Bono: «Elvis ha cambiato tutto»

Il 16 agosto 1977 il Re è stato ritrovato morto, aveva 42 anni. Ecco il ricordo della voce degli U2: «Elvis era l'archetipo del rock: aveva sia il gospel che il fango del blues»

Da Tupelo, Mississippi, e da Memphis, Tennessee, arrivò questo donnaiolo pallido che metteva l’ombretto – un dandy che rischiava la pelle vestendosi da gay e comportandosi come un nero. Non siamo a New York e nemmeno a New Orleans; siamo a Memphis, negli anni cinquanta. E lui era un punk. Era un rivoluzionario.

Elvis ha cambiato ogni cosa – musicalmente, sessualmente, politicamente. In lui c’era tutto, in quella voce elastica e in quel corpo. E mentre lui cambiava forma, così faceva il mondo: un’icona di stile dei fifties che poteva dimostrare le potenzialità dei sixties, e poi non l’ha più fatto. Negli anni settanta ha trasformato la celebrità in una competizione, ma paradossalmente più tornava sulla Terra più i suoi fan lo trattavano come una divinità. Nei suoi ultimi concerti aveva una voce enorme, e tutti piangevano vere lacrime mentre il messia della musica cantava del suo cuore stanco e trasformava i club in templi.

In Elvis c’era l’archetipo del rock. La sua estensione vocale, le altezze del gospel. Poi il fango – il fango del Delta, il blues. La liberazione sessuale. Le controversie. Cambiare il modo in cui le persone vedono il mondo. Elvis era tutto.

Foto via Wikipedia

Quando ho visto lo special del ’68 avevo solo otto anni – un vantaggio, probabilmente. Non avevo la capacità critica per distinguere le contraddizioni di Elvis, perché vedevo tutto quello di cui avevo bisogno: chitarra, basso, batteria, un performer stufo della distanza con il suo pubblico; una carica sessuale paragonabile alla sete di divinità.

Ma è quella danza la cosa più difficile da spiegare – fianchi che si agitavano ovunque, dall’Europa all’Africa, e credo che questo sia il senso più profondo dell’America. Per un irlandese era la sua voce a spiegare cosa c’era di sexy negli USA, e la danza mostrava l’energia di un mondo nuovo, pronto a rinascere e mostrarci nuove idee su razza, religione, moda, pace e amore.

Una volta ho incontrato Coretta Scott King, John Lewis e alcuni degli altri leader dei movimenti per i diritti civili americani. Mi hanno ricordato che il rock & roll combatteva contro un apartheid culturale: credo che senza l’influenza della black music sulla cultura pop avrebbero trovato ancora più ostacoli sulla loro strada. Elvis faceva esattamente quello che chiedeva il movimento: distruggeva ogni barriera. Di solito non è ricordato come una figura politica, ma la politica è proprio questo: cambiare il modo in cui le persone vedono il mondo.

Negli anni ’80 siamo andati a Memphis, nei Sun Studio, dove è esploso il rock & roll. Jack Clement, il cowboy di Elvis, ci ha fatto strada nello studio: volevamo registrare alcuni brani nelle stesse stanze dove Elvis incise Mistery Train. A un certo punto Clement ha ritrovato il vecchio microfono valvolare che usava all’epoca del Re; il riverbero era lo stesso. Potete ascoltarlo nelle sue incisioni al Sun, e per me quello è il vero Elvis. Il Re non sapeva ancora di essere il Re. Non sapeva dove quel treno l’avrebbe portato, e per questo volevamo salirci insieme a lui.

Foto via Wikipedia

Jerry Schilling, l’unico della mafia di Memphis a non averlo venduto, mi ha detto che quando Elvis si sentiva giù di corda andava nella sua vecchia palestra, dove poteva suonare un pianoforte. Senza nessuno nella sala con lui, la sua voce suonava sempre gospel. Schilling dice che non l’ha mai visto così felice come quando cantava da solo, in una sorta di sicurezza spirituale. Purtroppo non è rimasto con noi abbastanza a lungo. Il disprezzo di sé era dietro l’angolo, mentre registrava speciali per la TV. Sul comodino c’era la Bibbia, ma Elvis non credeva che la grazia di dio fosse abbastanza meravigliosa.

Alcuni dicono che fu l’esercito a spezzare il suo spirito, altri Hollywood o Las Vegas. Al mondo del rock & roll, comunque, non piaceva vedere il suo re obbligato a fare qualcosa. Secondo me è stato più il suo matrimonio, o sua madre – oppure una frattura più sottile e antica, come la perdita del gemello Jesse. Forse era solo il grosso culo del successo a pesare sul suo spirito.

Credo che il periodo di Las Vegas sia sottovalutato. Credo che sia il più emozionante. A quel punto Elvis non aveva più il controllo della sua vita, e nelle sue esibizioni c’era un pathos incredibile. La sua voce negli ultimi anni aveva qualcosa di operistico – e fa davvero male.

Perché vogliamo che i nostri idoli muoiano su una croce? Perché, se poi non lo fanno, rivogliamo i nostri soldi indietro? Elvis, alla fine, ha divorato l’America prima che l’America divorasse lui.