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Elvis Costello: la mia vita in 10 canzoni

Nella sua autobiografia, Costello racconta cosa c’è dietro ai suoi successi. Da Springsteen alla Thatcher, dal senso di colpa alla voglia di rivincita

Elvis Costello, foto stampa www.elviscostello.com

Elvis Costello, foto stampa www.elviscostello.com

La prima volta che mi hanno chiesto di scrivere la mia autobiografia avevo solo 24 anni», dice Elvis Costello, 61 anni, rigirandosi tra le mani una copia delle sue rivelatorie, evocative e molto divertenti memorie, Unfaithful Music & Disappearing Ink. «Io risposi: “Posso vivere ancora un po’?”».
All’epoca, Elvis Costello (vero nome Declan MacManus), figlio di un cantante di big-band, aveva appena fatto irruzione nel mondo del rock&roll con la forza di un tornado con gli occhiali mettendo insieme punk, musica roots americana e un tagliente candore testuale negli album My Aim Is True del 1977 e This Year’s Model del 1978, il secondo registrato con la sua selvaggia band The Attractions. Elvis diceva che tutte le sue canzoni nascevano dalla voglia di rivincita e dal senso di colpa, adesso invece ci ride sopra: «Non è mai stato vero, era solo una bella citazione da mettere di fianco al mio nome. Però, vedi, sfortunatamente la gente prende le cose molto alla lettera».

Quando ascolti qualcosa
e ti lascia indifferente,
non è colpa della musica.
Vuol dire che non sei pronto

Da allora Costello ha scaricato un fiume di canzoni in oltre una ventina di dischi, collaborando con artisti come Paul McCartney («La sua ultima collaborazione era stata con Michael Jackson, e io mi sono chiesto: “Forse devo prendere qualche lezione di ballo”»), Burt Bacharach, Allen Toussaint e i The Roots, per non parlare di un album attualmente in lavorazione con Kris Kristofferson e Rosanne Cash.
Ha anche esplorato diversi stili, dal country alla classica, seguendo l’ampia gamma dei suoi gusti musicali: «Quando ascolti qualcosa e ti lascia indifferente, non è colpa della musica. Vuol dire che non sei pronto». Sostiene di non essere più così prolifico come sembra: «La mia vera maledizione è l’indolenza», dice, ammettendo allo stesso tempo che, mentre scriveva la sua autobiografia, stava lavorando a circa 40 canzoni nuove: «In effetti uno che sta rallentando non fa così».

“Radio Soul” prima versione di “Radio Radio” (1975)

L’ho registrata molto prima del mio album di esordio, My Aim Is True, con la mia band di semiprofessionisti, i Flip City. È un pezzo che chiaramente deve molto a Bruce Springsteen, e che poi si è trasformato in Radio Radio. Ho preso il ritornello pop e ne ho cambiato il significato per adattarlo alla mentalità furiosa del 1977. La cosa strana è che adesso Radio Radio non ha più lo stesso significato per me. Dal vivo faccio sempre Radio Soul, voglio che il pubblico sappia che questo è quello che volevo dire. L’idea è simile a quella raccontata da Van Morrison in Caravan: essere sintonizzati con questo oggetto mitico, la radio. Che viene celebrata anche nelle canzoni di Bruce.

“Poison Moon” (1976)

È l’ultima di un gruppo di canzoni che cantavo da solo a casa prima di adattare il mio linguaggio alla forma che avrebbe preso in My Aim Is True. Erano canzoni molto tranquille che cantavo nei club, chiedendomi perché il pubblico non le cantasse con me! Quello che non avevo capito è che i cantautori che amavo, John Prine o Randy Newman per esempio, avevano un pubblico che li seguiva e li ascoltava con attenzione, in un rispettoso silenzio. È interessante vedere il salto musicale che ho fatto da qui al mio primo album. Oggi la canto molto spesso, perché il pubblico adesso mi conosce e mi ascolta.

“(The Angels Wanna Wear My) Red Shoes” (1977)

L’ho scritta in 10 minuti, tutta d’un fiato, mentre ero su un treno che mi portava fuori da Liverpool. Ho trovato l’immagine principale e poi ho lavorato al contrario, ho pensato a una scena ambientata in un dancehall, che a sua volta ha dato vita a quel verso ancora più strano: “Non diventerò più vecchio di così”. Ancora non so spiegarmi perché ho detto una cosa del genere a 22 anni… Ma di sicuro registrarla è stata un’operazione quasi comica: oggi puoi registrare un demo in qualsiasi momento con il telefono, ma al tempo ho dovuto fissarla in mente prima che svanisse, scendere dal treno, andare a casa di mia madre, prendere una vecchia chitarra e suonarla finché non l’ho imparata a memoria. Non avevo un registratore, per memorizzarla non c’era altro modo che suonarla a ripetizione.

“High Fidelity” (1980)

Un disco esaltante, con un cantato molto grezzo e un gran ritmo. L’abbiamo registrata in Olanda, dove non avevamo altro da fare che stare chiusi in studio a impazzire. Come ho scritto nel mio libro è “una canzone triste e amareggiata, in cui una coppia si ritrova in due posti diversi con i rispettivi amanti e uno dei due è ancora irrazionalmente convinto che l’impegno che si sono presi riuscirà a fargli superare la reciproca infedeltà”. La ferocia della musica è reale. Altre canzoni come Lip Service (su This Year’s Model) e Mystery Dance (su My Aim Is True) sono idee buttate lì intorno a un ritornello. Mi stavo facendo gioco della capacità di scrivere in fretta delle canzonette pop. La cosa assurda è che è piaciuta, e alla fine ho dovuto farmela piacere anch’io, perché la gente voleva sentirla.

“New Lace Sleeves” (1981)

Alcune delle cose migliori che gli Attractions abbiano mai fatto sono pezzi lenti come questo. Non è vero che eravamo una band tutta velocità e potenza, New Lace Sleeves sembra quasi un pezzo dub reggae. Ho scritto le prime strofe nel 1974, mentre lavoravo a From Kansas to Berlin, un pezzo grandioso sulla vita subito dopo la guerra. Ma nel ’74, di sesso, dell’imbarazzo del giorno dopo e cose del genere non ero molto esperto: nel 1981 invece sì. È anche una canzone che parla del classismo e della repressione. C’era chi diceva che Margaret Thatcher governava usando una specie di magnetismo sessuale. Il potere è seducente. E noi per suonarla bene dovevamo essere sempre esausti, dovevamo aver esaurito l’impulso di suonare forte.

“Beyond Belief” (1982)

Con Imperial Bedroom c’è stato un cambio: avevamo più spazio per provare, prima non eravamo mai stati in studio per 12 settimane. Eravamo anche nell’epoca della musica dei grandi spazi e con un forte impatto visivo, tipo gli U2 o Echo & the Bunnymen, noi facevamo canzoni piccole e compatte che non erano al passo con i tempi. Questo è un pezzo delirante, con un testo volutamente insensato: volevo fare una foto sfuocata, perché vivevo una vita sfuocata. La batteria di Pete Thomas è fantastica, ho pensato che, se lo avessi lasciato libero di scaricare tutta quella energia per fare in modo che noi suonassimo in modo più orchestrale e io potessi cantare piano, il risultato sarebbe stato più convincente. È stato il momento in cui ci siamo avvicinati di più alle grandi canzoni. Non volevo sembrare uno che cerca di stare dietro alle giovani band.

“Indoor Fireworks” (1986)

Imperial Bedroom, Punch the Clock (1983) e Goodbye Cruel World (1984) sono i dischi più anni ’80 che abbiamo mai fatto. Avevamo delle hit, avevamo della gente che veniva alla nostra festa, ma il punto è che la festa non ci piaceva più. Quindi ho cominciato a suonare canzoni che nessuno, nemmeno gli Attractions, voleva sentire. Volevo farlo e l’ho fatto, e sono uscito con King of America. Sono canzoni emotivamente più grezze e il suono serve a far passare questo messaggio. Registrarle con gli Attractions è stato doloroso, perché ci stavamo già sciogliendo. Anche in Blood & Chocolate. È stato un periodo brutto in cui abbiamo fatto dei grandi album. Sono il frutto di quella tensione.

“London’s Brilliant Parade” (1994)

Non sarei mai riuscito a scrivere queste armonie prima di The Juliet Letters (un album per voce e archi in collaborazione con il Brodsky Quartet). Un disco che mi ha aperto la mente: ho capito che potevo inserire degli accordi bizzarri, ma sarebbe comunque rimasta una canzone pop. È anche la cosa più vicina che abbia mai fatto alla celebrazione di un luogo, in cui però dico anche quello che non mi piace. È anche la canzone per cui ha avuto un senso rimettere insieme gli Attractions. Non avremmo mai potuto registrarla prima.

“When I Was Cruel” (2002)

Devi accettare che ci sia una percezione pubblica di te stesso, questo è il punto, e la musica va avanti e indietro di continuo. Sono partito guidato dalla rabbia, da idee incazzate, e la gente si sente in qualche modo tradita se tu non rappresenti sempre pienamente una certa cosa. Ma la vita reale è molto più complicata di così. Nella canzone ci sono dei bersagli, e il narratore dice: “Avrei potuto ucciderli, ma non ne vale la pena adesso”. Ecco: non vale la pena perdere la tua anima per seguire quella strada.

“The Puppet Has Cut His String” (2013)

È arrivata alla fine del lungo lavoro per registrare Wise Up Ghost. La maggior parte dei pezzi di quel disco sono dei resoconti di vita, una specie di bollettino delle notizie. Non so perché la musica mi abbia portato lì, ma ad un certo punto quella notte ho cominciato a scrivere delle ultime ore di vita di mio padre. Ho scritto il testo di getto e l’ho registrato al primo take con il mio computer sul bancone della cucina. Ho voluto raccontare in modo chiaro come la musica sia stata la compagna di mio padre fino all’ultimo respiro. Un triste finale. Ma perché averne paura?

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