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Erol Alkan non ha rimpianti

L'epoca del Trash Club è finita, ma il DJ londinese guarda a quei tempi con gli occhi a cuoricino, oltre che pensare già al futuro con due nuovi singoli per Phantasy

Foto di Tom Madwell

Foto di Tom Madwell

Spectrum e Silver Echoes sono i titoli dei due nuovi singoli di Erol Alkan, usciti pochi giorni fa per la sua sua Phantasy. Ma se negli ultimi anni il DJ londinese era riuscito a non perdersi fra date nei club (sempre più rare perché ormai è un papà) e una specie di best of dei suoi famosi rework in chiave dance, è anche vero che di singoli suoi, veri e propri, non se ne vedevano da un po’.

Chiamo Erol una mattina presto, che significa ancora più presto se contiamo che in Inghilterra stanno un’ora indietro.

È prestino in UK, sei uno che si sveglia presto?
Oggi mi sono alzato alle 6, ma di solito mai più tardi delle 7. Sbrigo sempre le mie faccende quotidiane e poi vado in studio. Sai, comunque sono un padre di famiglia.

Ma lo studio ce l’hai in casa oppure fuori? Perché sai che ci sono due scuole di pensiero in merito.
Lo studio è in un altro edificio, ma è molto vicino a casa mia. Capisco cosa intendi, sono anche io uno di quelli che preferisce non avere lo studio fra le mura domestiche. È bene separare le due cose. Ma almeno quando mi sento ispirato posso arrivare nello studio velocemente.

E ti sei sentito di nuovo ispirato dopo, finalmente.
Sì, negli ultimi tempi ho speso tempo per produrre musica esclusivamente in funzione dei miei DJ set. Mentre ora sono usciti due singoli sulla mia etichetta. Così, per tornare a fare musica fine a sé stessa e che anche gli altri DJ possono suonare.

Quante volte suoni a settimana?
Ormai mi dò un massimo di 4 date al mese. Ho una famiglia e un età, quindi non è più fattibile fare 180 date all’anno come da giovane.

Se c’è però qualcosa in cui sei sempre bravo sono i tuoi rework di pezzi altrui. Non ti piace il termine remix?
Quando ho iniziato a fare musica, il termine remix non soddisfaceva il significato che avevo in mente. C’era pure un drink che si chiamava remix, era un termine abusatissimo. Era quasi una parola d’ordine, aveva troppi significati. Rework invece mi sembrava corretto, perché dava l’idea di riadattare e riarrangiare la musica di altri. Rifare il pezzo e cercare di migliorarlo, non solo metterli una cassa come in un banale remix, capisci?

Cosa c’era nel remix drink?
Non ne ho idea, non bevo. Era più o meno il 2004 comunque. Non direi che sono straight edge, ho bevuto alcool per qualche anno, però ora niente più.

Che effetto ti fa riascoltare i tuoi rework?
Beh, mi tornano in mente tanti ricordi. Tante persone, tante situazioni. Ho sempre amato rielaborare la musica di persone importanti per me. Non ho mai scelto in base alla carriera, non lo faccio mai. Molti ricordi riguardano anche le mie DJ residencies nei locali, e le reazioni che hanno regalato al pubblico in sala. Alla fine, i rework nascono con una funzione ben precisa, quella di far ballare la gente. Il processo di prendere la musica di qualcuno e riarrangiarla, stravolgerla, riadattarla, è molto segreto e intimo. Ma il risultato deve essere di tutti. Se poi diventa una hit e tutti gli altri DJ la suonano, quello è un extra. L’importante per me è fare qualcosa che verrà amato. La cultura dei remix era diventata cinica negli ultimi anni. I DJ ne sfornavano a raffica sperando di raggiungere più gente possibile ogni volta. Sembrava che i remix fossero frutto di una catena industriale, più che di un processo creativo di un artista.

La copertina

La copertina

E poi le cose sono migliorate?
Sì, ora non sento più tanto cinismo. È successo per qualche anno, ma pian piano sia la gente che le etichette hanno preso coscienza. Stava degenerando la cosa, non poteva che autodistruggersi. Nel 2009, quando ho fatto Waves con Boys Noize, volevamo un solo remix che non fosse una club version. Così ho chiesto a Chilly Gonzales di farci una piano version, che era un po’ la reazione a quello che stava succedendo. Non posso suonare il piano come Gonzales, ma posso essere abbastanza creativo da chiedergli di farlo.

Il tuo storico club di Londra, il Trash, ormai ha chiuso da anni. Non ti manca un po?
Il Trash era una cosa sacra per me, perché ci è voluto un grande sforzo per aprirlo, ci erano coinvolte così tante persone a me care, così tanti ricordi legati a quel posto. Un giorno spero di raccogliere un po’ di materiale di quel posto e magari farci qualcosa, non so cosa. È questione di tempo.

Non desideri mai che sia ancora aperto?
Sincero? No. Perché i club sono diapositive di un periodo storico. Non dovrebbero essere cose da aprire in franchising, né catene di supermercati. Era molto di più di musica, riguardava le persone. Ogni club ha un proprio momento e un’epoca. Il Trash ha avuto il suo tempo e l’ha sfruttato bene. ma quel tempo non è oggi, è ieri. Ogni club leggendario che si rispetti ha il suo momento.

Mi ha dato più o meno la stessa risposta Dave Haslam quando gli ho chiesto dell’Hacienda di Manchester.
Infatti, non avrebbe senso aprire un Trash club oggi. La musica, i dischi, la cultura, la gente, i magazine, i media, sono diversi. Le circostanze che hanno portato alla sua genesi sono ben altre oggi. Ci sono altri club ora che fanno cose simili, più grandi o più piccoli. Ma è compito loro portare avanti la club culture e raccontare questo momento. Il Trash ha fatto il suo. Non è finito per cause esterne, è finito perché l’abbiamo deciso noi e allo scoccare del decimo anno abbiamo fatto l’ultima serata. È una durata di vita invidiabile per un club: ricordiamolo, lasciamo che ci manchi senza rimorsi. Lasciamo che rimanga bellissimo nella nostra memoria.

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