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Eagles of Death Metal, Jesse Hughes ha perdonato i terroristi del Bataclan

Il frontman della band è uno dei testimoni nel processo relativo all’attentato del 2015. «Ora sono cambiato, vedo il pubblico con occhi diversi», ha detto. «Spero che tutti possano trovare un po' di pace»

Jesse Hughes durante il processo sull'attentato al Bataclan

Foto: GEOFFROY VAN DER HASSELT/AFP via Getty Images

Nella giornata di ieri i membri degli Eagles of Death Metal hanno testimoniato nel processo agli estremisti dello Stato Islamico che nel 2015 hanno attaccato il Bataclan durante un concerto della band, causando la morte di 90 persone.

Durante il suo intervento, il frontman Jesse Hughes ha parlato di fede e perdono. «Sono un cristiano: tutti possono perdersi, tutti hanno bisogno di trovare una strada e la maggior parte delle persone che sono qui ci sono riuscite. Io li perdono, spero che possano trovare un po’ di pace in dio», ha detto.

Sia Hughes che il chitarrista Eden Galindo sono alcuni dei sopravvissuti all’attentato del 13 novembre. Nel processo sono sia testimoni che parte civile, spiega l’Associated Press.

Nel corso della sua testimonianza, un emozionato Hughes ha raccontato come ha vissuto quei momenti. Ha detto di aver riconosciuto subito il rumore di un’arma da fuoco e che quell’attacco ha cambiato la sua vita per sempre. «Ora sono cambiato», avrebbe detto secondo la ricostruzione di Guillaume Auda, un giornalista di France 5 che sta seguendo il processo, «ma da quell’attacco mi porto dietro una certa agitazione. Vedo il pubblico con occhi diversi. In questo momento provo dei sentimenti che avevo sotterrato, pensavo di averli superati».

L’attentato, però, non ha tolto a Hughes l’amore per la musica. «Prego per loro e le loro anime, spero che la luce del signore possa illuminarli», ha detto. «Vorrei concludere con le parole del cantante Ozzy Osbourne: non potete uccidere il rock’n’roll! Non potete uccidere il rock’n’roll!».

Galindo, invece, ha detto che nei primi momenti dell’attacco era convinto che l’impianto audio del locale si fosse rotto. «Ricordo che il pubblico ci guardava incredulo. Pensavamo che quel suono si sarebbe fermato. Ma non è stato così. Hanno ricaricato [i fucili]». Ricorda anche di essere fuggito da un’uscita laterale e che aveva paura di essere inseguito. Si è ritrovato alla stazione di polizia con «altre persone ricoperte di sangue».

«Dopo quel giorno non sono stato più lo stesso. Ma abbiamo continuato il tour. Oggi ho una figlia e una vita diversa. Non sarò più lo stesso. Penso alle vittime ogni giorno. Prego per loro», ha detto.

L’unico imputato del processo è Salah Abdeslam, un uomo arrestato in Belgio dopo una fuga di cinque mesi. L’accusa è convinta che sia l’unico sopravvissuto del gruppo che ha organizzato l’attacco, che ha colpito anche ristoranti, bar e uno stadio (causando la morte di 130 persone in totale). Abdeslam è accusato di omicidio come membro di un’organizzazione terroristica, ma non di aver ucciso direttamente qualcuno. Secondo i procuratori non ci è riuscito per un malfunzionamento della sua cintura esplosiva, mentre lui dice di aver cambiato idea e interrotto l’attacco.

La sua prima testimonianza è stata definita provocatoria. Secondo le ricostruzioni del processo si è rifiutato di rispondere alle domande. Poi, circa un mese fa, ha chiesto di essere perdonato e ha detto alla corte: «So che l’odio rimane… Vi chiedo di odiarmi con moderazione. Vi chiedo di perdonarmi».

Gli altri terroristi coinvolti nell’attacco si sono suicidati con le cinture esplosive o sono stati uccisi dalla polizia. Oltre ad Abdeslam, altre 20 persone sono state accusate per reati connessi, relativi per esempio al supporto logistico o alla consegna di armi. Il processo dovrebbe concludersi a giugno.

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