrapposizioni, come quelle di Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band, usando un semplice registratore a quattro tracce. «Penso che quell’album fece diventare i Beatles dei significativi contributor della storia delle performance artistiche», scrisse Martin nella sua biografia. «È stato lo spartiacque che ha fatto diventare la registrazione una vera forma d’arte: una sorta di scultura musicale, se vuoi dirla così».

Arrivati alle registrazioni di Let It Be nel 1969, il gruppo sentì che era arrivato il momento di cambiare qualcosa. «Erano in un momento di anti-produzione», disse Martin nel 1976. «John disse, “Non voglio nessun trucco da produttore su questo”». Le sessioni diventarono molto laboriose e il gruppo passò i nastri a Phil Spector. «Rimasi scosso quando Phil realizzò quei cori e fece quel lavoro di archi e arpe», disse Martin. «Pensai che avessimo chiuso. Non ero felice e non volevo continuare».

A sorpresa, lo richiamarono per lavorare su Abbey Road. «Dissero, “Proviamo, torniamo ai vecchi tempi, vuoi produrre il nostro prossimo album?”», raccontò Martin. «Eravamo molto amichevoli e in ottimi rapporti. Ce la mettemmo tutta per lavorare insieme». L’unico problema era che McCartney amava l’idea di Martin di creare una sinfonia pop e Lennon invece voleva una raccolta più tradizionale. «Arrivammo a un compromesso», disse Martin. «Sul lato A c’era una collezione di canzoni, mentre il lato B era un pezzo unico».

Durante gli anni Settanta, ci fu un’enorme pressione per una re-union dei Beatles, ma Martin non pensava che fosse una buona idea. «Sarebbe un errore terribile per loro tornare in studio», disse nel 1976. «I Beatles esistevano anni fa, non oggi. E se quei quattro tornassero insieme, non sarebbero i Beatles».

Continuò a lavorare con i membri del gruppo sui loro progetti solisti. Produsse la hit di McCartney del 1973, Live and Let Die e i suoi primi LP Tug of War, Pipes of Peace and Give My Regards to Broad Street, oltre che all’album Sentimental Journey di Ringo Starr. Martin supervisionò anche la colonna sonora del film del 1978 Sgt. Pepper Lonely Heart’s Club Band, la collezione Anthology del 1995 e, nel 2006, lo show di Las Vegas dedicato alla band, Love.

Anche se il suo nome è molto legato a quello dei Beatles, produsse anche album per Gerry and the Pacemakers, Kenny Rogers, Cheap Trick, Jeff Beck e Celine Dion. Nel 1997, produsse la nuova versione di Candle in the Wind di Elton John in onore della principessa Diana. Diventò uno dei singoli più venduti di tutti i tempi.

Il suo lavoro rallentò a fine anni Novanta a causa di problemi all’udito. A quel punto, suo figlio Giles Martin iniziò ad assisterlo. Lavorarono fianco a fianco sul progetto Love, unendo diverse canzoni dei Beatles e facendole diventare lavori inediti.

Nel 2011, Martin riguardò con affetto al tempo passato con i Beatles. «Penso che siano così bravi che staranno con noi per generazioni, fino al prossimo secolo», disse. «Sono grandi musicisti e grandi scrittori. Come Gershwin, Rodgers o Hammerstein – sono nella storia tanto quanto lo sono i Beatles. Saranno ancora lì tra 100 anni. Mentre io non ci sarò».

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