Enzo Avitabile, il rivoluzionario

Mentre la nostra politica si abbandona al populismo e alla retorica dell'anticultura, il compositore napoletano continua il suo percorso verso una musica totale, senza barriere o confini.

logo Michele Monina

Meglio ‘na Tammurriata ca ‘na guerra.
Vagli a dare torto.
Meglio ‘na parola doce, sotto ‘e stelle.
Invece siamo da tutt’altra parte.
Siamo al prima gli italiani.
All’aiutiamoli a casa loro.
Al fuori dall’Europa.

All’illusione, per altro malriposta, del popolo sovrano.
Ti fai un giro per i programmi televisivi dedicati alla politica e ne esci con davanti agli occhi una panoramica a dir poco agghiacciante. Populismo spiccio, retorica dell’anticultura sbandierata come fosse un vanto, slogan pret-a-porter che farebbero ridere, li trovassimo in un meme, ma messi in bocca a chi in teoria dovrebbe guidare il paese nei prossimi anni fanno solo piangere. Fascismi, neocolonialismi, un’idea di mondo fatto di etnie e di steccati come, si sperava, non ne avremmo più sentiti.
Il tutto in un’atmosfera di rabbia che non sfocia, non sa e non può sfociare, in una rivoluzione. Non dico una rivoluzione violenta, ci mancherebbe solo questa, ma una rivoluzione culturale, appunto. Solo indignazione da touch screen. Vaffanculo da tastiera.

Niente scintille. Niente luce all’orizzonte. Solo buio.
Un tempo era la musica a accendere scintille. O a fare da colonna sonora all’accensione di quel motore. Oggi sembra tutto silenzioso. Come di un mutismo rassegnato, basito.
In realtà si dovrebbe guardare proprio alla musica, per trovare la risposta, quella che la politica non sembra essere in grado di dare. O non sembra essere intenzionata a dare, vai a capire.
La storia musicale, almeno nella forma canzone, di Enzo Avitabile, a guardarla bene, contiene già tutte queste risposte. Stanno lì, sotto gli occhi e le orecchie di tutti, solo a aver voglia di avvicinarcisi.

Partito al fianco di Pino Daniele e Edoardo Bennato sul volgere degli anni settanta, con l’inizio del nuovo decennio Avitabile mette la propria bandierina nella mappa del new soul napoletano. Una manciata di album che ha il suo apice in S.O.S. Brothers, del 1986, trainata dalla hit Soul Express e che lo vede collaborare con giganti come Richie Havens o Afrika Bambaataa, incontro che, come vedremo, gli regalerà una credibilità successiva per la comunità del nuovo rap italiano. Ma guardando a quel decennio, già appare evidente un percorso, l’inizio di un percorso, musicale ma al tempo stesso teoretico, a suo modo ideologico, dando all’ideologia una valenza più che positiva.

Enzo Avitabile ha cominciato, come molti suoi concittadini, a fare i conti con una forma canzone di importazione, quella afroamericana del soul e del funky, arrivando, appunto, a confrontarsi con un genere, il rap, ancora da noi considerato alieno. E lo ha fatto anche molto bene, finendo, così doveva essere, per incrociare la sua voce e il suo sassofono con quella dei più grandi nomi del panorama mondiale, James Brown su tutti. Riconosciuto come un talento puro non poteva che essere così, la musica non ha quegli steccati che invece, a sentire i proclami dei politici di oggi, qualcuno vorrebbe di nuovo ergere, non solo metaforicamente. Ma appreso e fatto proprio quel linguaggio che non ci appartiene per DNA, sorta di colonialismo culturale di cui noi italiani siamo ovviamente oggetto non solo in ambito musicale, Avitabile ha deciso di intraprendere un percorso di studio e di approfondimento di quelle che sono le nostre radici musicali e culturali.

Messe da parte, momentaneamente, le scale blues, ecco che il cantautore e musicista napoletano ha cominciato a studiare le scale di origine greca, ovviamente tenendo ben in mente le scale napoletane, patrimonio della nostra tradizione musicale. Contiguamente Avitabile ha cominciato a frequentare anche altri ritmi, più orientati al sud del mondo, a partire ovviamente dal mediterraneo, ma poi guardando con sempre più interesse all’Africa. Aiutateci a casa vostra, verrebbe da dire, parafrasando uno di quegli agghiaccianti slogan che abbiamo sentito così tante volte negli ultimi tempi.

La chiamano giustamente world music, anche se forse sarebbe più sensato chiamarla semplicemente musica. Una commistione di linguaggi, di scale, appunto, di ritmi, di suoni, che provenendo da parti anche distanti del mondo, si incontrano su un terreno comune, quello della forma canzone, della performance, e danno vita a un linguaggio universale. Un linguaggio veramente universale, versione riuscita del fallimentare Esperanto.

Dopo essere stato, quindi, uno degli alfieri del new soul partenopeo, ecco che Avitabile diventa uno dei massimi rappresentati di world music. Anche qui le sue collaborazioni non si contano, da Khaled a Mory Kante, passando per Manu Dibang, Toumani Diabatè e tanti altri. Al fianco di questi studi, nella forma canzone, Avitabile porta avanti una seconda vita musicale, dedicata alla composizione sinfonica. Su tutte le musiche per orchestra del Vangelo di Pippo Del Bono, ma questo è un discorso troppo complesso da affrontare così en passant.

Questo non è un biopic in lettere di Enzo Avitabile. Come non è un suo biopic il film Enzo Avitabile Music Life che gli dedica il regista da Oscar Janathan Demme, più concentrato a raccontarci del suo percorso musicale che della sua biografia. Perché il modo in cui Avitabile ha affrontato e affronta la musica è fondamentale per cercare oggi un’ancora di salvezza, un appiglio in attesa, si spera, che passi la tempesta.

Un modo, il suo, di cercare costantemente un dialogo capace di arricchire, un dialogo inteso proprio come strumento di comunicazione tra chi magari non ha altra lingua comune che la musica, ma che non per questo non riesce a tramandare storie, non suggestioni ma storie. Un modo che ci fa vedere come, a latitudini e longitudini diverse si è trovata, magari, una soluzione simile, come le scale del mondo, lui che le ha sostanzialmente mappate tutte, scale che addirittura non possono essere eseguite con gli stessi strumenti, concepiti, magari, solo per eseguire quelle occidentali, finiscono comunque per dar vita a suoni comprensibili a ogni latitudine e longitudine, senza quei famosi steccati che finiscono spesso per essere fortezze mentali difficili da espugnare.

Tutto questo appare evidente ascoltando i suoi lavori di studio nel corso degli anni, parliamo sempre delle sua forma canzone, e oggi la pubblicazione di Pelle differente, una sorta di best of ragionato uscito a compendio della sua partecipazione al Festival della Canzone Italiana di Sanremo col brano Il coraggio di ogni giorno, eseguito in compagnia di Peppe Servillo, ci può agevolare in tal senso. Qui ritroviamo alcune delle sue canzoni più importanti, anche quelle della sua prima fase, la new soul, spesso in compagnia di alcuni degli importanti artisti internazionali e nazionali con cui ha incrociato il proprio percorso. Mancano, legittimamente, alcuni degli incontri più recenti, come quelli con De Gregori o Caparezza, avvenuti per l’ultimo recentissimo album Lotto infinito, da cui per altro arriva l’incipit di questo articolo, tratto da Napoli nord, come manca la collaborazione con Pino Daniele, frutto di una promessa fatta al compianto collega.

Ecco, magari qualcuno dei più giovani si sarà imbattuto in questo piccolo grande genio della nostra musica così detta leggera proprio grazie a Caparezza. O grazie a Guè Pequeno, col quale ha duettato ne La maleducazione, tanto quanto quelli della mia generazione si sono imbattuti su di lui vedendolo ospite a DOC di Renzo Arbore. Bene così, la musica, soprattutto la musica alta e bellissima di Enzo Avitabile parte proprio dall’idea di incontro, di condivisione di linguaggi, di creazione di nuovi linguaggi, come dovrebbe essere in fondo la vita stessa.

Una visione ideologica della musica, lo dicevamo prima, fatta di presa di distanza dal colonialismo culturale, e al tempo stesso di continua ricerca di un linguaggio comune in grado di abbattere barriere. Condivisione, altro che prima gli italiani. Dialogo che parte del basso. E a vederlo suonare e cantare dal vivo, i pochi invitati al suo showcase in Sony, major che si è presa carico non solo di pubblicare gli ultimi lavori, notevolissimi, ma di ristampare tutta l’opera del maestro napoletano, hanno potuto vedere come la musica sia davvero in grado di unire. Sentire una accolita di milanesi, sempre che i milanesi esistano davvero, ripetere con Avitabile e il suo ospite Diaby Tourè il suo slang fatto di “in coppa ‘o groove” e “megli na tammurriata ca na guerra” avrebbe dovuto commuoverci, non fossimo tutti troppo presi a ballare, appunto, in coppa ‘o groove. Sentirlo raccontare di come il brano di Sanremo sia nato unendo una scala napoletana di origine greca al ritmo della marcia funebre ideata per Masaniello commuove, ma sentirlo passare dal napoletano allo swaili mentre canta dal vivo è un’esperienza addirittura unica.

Enzo Avitabile è un rivoluzionario.
Magari non lo è esplicitamente, come lo era un Fela Kuti, ma lo è per il messaggio che la sua musica veicola esplicitamente e implicitamente. Non possiamo che fidarci della musica, linguaggio universale che ci parla anche se non vogliamo starlo a sentire.
Per dirla con George Clinton, muovete il culo, che la mente lo seguirà.
Gli steccati, Salvini e amici della Lega, Di Stefano e amici di Casapound, Fiore e amici di Forza Nuova, Meloni e amici di Fratelli d’Italia, ficcateveli nel culo.

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