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Enzo Jannacci, un corpo che canta

Il 3 giugno 1935 nasceva a Milano Enzo Jannacci. Abbiamo voluto rendergli un piccolo omaggio attraverso alcuni dei frammenti meno conosciuti della sua carriera, dalle prime apparizioni televisive alla collaborazione con Marco Ferreri.

C’è la voce, naturalmente: stridula, un po’ rauca. Poi il dialetto, che come ha scritto Umberto Fiori, «non era il meneghino sornione di Giovanni D’Anzi: era un ostrogoto spigoloso, selvaggio, gesticolante». Ma Enzo Jannacci (che oggi avrebbe compiuto 82 anni) era anche presenza, corpo, movimento: “performativo”, per usare una parola dei nostri tempi; “burattinesco”, avrebbe detto lui. Una voce che gesticola, un corpo che canta: i saltelli, gli scatti improvvisi, apparentemente (?) incontrollati, aggiungevano ben più di un pizzico d’eccentricità alle sue già stralunate esecuzioni.

Per farsi un’idea di quanto la sua presenza fosse dirompente nell’anestetizzata TV italiana del Boom, basterebbe dare un’occhiata a un estratto dalla trasmissione Il macchiettario, datato 1964. L’annunciatrice lo introduce con una serie di perifrasi ridicole («Una chitarra, una voce, un paio di scarpe da tennis»), presentandolo infine come «giovane cantautore milanese». Poi arriva lui, Enzo, non ancora trentenne. Nessuna traccia di chitarra. Magrissimo, giacca e cravatta da bancario (la banca era, credo, il sogno piccolo borghese dei giovani milanesi di allora, e soprattutto dei loro genitori: vedi Io vado in banca di Nanni Svampa), accompagna le prime note della canzone (un tango) con movimenti secchi delle mani chiuse a pugno e un cenno (un tic?) del capo.

La canzone, Aveva un taxi nero (testo di Dario Fo, musica dello strehleriano Fiorenzo Carpi), è una storia semitragica di fratelli-coltelli, amore materno e furti di ruote di scorta. Coerentemente, Jannacci canta la prima strofa con una certa serietà, gli occhi incollati alla telecamera, rigido e quasi solenne. Sul ritornello, invece, si cambia musica (letteralmente), ed eccolo improvvisare una sorta di tiptap da balera, mentre agita le braccia nel vuoto, con l’aria di uno che vuole spiccare il volo. Altro che chitarra e scarpe da tennis.

La chitarra – o meglio, le chitarre – ritornano in un’altra esecuzione/performance, stavolta al fianco di Giorgio Gaber. Il duo musicale, durato un paio d’anni (1958-60), si chiama I due corsari (avrà un’effimera ripresa all’inizio degli anni Ottanta con il nome di Ja-Ga Brothers); quanto alla canzone, si tratta della demenziale (e famosissima) Una fetta di limone.

In questo caso, non si tratta di far propria una canzone scritta da altri, “terremotandola” nell’esecuzione. Le mosse dei due (che accennano in pochissimi gesti alcune pantomime musicali: il flamenco, il rocker anni ’50) fanno tutt’uno col testo che, a metà fra il sarcasmo e la parodia della canzonetta d’amore/da spiaggia, descrive i rifiuti di un giovane alle profferte di una donna benestante ma tutt’altro che avvenente («Sei ricca ma sei racchia/ ma guardati allo specchio/ non vedi che sei vecchia»). Il resto è ancora teatro, con Jannacci e Gaber che passeggiano, suonandosela e cantandosela come se il pubblico non ci fosse (che invece c’è, e se ne sentono le risate: risate vere e non preregistrate).

È singolare che il corpo di Jannacci, la sua esuberanza scenica, non abbiano trovato sbocchi nel cinema. Forse perché l’industria dello spettacolo (e non solo quella, purtroppo), predilige la chiarezza, i confini netti: un cantante è un cantante, un attore un attore, e niente vie di mezzo. Mario Monicelli, che riuscì a dirigerlo insieme alla Vitti in un episodio del film Le coppie (1970), avrebbe volentieri proseguito la collaborazione, ma – parole sue – fu costretto a fermarsi davanti alla volatilità del Nostro Eroe, che scompariva e riappariva nei momenti più impensati (riuscì comunque a fargli eseguire la colonna sonora di Romanzo popolare).

Nel 1972, fortunatamente, Enzo ebbe la fortuna di incrociare la strada di un altro milanese sopra le righe, Marco Ferreri, che lo rese lunare protagonista di una delle sue più belle tragicommedie dell’assurdo, L’udienza. Pare che in realtà Jannacci fosse stato una sostituzione dell’ultimo minuto, dopo l’abbandono di David Warner, avvenuta in circostanze poco chiare (chi dice perché non riusciva a calarsi nei panni del personaggio, chi perché cadde da una finestra del suo appartamento durante le riprese). Eppure, non si riuscirebbe a immaginare interprete migliore per Amedeo, l’omino mite e occhialuto che vorrebbe conferire con il papa senza mai riuscirci. Dato il soggetto, la verve è per forza di cose un po’ tarpata, e Jannacci gioca il suo ruolo calcando più sulla naturale goffaggine che non sugli eccessi gestuali; ma basta fare un poco d’attenzione per ritrovarlo, inconfondibile. In una scena del film, ambientata nei palazzi della nobiltà papalina, Enzo/Amedeo confessa: «Di giorno in giorno mi sento sempre più calato in una situazione kafkiana». Ecco, basta quel “kafkiana”, pronunciato con le inconfondibili vocali aperte: il Vaticano è sparito, Rogoredo è dietro l’angolo.

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