Elisa: «A 8 anni ho subito una violenza sessuale, il dolore si deve nominare per processarlo» | Rolling Stone Italia
Kintsugi

Elisa: «A 8 anni ho subito una violenza sessuale, il dolore si deve nominare per processarlo»

«Ho atteso molti anni prima di confessarlo a mia mamma e sono dovuta arrivare a 48 anni per cercare l’aiuto di un terapeuta. È una missione collettiva liberarsi da questo assurdo, straziante senso di colpa per una violenza subita»

Elisa: «A 8 anni ho subito una violenza sessuale, il dolore si deve nominare per processarlo»

Elisa

Foto: Chiara Parmigiani

«A 8 anni ho subito una violenza sessuale, mi ha segnata per sempre». Nell’intervista concessa a Walter Veltroni e pubblicata oggi sul Corriere della Sera, Elisa racconta un episodio drammatico, la necessità di riconoscerlo e superarlo. «Da tutta la vita tendo a scrivere e raccontare a me stessa la mia vita», dice Elisa a proposito dei monologhi-pagine di diario contenuti nel film Kintsugi… e sono la mia opera che è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma e che accompagna l’uscita il 27 novembre dell’album Kintsugi. «Ho iniziato in quinta elementare e non ho mai smesso. Ho dei grandi bauli che li contengono. Un giorno ho provato ad aprirli e ho riempito tutta casa con quei quaderni scritti fitti fitti. C’è tutta la mia vita lì dentro. Anche le ferite più profonde».

Tra le ferite più profonde c’è l’abuso. «Da piccola ho subito una violenza sessuale. Avevo 8 anni. Non piccola abbastanza da poterlo dimenticare, ammesso sia mai possibile. Il tipo di esperienza umana che segna la vita di chi ha vissuto la violazione del corpo è qualcosa di molto difficile da nominare. Mi ha segnata per sempre».

La fase di autoanalisi che alla fine ha dato origine a Kintsugi l’ha aiutata. «Sto imparando a non colpevolizzarmi. Sto facendo un lavoro di pulizia, certi ingombri non si rimuovono, ma si può sistemarli nel posto giusto, cambiare loro posizione e destinazione. Non lo avevo mai fatto. Da un po’ di tempo ho iniziato un percorso di terapia psicologica e questo mi sta aiutando molto. I pezzi del mosaico si stanno ricomponendo: i fogli del diario, la voglia di raccontare, la decisione di non nascondere più l’amore che ho sempre avuto per la danza, che per me è stata come una cura. Mi sono liberata dentro e fuori di me».

Il senso di colpa che possono provare le vittime «è proprio il motivo per cui oggi ho deciso di parlarne. Voglio cercare di essere utile alle tante ragazze e donne, e ai tanti ragazzi, che hanno subito la violenza sessuale. È una missione collettiva, liberarsi da questo assurdo, straziante, senso di colpa per una violenza subita. Lo faccio con il mio lavoro, con queste parole, sostenendo il movimento di donne di Una, nessuna centomila che ho contribuito a fondare».

«Chi, come me, l’abuso l’ha conosciuto da bambina, perde fiducia nel prossimo, smette di pensare che gli adulti ti proteggano, il tuo mondo si popola di mostri e di pericoli. Quel dolore si va a insediare in anfratti che ogni tanto rigurgitano. È un peccato, perché ti toglie tempo di vita, che nessuno ti restituirà. Io vorrei che nessuno aspettasse a parlarne, io ho atteso molti anni prima di confessarlo a mia mamma e sono dovuta arrivare a 48 anni per cercare l’aiuto di un terapeuta. Il dolore si deve nominare per processarlo. Una persona violentata non ha mai nessuna colpa».

Nell’intervista Elisa affronta anche un altro tema privato: la rottura tra lei e il marito e chitarrista Andrea Rigonat. «È avvenuta a settembre dell’anno scorso, dopo 17 anni vissuti insieme. Ci sono dei figli, era un legame fortissimo che non avevo messo in preventivo di chiudere, mai. Questo sovvertimento mi ha portato a guardami dentro spietatamente, a farmi domande che non mi ero mai posta. E questo si è riversato in Kintsugi. So parlare solo di sentimenti veri, so scrivere solo quello che sento, le emozioni che mi attraversano». La crisi è stata talmente profonda da spingerla a pensare «di ritirarmi, di farmi una nicchia al riparo del mondo. Non riuscivo a scrivere cose nuove, perché non volevo toccare certe verità. Quando poi ho deciso di far cadere i recinti, tutto si è riaperto, ho ritrovato energia e libertà. Personale e creativa».