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Elettronica e laseroni: sale in cattedra il creatore di Ableton

Siamo stati a Romaeuropa allo show di laser e bassi dell'uomo che negli anni Novanta ha creato il software più famoso nella musica

Foto di Michael Breye

Foto di Michael Breye

“Tutto quello che vedrete, che sia una figura complessa o un puntino di una scritta indecifrabile, sarà frutto della vostra percezione”. Ce l’ha presentato così Robert Henke il suo Lumiére III, lo spettacolo di un’ora di laser e musica con cui il Romaeuropa Festival è riuscito a svecchiare il Teatro Argentina di Roma di almeno un secolo facendolo tornare al futuro. Un’interazione in tempo reale di laser e musica elettronica generata dal software creato appositamente dall’ingegnere, scienziato e musicista tedesco per superare i codici linguistici e lasciarci perdere oltre le porte della percezione.

Non c’è quindi da preoccuparsi se abbiamo immaginato di essere sotto l’effetto di qualche acido (e non eravamo i soli!) mentre quei suoi “punti di luce”, che dovevamo “guardare senza mettere a fuoco”, si muovevano sullo schermo in combinazioni di forme geometriche e psichedeliche. Una serie di puntini, poi di cifre, di onde, cerchi e rette parallele si sono definite, scendendo dall’arco scenico e dai lati del proscenio, in un grande codice a barre mentre suoni ambient oscuri ne scandivano i movimenti. Poi, la detonazione con la cassa dritta techno, il codice in frantumi e quei laser bianchi, grigi, blu e rossi, che sono diventati dei soli, dei labirinti, dei cavi pulsanti di elettricità che sembravano poi topi che squittivano coi suoni usati da Henke, come a volerci dimostrare d’essere tutti intrappolati in questa società telematica e compulsiva fatta di incastri sempre uguali. Diversi “atti” scanditi da momenti di buio totale e silenzio che precedevano la proiezione di figure nuove, divenute tridimensionali con l’uso della nebbia, e la diffusione di suoni elettronici manipolati da Henke e di gran lunga sotto i 140 bpm della techno dell’hardgroove. Ognuno dei presenti nel pubblico avrà avuta la sua lettura della serie di quadrati concentrici che per diversi minuti ci hanno ipnotizzati, una specie di passaggio segreto di un videogame verso chissà quale dimensione, ma Henke ci aveva avvertito di non “focalizzare troppo le immagini” e di lasciarlo “giocare con le nostre menti” mentre “osserviamo senza mettere a fuoco”.

Alcuni dei giochi di luce nello show

Alcuni dei giochi di luce nello show

La potenza del suo spettacolo si basa sulle serie di simboli e suoni sincronici che ci risulta indecifrabile ma che rappresenta un “linguaggio perché compone un testo incomprensibile” ma comunque comunicativo. Henke conosce bene il linguaggio informatico. Oltre ad essere un inequivocabile nerd berlinese, vestito sempre di nero e con la faccia pallida da techno-raver, verso la fine degli anni novanta creò Ableton Live assieme a Gerhard Behles, rivoluzionando così la scena della musica elettronica e non solo dei live. I due si conoscevano dai tempi dei Monolake, il progetto tedesco di musica techno nato nel 1995 che ora comprende solo Henke.

Il software creato e ottimizzato dallo stesso Henke durante le tre versioni di Lumière (la prima è del 2013) supera il medium del sonoro per fonderlo con quello del visivo. E non c’è nulla di più attuale della “musica visiva”, che sta diventando lo standard dei live di buona parte della scena musicale mondiale e che è ormai la tendenza di molti format radiofonici che puntano sulle dirette live sui social. Questa sincronia tra suoni e immagini generati sul momento da Henke forma degli “eventi che possono sembrarci molto familiari così come qualcosa di totalmente alieno”. Un contrasto che “sta alla base di molti film e racconti di fantascienza – ha spiegato Henke nell’intervista del Romaeuropa – e rappresenta un viaggio che parte da un passato remoto e arriva a un futuro distante e impreciso. Una specie di futurismo retrò”.

Federica Tazza

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