I Foo Fighters e la lunga notte di Rockin’1000 a Cesena. Un concerto diverso da tutti gli altri

Come essere invitati alla festa dell'ultimo anno del liceo, ma in un palazzetto e con altre tremila persone
Foto di Giuseppe Craca- Foo Fighters

Foto di Giuseppe Craca- Foo Fighters


I concerti dei Foo Fighters non sono mai concerti normali. Mai.
Ed è inutile che cominciate a storcere il naso: potranno anche non piacervi, potreste non sopportare più la figura di Dave Grohl (per alcuni una sorta di Papa Francesco del rock) e potreste essere infastiditi dalla loro capacità innata di trasformare ogni cazzatina in una notizia destinata a diventare in poche ore virale, ma la verità è che non esiste nessuna altra band in grado di interpretare il rock da stadio, la vera musica della masse, con questa attitudine da gruppetto in sala prove che ancora suona con l’unico scopo di divertirsi.

I Foo Fighters non hanno bisogno di scenografie, di schermi led con i visual in 3D, di gonfiabili e degli effetti speciali: sono essenzialmente un gruppo composto da gente a cui piace suonare e poco importa se non sono virtuosi (meglio), se il cantante non ha una gran voce e se le canzoni sono quasi sempre semplici, dirette, di quelle che arrivano dritte al punto.

Dave Grohl non è un rivoluzionario e fortunatamente non ha neanche mai avuto la pretesa di esserlo: è uno che fa la sua cosa, nel suo modo, portandosi sulle spalle il peso di cinquant’anni di storia del rock con la consapevolezza che alla fine l’unica cosa che davvero conta è cercare di essere sempre se stessi. Una roba che detta così sembra la più grande banalità dell’universo, ma che per uno che è cresciuto in mezzo ai punk di Washington D.C. è per forza di cose una vera e propria regola di vita.

Cesena-Rockin1000

Arrivo al Carisport di Cesena che sono da poco passate la diciannove e per entrare c’è già una fila infinita. L’eccitazione è palpabile: questa non è solo la prima data del tour europeo dei Foo Fighters. Questo è un concerto che non doveva esserci. Un concerto che nessuno dei presenti avrebbe mai immaginato di potere vedere. Un concerto nato solo grazie alla folle volontà di un gruppo di ragazzi che mesi fa hanno messo in piedi un progetto incredibile solo con lo scopo di portare il proprio gruppo preferito a esibirsi nella propria città natale.

Una città di provincia come ce ne sono tante e che come tante, quasi tutte, non ha le strutture adeguate per ospitare uno show di questa portata. Si è detto e scritto tantissimo dell’operazione Rockin’1000: c’è chi l’ha vista con sospetto fin dal primo momento e chi ha pensato che si trattasse soltanto di una trovata buona per fare un po’ di spettacolo. Ci sono poi anche quelli che ci hanno creduto davvero, che hanno aderito al progetto e che hanno permesso a una stramberia di diventare realtà. Il cinismo da social ci ha insegnato a fare dietrologia su qualunque cosa. Soprattutto su quelle che funzionano.
Soprattutto su chi ha il coraggio di provarci e ogni tanto, incredibilmente, ci riesce pure.

Forse hanno ragione loro, probabilmente dietro Rockin’1000 c’è solo l’ego di un ragazzo – Fabio Zaffagnini – e la sua voglia di apparire, ma la verità è che non è importante..
La verità è che a Cesena sono riusciti a fare quello che nessuno aveva mai fatto prima e solo per il fatto di essersi messi in gioco, di non essere rimasti a guardare, meritano di avere fiducia.
Grazie a loro, i fan italiani dei Foo Fighters hanno avuto la possibilità di vedere la propria band del cuore in uno spazio che è poco più grande di un club. Hanno cantato, sudato e ballato per due ore e mezza con la consapevolezza di essere stati spettatori di un qualcosa di speciale, unico, e probabilmente anche irripetibile.

Appena entro nel palazzetto mi viene detto di avere un posto riservato in tribuna.
Mi guardo intorno e ci metto un attimo a decidere che no, un concerto così, un concerto dei Foo Fighters, questo concerto dei Foo Fighters, va visto tra la calca. Spalla a spalla con i fan più accaniti.
Tutto appare scarno, più scarno del normale: l’unico elemento scenografico è il backdrop con su il logo della band e anche le luci sono molte meno di quelle che ti aspetteresti di trovare in uno spettacolo del genere. Giusto due file di fari appesi alle americane, e basta.

sono riusciti a fare quello che nessuno aveva mai fatto prima


Non deve essere stato facile adattare la produzione dei Foo Fighters a questo posto: già il palco, da solo, occupa quasi metà parterre. Al centro della scena ovviamente campeggia il trono. Anzi, IL TRONO. Tutto in maiuscolo.

In questi ultimi mesi si è detto e scritto tantissimo in merito: per alcuni quella roba lì rappresenta il male assoluto, il segno inesorabile del declino del rock. Una roba tronfia, pacchiana e per certi versi anche ridicola. La verità è che si tratta soltanto di un mucchio di flightcase messi uno sopra l’altro, con sopra un cuscino di pelle e una decina di manici di chitarra che spuntano dal basso (una parodia del Trono di spade). Lasciamoci alle spalle la retorica di Dave Grohl che si costruisce da solo il trono su cui potere regnare sul rock, quella è roba da stampa tradizionale.

Il trono è solo un trucco, uno stratagemma, il modo che i Foo Fighters hanno trovato per non cancellare un tour programmato da più di un anno e al tempo stesso offrire al proprio pubblico uno show non mutilato dall’infortunio del loro leader.
Se c’è una cosa che non manca ai Foo Fighters quella è l’energia. E se quell’energia è rimasta intatta è anche grazie a questo tanto vituperato trono.

Prima dell’inizio show la gente canta in coro Romagna Mia, poi le luci si spengono e nessuno ha più il tempo di pensare al liscio.
I Foo Fighters salgono sul palco ed è un tripudio.

La gente urla: «Davide! Davide!». Grohl dirà più tardi: «Alle mie orecchie suona come ‘Tommy Lee! Tommy Lee! Perché urlate Tommy Lee, Tommy Lee?”».
Si capisce subito che sarà una serata diversa: il clima è rilassato, si ride e si scherza in italiano.

Partono sparatissimi, subito, con Learn to Fly. La canzone del Rockin’1000.
E poi una dopo l’altra senza neanche prendere fiato: All My Life, Breakout, Something from Nothing e The Pretender. Solo hit, solo bombe. Le prime file sono una bolgia. Tutti cantano a squarciagola e pogano. Lo faccio anche io: i Foo Fighters sono la versione mainstream della musica con cui sono cresciuto. Il gruppo che ha preso l’indie rock e l’ha portato negli stadi senza per forza svenderlo.

Cesena-Rockin1000

Non mi piace tutto quello che fanno: ho amato i loro primi due dischi, apprezzato il terzo, li ho seguiti con distacco fino a “Wasting Light” (il loro ultimo disco davvero bello, quello della maturità) e sono rimasto deluso da “Sonic Highways” di cui ho trovato geniale l’idea di partenza ma non il risultato finale. Eppure questa sera non ho voglia di pensare a nulla. Mi sto divertendo. E ogni tanto divertirsi conta.

Grohl resta solo sul palco e attacca Big Me, ma prima si prende del gran tempo per spiegare la sua gioia quando ha scoperto il video dei mille ragazzi che suonavano Learn to fly in un prato. Dice di avere pianto, e poi scherza: «Questa sera stiamo facendo la storia! Provate a proporre una cosa del genere agli U2, ai Pearl Jam, a chi volete voi, e vedrete che tutti vi risponderanno di no. Solo noi avremmo potuto accettare una sfida del genere. Questa è la verità».

il modo in cui i Foo Fighters vivono il palco è diverso da tutti gli altri

Ha ragione, lo sappiamo tutti che ha ragione: il modo in cui i Foo Fighters vivono il palco è diverso da tutti gli altri. Non sono su un piedistallo, è sempre come se si ritrovassero a suonare nel garage di casa tua. Con Congregation e Walk il concerto riprende il suo normale corso per poi cambiare per sempre. Dave inizia a presentare gli altri membri della band, parte dal chitarrista – Chris Shiflett – e questo attacca You Really Got Me dei Kinks. Per una mezz’ora almeno vanno avanti così, a ogni presentazione parte una cover diversa: Tom Sawyer, Another One Bites the Dust, God Save the Queen, Radio Ga Ga, e pure una delle siglette di MTV degli anni novanta. Non è più un concerto dei Foo Fighters: è il concerto di fine anno di un liceo.

Una festa tra amici. Una serata di cazzeggio divertito, al punto che anche io mi ritrovo a cantare a piena voce i brani dei Queen, forse il gruppo che ho più odiato in tutta la storia della musica. Ma tanto questa sera è così. Questa sera vale tutto. Tornano nei ranghi con Cold Day in the Sun, con alla voce, come al solito, Taylor Hawkins, il batterista e vero e proprio “vice frontman” del gruppo, e poi dedicano My Hero proprio a Fabio Zaffagnini che sta guardando il concerto dal mixer è che viene invitato da Dave a salire sul palco. Passare tra la folla però è impossibile e il crowd surfing è l’unica via percorribile.

Vicino a me c’è un ragazzo, uno dei mille che hanno partecipato alla realizzazione del video, che dall’inizio dello show si fa sollevare sulla testa delle persone per mostrare ai Foo Fighters le bacchette della batteria. Sulla testa campeggia una vistosissima crestona punk che così neanche ai tempi degli Exploited. Grohl se ne accorge e dice: «Ma il tipo con il mohawk e le bacchette c’è ancora? Dove sei? Vuoi venire a suonare la batteria?».

Lui ovviamente non se lo fa dire due volte, prende il posto di Taylor Hawkins, che torna a fare il cantante, e suona Under Pressure (di nuovo i Queen) con i Foo Fighters. È delirio: «Volete che facciamo altri pezzi nostri o continuiamo con un po’ di party songs? Perché noi abbiamo voglia di continuare a fare festa!», urla l’ex batterista dei Nirvana. La folla si divide, i Foo Fighters attaccano Miss You, quella dei Rolling Stones, e poi Best of You, I’ll Stick Around, These Days e This is a call. Sulla prima esplode il coro, mentre è su quelle del primo album che si scatena di nuovo il pogo per la gioia dei fan della primissima ora.

Di nuovo una cover, questa volta tocca a In the Flesh? dei Pink Floyd e anche se ogni tanto sembra di stare all’ascolto di una playlist di Virgin Radio giuro che non è affatto male. Dovrei odiare tutto questo, dico, e invece mi sta piacendo un casino. Non posso farci nulla. Skin and Bones è la scelta che non ti aspetti, Monkey Wrench quella che sarebbe stato un delitto non fare. Siamo arrivati alla fine, esausti ma felici. Dave scherza ancora col pubblico: c’è un tizio che grida fortissimo «Ti amo», e lui risponde «Lo so che dovrei risponderti anche io, ma invece ti dico vaffanculo. Sono tre volte che me lo gridi, ho capito!». Manca solo una canzone e sappiamo tutti di quale brano si tratta: «È stato bellissimo, mi piacerebbe rifarlo tutti gli anni», dice ancora il cantante chitarrista.

«Noi non amiamo mai dire addio o arrivederci, a noi piace salutarvi così» ed ecco Everlong. Quella che mancava. L’ideale sigla di chiusura di una serata splendida. Si riaccendono le luci, e mentre la gente ancora non riesce a credere a quello che ha visto, un backliner si diverte a tirare su un po’ di persone presenti tra il pubblico e le invita a sedersi sul trono per farsi fare una foto. Una festa è una festa è una festa, avrebbe detto qualcuno, e questa è stata davvero riuscita. Bravi tutti.