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«Facimmo addó va»: Renzo Arbore ricorda Pino Daniele

La parlésia e l'eredità della canzone napoletana. Arbore parla del suo amico

Pino Daniele con Chick Corea nel 1992. Foto: Luciano Viti

Pino Daniele con Chick Corea nel 1992. Foto: Luciano Viti

Ho conosciuto Pino Daniele quando facevo L’altra domenica e avevo corrispondenti in molte città italiane. Per Napoli c’era Raffaele Cascone, al quale chiesi, ricordandomi dei locali che frequentavo quando vivevo lì, se non c’era qualcuno che suonava dalle parti di calata San Marco o di piazza Municipio, vicino a dove sbarcavano i marinai americani. Raffaele mi rispose che c’era un ragazzo in un locale di fronte al Maschio Angioino, che faceva pezzi americani ma secondo lui era bravo anche come autore, e io decisi di fare il servizio. Fu così che mi accorsi di Pino Daniele, un ragazzo con la chitarra che suonava e cantava delle bellissime canzoni. Tra l’altro, ne aveva registrata una per me che era più facile delle altre, ’Na tazzulella ’e cafè, allora io, malgrado la bellezza delle altre sue composizioni, che già davano l’idea dell’importanza e del grande valore poetico e artistico di Pino, gli lanciai quel pezzo, perché ero sicuro che sarebbe diventato un successo. Fa parte del mio mestiere di deejay: quando senti l’odore del successo, non puoi non scegliere il pezzo che funzionerà di più.

Così, ’Na tazzulella ’e cafè diventò il singolo di Terra mia ed ebbe subito una fortuna straordinaria, seguito poi da un altro ritmo dello stesso tipo, Je so’ pazzo. Comunque, io approfittai delle trasmissioni che facevo per mettere non soltanto quella canzone, ma anche le altre cose di Pino Daniele.

Naturalmente poi l’ho conosciuto e abbiamo cementato la nostra amicizia al famoso concerto che fece a Nettuno, dove si trasferì tutta Roma per sentire quello straordinario nuovo cantautore napoletano.

Di Pino si è parlato moltissimo e le cose più belle e più importanti le hanno già dette i suoi colleghi, che hanno anche cantato le sue canzoni. Però una cosa vorrei dirla con precisione: Pino Daniele è stato uno degli ultimi (forse il penultimo, con Gragnaniello) a rinnovare la canzone napoletana d’autore.



Perché è vero che sono nati molti cantautori, ma le canzoni napoletane storiche, meravigliose, come quelle di Di Giacomo, di Viviani, ma anche di Gambardella, di Bovio e di E.A. Mario, che molti artisti napoletani snobbano confondendole con canzoni turistiche (a me la cosa fa sorridere!) o del passato, in realtà sono opere eterne, evergreen, come i brani di Gershwin e di Cole Porter, dei Beatles e di Vinicius de Moraes, e sono rare le canzoni davvero degne di questi capolavori del passato (come Era de maggio), destinati a sopravvivere a tutti noi.

Pino Daniele ha il merito di aver inventato la canzone napoletana d’autore moderna, trovando nuovi accordi, avvicinando la tematica alla Napoli di oggi (la Napoli che ha condiviso con Massimo Troisi) e battendosi contro gli stereotipi: una battaglia curiosa e difficile, perché il rischio era quello di cancellare anche le cose belle della Napoli classica e della cultura partenopea autentica. Insomma, questo è il vero valore di Pino Daniele, che sopravviverà a tutti noi: aver inventato, nel Novecento e un po’ nel Duemila, la nuova canzone napoletana d’autore. La sua grande messe artistica è un vero gioiello, che merita un posto particolare nel museo della canzone napoletana che spero che qualcuno, prima o poi, si deciderà a fare, poiché è un bene dell’umanità.

A Pino mi univa anche l’amore per il gergo dei musicisti, la cosiddetta “parlèsia”. Un retaggio che fa parte della mia militanza napoletana, quando con un contrabbasso a tre corde cantavo con gli americani ai matrimoni e alle serate nei night, e ho imparato ad “appunire la parlèsia”, a parlarla, insomma.

pinodaniele

Questo meraviglioso linguaggio, che pare sia stato inventato dai musicisti di bordo delle navi, che non volevano farsi capire dai camerieri e dal resto dei passeggeri, è un vezzo che conservo ancora e che mi ricordo di aver praticato con Pino Daniele in una puntata di Doc, perché anche lui aveva il gusto per questo linguaggio gergale, che rende noi musicisti napoletani quasi una comunità chiusa.

Il grande valore della “parlèsia” è che ti fa capire come con poche parole puoi significare tutto lo scibile e le cose essenziali della vita.
E infatti quando Pino ha chiamato la sua etichetta discografica “Bagaria”, che significa “grande bordello musicale”, io ho detto: «Eccolo là, appunisce la parlesia!». Anzi, mi meraviglio che non abbia fatto una canzone con una frase che certamente avrà detto mille volte: «Facimmo addó va», che significa “chiudiamo, niamo”. E quindi adesso anche noi, come direbbe lui se fosse qua, facimmo addó va.

Questo testo è tratto dal libro “Pino Daniele. Qualcosa arriverà”, a cura di Giorgio Verdelli e Alessandro Daniele, edito da Rizzoli.

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