Ermal Meta e Fabrizio Moro cambieranno l’Eurovision

Nonostante il 'plagio' e il rischio squalifica, 'Non mi avete fatto niente' ha vinto il Festival e ora ci rappresenterà in Europa. Questa volta, però, i due autori potrebbero anche lasciare un segno.
Ermal Meta e Fabrizio Moro, in gara con "Non mi avete fatto niente". Foto: Paolo De Francesco

logo Michele Monina

In effetti non hanno fatto loro niente. Perché niente c’era da fare. Hanno tirato fuori con metodi da investigatopi la faccenda del plagio, per altro sbagliando clamorosamente i tempi, le modalità, i luoghi, poi si sono rimangiati tutto, votandoli in Sala Stampa. Hanno acclamato la vittoria di chi, in teoria, volevano affossare. E la vittoria c’è stata.

Poi quel che alle vittorie segue.
I carri, i vinti, chi ci sale sopra.
La classifica, col primo e terzo posto a Meta e Moro nella prima settimana. Poi il ripristinarsi degli eventi, con Sfera Ebbasta di nuovo lì, in vetta.

I firmacopie separati, la promozione ufficiale insieme, i primi pensieri organici sull’Eurovision, con la preoccupazione, legittima, di non essere confusi con una band, e men che meno con un duo. Con la certezza, forse, di non poter competere con gli spettacoli tutti balletti e fuochi d’artificio degli altri concorrenti, perché un cantautore Pierrot può vincere una volta, è successo l’anno scorso, ma Eurovision vuole lo show e lo show difficilmente può passare per una canzone che parla di terrorismo.

La canzone che parla di terrorismo, appunto. Qualche critica, in effetti, Non mi avete fatto niente l’ha ricevuta, di diversa natura. Da una parte c’è chi ha mosso dubbi sulla sincerità dei due, tirando in ballo una certa paraculaggine che, sempre stando a questa teoria, avrebbe accompagnato su quel palco anche l’anno scorso Ermal Meta con Vietato morire, brano in cui ci parlava, più o meno esplicitamente, della sua esperienza personale in Albania.

Come dire, fate una canzone su un tema caldo, e la fate usando strumenti retorici piuttosto basici, per colpire al cuore la gente comune: siete paraculi.

Poi c’è stato chi, invece, ha accusato i due di essere stati superficiali, quindi non paraculi, ma incapaci di affrontare un tema così importante andando oltre i luoghi comuni. Perché, questa la teoria di questa seconda fronda, la canzone dice che in sostanza gli attentati vari in giro per il mondo, da Barcellona a Parigi, insomma, quelli citati o evocati nel brano, non ci hanno fatto niente, ma in realtà ci hanno fatto molto. Ci hanno, appunto, terrorizzato. Ci hanno immobilizzato, si veda come le norme di sicurezza si siano innalzate un po’ ovunque. E soprattutto abbiano fatto molto male non solo e non tanto a chi in quegli attentati è morto, perché chi muore muore, non può certo continuare a soffrire, ma piuttosto ai chi di quelle vittime era parente, amico, amante. Loro hanno sofferto e continuano a soffrire, questa l’idea che ha mosso queste critiche. Andatelo a dire ai parenti delle vittime, diceva anche da queste colonna Mara Maionchi, per citare un caso specifico.

Ora, partendo dal presupposto che il brano, contenuto nell’album di Ermal Meta, Non abbiamo armi, e nella raccolta di Fabrizio Moro Parole Rumori e Anni, non è decisamente la canzone migliore dei singoli repertori dei due, e che già nel terzo album di Meta in tre anni, per dire, ci sono canzoni di levatura decisamente più alta, 9 primavere, Mi innamoro ancora e Caro Antonello su tutte, entrambe dedicate alla fine della storia sentimentale del cantautore, la seconda diretta a Venditti, ispiratore e amico, va detto che la canzone è in realtà assai azzeccata, proprio per quel suo essere leggera, volendo anche effimera e superficiale.

Il terrore non vuole la leggerezza, proprio quella prova a toglierci.
Il terrore tenta, spesso con successo, di minarci nell’animo, non certo sulla pelle. Non è un caso che i terroristi tendano a colpirci nei luoghi che dedichiamo al nostro divertimento, nelle arene dove andiamo a sentire musica, da Manchester al Bataclan, lungo le passeggiate turistiche e per famiglie, dalle Ramblas alla Promenade di Nizza. Non solo, magari, perché la nostra idea di divertimento non coincide con quella più ideologica che religiosa di chi è sceso in guerra con noi, nascondendosi dietro un’idea di D, ma proprio perché è alla nostra gioia che mirano, alla nostra felicità.

Quindi un po’ di sana superficialità, magari dissimulata da impegno, va più che bene, laddove una presa di posizione radicale potrebbe suonare pretenziosa, se non rischiosa. Intendiamoci, chi scrive non tende generalmente alle sfumature di grigio, e ha fatto sue sia la vignetta di Charlie Hebdo che mostrava un francese crivellato di colpi con una coppa in mano su cui campeggiava la scritta “Voi avete le armi, noi lo champagne, stronzi”, quanto le provocazioni del regista di The Artist, Michel Hazanavicius, che sintetizzò il suo pensiero nella frase “Continueremo a scopare, mangiare e giocare”. Di fronte alle candele accese e , per dire, preferisce decisamente i nudi di Sila Sahin su Playboy o le rime sboccate di Lady Bitch Ray, forse addirittura i finti hijab di Mia Khalifa, perché se guerra psicologica deve essere guerra psicologica sia. Ma ben venga l’idea che il terrore non ci ha fatto niente. Che in qualche modo la vita va avanti. Idea superficiale, certo, retorica, anche, ma onesta e soprattutto di buon senso. In una parola: vera.

La vita va avanti, infatti, e le canzoni di oggi, che sicuramente non sembrano avere il potere di portare avanti rivoluzioni come accadeva, invece, negli anni Sessanta e Settanta, quando dal Vietnam al Nucleare, proprio attraverso canzoni e cantanti passò la controcultura, possono quantomeno rassicurarci di quella stessa blanda rassicurazione che ci fa pensare che quando ci rigiriamo nel letto in preda all’insonnia e ai mostri che si muovono sotto il nostro letto la notte passerà lo stesso, che torneremo a innamoraci dopo che abbiamo avuto una delusione d’amore, che torneremo sani dopo una malattia grave, che troveremo un lavoro dopo essere stati licenziati.
Non so se sia possibile portare tutto questo su un palco, oltre che dentro una canzone, ma se Ermal e Fabrizio ce la faranno, fidatevi, a Eurovision potrebbero anche lasciare un segno.

Non ci hanno fatto niente, confermo.
E se è vero, come intitola l’album di Ermal Meta, che noi Non abbiamo armi, almeno abbiamo lo champagne, stronzi.