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“Everybody’s Bitch”, Daria Bignardi racconta per noi il concerto di Madonna

Nella sua rubrica "A Night at the Opera", la giornalista va a vedere per noi un concerto al mese di gente famosissima o sconosciuta. E ce lo racconta

Madonna durante il concerto di Torino. Foto: Michele Aldeghi

Madonna durante il concerto di Torino. Foto: Michele Aldeghi

Non vado più tanto spesso ai concerti, ma oggi mi sembra la cosa giusta da fare, quasi un atto politico. Non sono neanche fan di Madonna: l’unico suo disco comprato è il primo che ho sentito, Holiday, nel 1984, quando vivevo a Londra. Ma ricomincio da lei, Madonnona, che dopo Parigi piange, suona La Vie en Rose con l’ukulele e dice «The Show Must Go On». Torino, sabato pomeriggio: profili viola di montagne su tramonto arancione e nuvole bianche a forma di nuvola, di quelle che a Milano non vedi mai, Torino elegante e silenziosa, con la fiera del cioccolato in piazza. Ci saranno i food truck fuori dal concerto? Nel dubbio mangio tre pernigotti. Fuori dal Pala Alpitour, la fila più lunga e composta che abbia mai visto. Dentro, attorno al palco a forma di croce-freccia che culmina in un cuore-prepuzio, un migliaio di persone. Le altre entrano lentamente. «Ci sono le file per i controlli», dicono tutti. «Dopo Parigi ci stanno più attenti». In nessun luogo come a un concerto di Madonna ho capito il drammatico problema della calvizie: giovani uomini stempiati ovunque, dai magrolini con lo zainetto agli orsetti barbuti con maglietta Rebel Heart. Nel bagno delle donne solo quarantenni, ma forse alle giovani non scappa la pipì.

madonna

Alle otto esce sul palco “Dj Mary Mac from New York City”, come si presenta lei, e incita il pubblico: «Ehi Torino, battete le mani» e tutto il repertorio. Quando strilla per la ventesima volta: «Siete pronti a vedere Madonna?» nessuno la sopporta più – vedo su Twitter che anche a Stoccolma scrivevano “Mary give us a break” – ma basta che metta We Will Rock You e tutto è perdonato. Dopo due ore il palazzetto è pieno e comincio a sentirmi a mio agio, come in tutte le cose che non puoi più cambiare, e penso che d’ora in poi vivrò qui, bevendo birra e mangiando sfilatini al salame. Annunciata da un video con guest star Mike Tyson, finalmente arriva lei, dentro una gabbia calata dal soffitto, vestita in raso e damasco rosso e nero, accompagnata da ballerini samurai. Canta Iconic. Sembra tesa e mummificata per tre minuti, poi dice: «Mamma mia, cazzo!» e viene giù il palazzetto. È irresistibile quando si siede su uno sgabello con la chitarra e chiede: «Cosa vi canto?», quando le urlano: «Nuda nuda» e ride, quando miagola, sorride, ammicca leggera, e sembra che si diverta davvero
Due ore e mezzo di concerto, in cui non smette mai di ballare, con costumi stupendi, ballerini pazzeschi, scenografia di lusso, coreografia circense. Non ha cambiato stile dai tempi di Holiday, è solo molto più glam, ma il brand prevede sempre crocefissi, mezzi guantini, calze a rete, toreri, borsalini, gitane, culo, cosce e tette. E che culocoscetette: chapeau, Madonna, e cento di questi giorni.

Se il Rebel Heart Tour vuol tirar fuori la bitch che è in noi, ci riesce. Temevo la Madonna perfezionista, plastificata da yoga, pilates e milioni di dollari: ho trovato una lady senza tempo, dolce, ipnotica, spiritosa, instancabile, che scherza in italiano, balla benissimo e unisce pollici e indici a forma di cuore per dire che solo l’amore conta. Sceglie un ragazzo del pubblico come sposo per la serata e lo avverte: «Sei pronto a dividermi con tutto il mondo, Marco?». E si capisce perché il mondo la ami tanto: è onesta, generosa, si fa un gran culo, e poi vogliamo darle atto che nel suo modo leggero lei è trent’anni che lo dice? La religione fa casino. Devil Pray, Holy Water, Like a Virgin.
Canta l’ultima canzone, ed è la mia: Holiday.

Bye bye, bitch.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di dicembre.
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