“Fatti sentire” della Pausini non si può sentire

Non c'è niente di nuovo nell'ultima uscita della Pausini: coraggiosamente insicura, ok, ma incapace di tirare fuori musica che non sia oscena.

logo Michele Monina

Scienze delle comunicazioni è stata a lungo trattata come Carrie, il personaggio dell’omonimo romanzo di Stephen King, prima che si incazzasse al famoso ballo di fine anno della scuola. Forse anche a ragione. Un’università un po’ del cazzo, di quelle che faticheresti anche a inquadrare ma se pensi a chi l’ha frequentata, poi, ti viene davvero voglia di fare il bullo e di rifilargli coppini durante tutta la lezione, e magari fargli anche un gavettone di sangue sul più bello della festa, anche se poi si sa come va a finire.

Ciò nonostante è indubbio che oggi, in un’epoca di iperconnettività, di bulimia social, di notizie che girano alla velocità della luce e durano il tempo di una scoreggia fatta all’aria aperta in una giornata ventosa avere qualcuno che di comunicazione se ne intende, ha studiato, se apre bocca sa quel che dice, in discografia, potrebbe far comodo.

Perché siamo non solo nell’epoca dell’iperconnettività etc etc di cui sopra, ma anche in un periodo in cui di dischi non se ne vendono più. Il che comporta, per intendersi, il semplice fatto che gli artisti che erano abituati a viaggiare su cifre milionarie, con uno staff di qualche decina di persone appresso, l’aereo privato, la limousine e chi più ne ha più ne metta, ora si trovano a dover fare i conti con il concetto di modestia, da non intendersi come l’opposto dell’arroganza, ma dello sfarzo.

Per questo, volendo, l’idea di basare la comunicazione per l’uscita di un disco di una popstar oggi, mentre la gente arranca, o per dirla con Maria Antonietta, ha fame, con un concetto come: “Fatti sentire per superare le fragilità, i momenti di sconforto e affrontare la vita con il coraggio di essere sempre se stessi, senza ansie di dover piacere per forza a tutti” sembra davvero una ottima idea, da tesi in Scienze delle comunicazioni. Non fosse che si è evocata la fragilità verrebbe da dire una idea vincente.

Un album, quindi, che pone la fragilità al suo centro. E il fatto che nel presentarlo si parli di una immagine pubblica spesso considerata di donna forte, cui corrisponde in realtà una donna insicura, come tutti, renderebbe il tutto ancora più potente, anche qui permettetemi un termine poco “fragiloso”.

Tutto bene, quindi. Almeno per una volta.

Scienze delle comunicazioni o non scienze delle comunicazioni ecco una ottima campagna di lancio di un lavoro, Fatti sentire di Laura Pausini, è del lancio di questo album che stiamo parlando. Si vedrà poi se all’ottima idea di lancio corrisponde anche un ottimo lavoro musicale, sono dettagli, in fondo.

Tutto molto bene.

Almeno, così sarebbe potuto andare.

Non fosse che la donna fragile, insicura, costretta nei panni della femmina alpha mentre nella realtà sarebbe un essere intriso di insicurezze, tipo Cenerentola mentre parla in soffitta con GusGus e gli altri topini, ha optato per sposare il concetto di fragilità e di insicurezza con uno dei gesti più plateali e cafoni che la discografia rammenti negli ultimi anni.

Non che in precedenza la nostra non avesse già abusato in cafonaggine e spavalderia, sia chiaro. Se mai dovessimo inserire il lancio di Fatti sentire in una classifica di promozione trash, beh, diciamo che se la dovrebbe vedere proprio con quella di Simili, che ha regalato al mondo i “pool guys”, giornalisti invitati a spese della cantante in quel di Miami, lei stessa ci tenne a sottolinearlo, autofotografatisi a bordo piscina nel lussuoso resort scelto per loro dalla Divina e poi, ovviamente, elogianti in maniera un filo sospetta nei confronti di un disco che, nei fatti, ha ridefinito il concetto di brutto come neanche l’uomo panciuto di Ciprì e Maresco era riuscito a fare.

Al terzo posto, perché Fatti sentire merita il secondo, tanto per non farsi mancare niente, la presentazione dell’album natalizio sempre della Pausini, a Disney World, in un clima, qualcuno interdica l’uso dei social ai giornalisti troppo marchettari, al limite dello zuccheroso.

Una roba da far impallidire la villa con le finte statue greche degli zingari di Ostia in Suburra, per intenderci, parlando del lancio.

Fatti sentire, l’album della fragilità e dell’insicurezza di Laura Pausini, in apparenza donna forte, nei fatti oggetto di ansie e incertezze, dicevamo. Proviamo a immaginare il momento in cui tutto è nato.

Siamo in Warner, la casa discografica della Pausini, o in Goigest, la agenzia di comunicazione di Dalia Gaberscik che da tempo si occupa della Laurona nazionale.

“Allora,” dice qualcuno, magari Marco Alboni, CEO della Warner, “dobbiamo pensare a come lanciare l’album di inediti della cantante italiana più famosa al mondo, non perdiamo di vista questo punto…”

Ecco, già ci dobbiamo fermare. Perché solo l’idea che nel mondo un italiano venga associato alle canzoni della Pausini non è che sia roba da prendere tanto alla leggera. Nel senso, passi essere quelli che potrebbero avere Di Maio o Salvini come premier, passi essere quelli che hanno regalato al calcio, recentemente, campioni come Mario Balotelli o Pellè, ma pure le canzoni della Pausini, beh, sembra davvero accanimento del destino.

Tant’è. Torniamo all’ipotetica riunione. “Serve qualcosa che possa veicolare l’idea di debolezza, seppur affrontata con coraggio e determinazione. Ma al tempo stesso qualcosa di fiero, perché non c’è niente di male nell’essere deboli, insicuri, fragili.”

Stavolta a parlare non è Alboni. No. Non sarebbe credibile mettergli in bocca queste parole, lui è quello che sta puntando tutto su Benji e Fede o su Alessio Bernabei, non scherziamo. Di lui, del resto, la Pausini in conferenza dirà solo che le “ha un po’ rotto il cazzo”, cito testualmente, a andarle sempre contro, non lasciandogli mai modo di intervenire. Manco fosse stato lui a pagare tutto questo ambaradan.

A parlare quindi non è lui, manco nella finzione. Magari è la stessa Dalia, o volendo la Pausini. “Cosa possiamo associare a questi concetti?” Sì, è la Pausini a parlare. Con la sua voce squillante, elegante e equilibrata come sempre. Silenzio. Qualcuno alza la mano, timoroso. L’idea della donna fragile, diciamo, non ha attecchito manco coi suoi collaboratori, figuriamoci per gli altri. Qualcuno alza la mano, però. Tutti lo guardano.

“Affittiamo un volo Alitalia Milano-Roma. Carichiamolo di giornalisti e critici musicali. Poi tappezziamo Linate e l’aereo di foto promozionali del disco. Foto ovunque, come nella Romania di Ceausescu. Di più. Facciamo fare a Laura Pausini la hostess, così tutti condivideranno lei che passa col carrello nel corridoio, servendo acqua e salatini ai giornalisti. All’arrivo piazziamo un bel numero di Van brandizzati Laura Pausini e Fatti sentire direttamente in pista, manco fosse il viaggio pontificio di Bergoglio, e partiamo da lì diretti al Circo Massimo, dove saranno in attesa i giornalisti romani. L’aereo con le immagini di Laura. Tutti a condividere le foto sui social. La città attraversata dalla fila di Van. Il Circo Massimo. Pensa che effetto figata.”

Applausi a scena aperta. Tutti sono d’accordo. Così sarà. Aereo. Aeroporto tappezzato. Hostess. Volo. Giornalisti che condividono stories e selfie. Van direttamente sulla pista. Sfarzo. Nani e ballerine. Selfie a non finire. Circo massimo. Recensioni osannanti.

Sì, certo, anche fragilità raccontata. Debolezza. Insicurezza. Manca giusto Alvaro Vitali vestito da Pierino che dà fuoco alle scoregge e il trash è stato rappresentato tutto nei minimi dettagli. Roba da auspicare l’autocombustione come il protagonista di Poltergeist, o alla combustione indotta, come Ian Palach.

Però noi non siam qui a occuparci di costume, ma di musica. Eh sì, perché la presentazione sarà stata pure una cagata pazzesca, ma poi c’è l’album, Fatti sentire, e le quattordici canzoni inedite che lo compongono, prima parte di un lavoro più complesso del solito, in parte introspettivo in parte effervescente, in parte lento in parte ritmato, in parte forma in parte sostanza. Canzoni che vedono un nutrito gruppo di autori, anche validi, si pensi a Virginio, Niccolò Agliardi, la neoentrata Giulia Anania, il giovane Tony Maiello, Nigiotti, con una canzone che girava già un paio di anni fa e che hanno ricicciato per nuova, Cheope e Paolo e Joseph Carta, cioè il signor Pausini e il di lui figlio.

Canzoni che partono, è stata la stessa Pausini a raccontarlo, in volo, da storie arrivate alla nostra in lettere, mail o messaggi scritti dai suoi fan. Storie vere, personali, che gli autori e la Pausini hanno reso universali, dal particulare all’universale, per dirla alla Guicciardini. Storie di vita quotidiana, di chi oggi sente di non dover più accontentare a tutti i costi chi è in ascolto, ma semplicemente essere se stessa.

Certo, in mezzo c’è anche un reggaeton come Nuevo, la dimostrazione che per quanto uno ci provi, si impegni, si confronti con gli altri, studi, faccia leva sull’orgoglio di ribaltare le aspettative negative e al tempo stesso si lasci andare all’istinto, a quella capacità che gli artisti dovrebbero avere di tirare fuori il bello anche da una intuizione banale, ecco la dimostrazione che quanto uno ci provi etc etc una canzone oscena resta una canzone oscena.

Nuevo, appunto, roba da far rimpiangere Innamorata dell’album di inediti precedenti, sempre se sia possibile stabilire una graduatoria di canzoni oscene.

Certo, ci sono suoni imbarazzanti, come quelli di E.STA.A.TE. Certo, c’è tutto questo, per il resto, però, c’è la Pausini, quella che intercetta la gente comune con la sua voce cristallina e le sue canzoni dirette, semplici, come a volte solo la poesia sa essere. Non è questo il caso, ovvio, ma ci siamo capiti. Un album, Fatti sentire, che vuole far conoscere al mondo, a noi e ai sudamericani che si erano appassionanti perché la teneva come todas e gliela faceva vedere nello specifico, una Laura Pausini rinata. Fragile e fiera al tempo stesso. Insicura ma coraggiosa.

Una bella sorpresa, qualcosa capace di mettere d’accordo tutti, chi nella musica cerca solo disimpegno con chi cerca qualcosa di alto, di intellettualmente appagante, qualcosa capace di spiazzare chi era partito per l’ascolto con un bastimento carico di pregiudizi, magari pregiudizi legittimati da tanti anni di musica oggettivamente brutta, un lavoro maturo, forse definitivo, di quelli che se uno dovesse pensare a che musica resterà di questi anni, cosa si salverà dalla frammentazione culturale di questo nuovo millennio, non potrebbe non prendere in considerazione, un album oggettivamente bello, ben fatto, ben scritto, ben cantato, finalmente anche ben prodotto, verrebbe da dire. Non fosse altro che per non doversi ogni volta ripetere.

Ma in realtà Fatti sentire è la solita Pausini, coraggiosamente insicura, fiera della sua fragilità e tutto, ma capace di tirare fuori musica oscena come pochi altri in circolazione.