È morto il leggendario musicista jazz Sonny Rollins. Saxophone Colossus, com’era soprannominato, se n’è andato ieri nella sua casa di Woodstock. Aveva 95 anni. Non è ancora nota la causa precisa del decesso. Nel comunicato che ne annuncia la morte è citata una sua frase del 2009: «La vita di un creativo non finisce, ma continua nella prossima esistenza. Credo che questa vita non sia il principio e la fine di tutto».
Cresciuto ad Harlem, Rollins si è avvicinato al jazz in tenera età, prima suonando il pianoforte e poi il sassofono. «È stata mia madre a regalarmi il primo sax, un contralto. Avevo 7 anni. L’ho portato in camera da letto e ho iniziato a suonare, tutto qui», raccontava a Jazz Times. «Ero al settimo cielo. Mia madre doveva chiamarmi: “Vieni che è ora di cena”. Avrei potuto continuare all’infinito. Adoro suonare da solo, è un esercizio, ma è anche un modo per comunicare con la mia musa».
Durante il liceo Rollins ha affinato la tecnica al sax tenore insieme a Jackie McLean e Art Taylor, amici di Harlem. Dopo il diploma è entrato in band guidate da grandi del be bop come il trombettista Fats Navarro e il pianista Bud Powell. Una delle sue prime apparizioni discografiche risale al 1949, in The Amazing Bud Powell, pietra miliare dell’hard bop, genere che lo stesso Rollins ha poi contribuito a definire.
La sua ascesa si è fermata momentaneamente quando è finito in carcere per rapina a mano armata e a causa della dipendenza da eroina, dalla quale si è liberato a metà anni ’50. Ha preso parte alla storica session che nel 1951 ha dato vita a Dig di Miles Davis. Col trombettista ha suonato anche in Collectors’ Items e Bags’ Groove, quest’ultimo contenente Oleo, composizione firmata da Rollins destinata a diventare uno standard jazz eseguito da John Coltrane, Eric Dolphy e altri.
Nell’arco di una carriera durata decenni – dalla fine degli anni ’40 fino al ritiro dalle scene nel 2014 – i ’50 hanno rappresentato il periodo più fertile. Rollins ha suonato come sideman in classici di Thelonious Monk, Dizzy Gillespie, Max Roach, Miles Davis, oltre a pubblicare la sua serie più importante di album da leader come Sonny Rollins with the Modern Jazz Quartet, Moving Out, Work Time, Sonny Rollins Plus 4, Tenor Madness (nella title track c’era un emergente Coltrane) e il capolavoro assoluto come leader, Saxophone Colossus del 1957, «una delle opere definitive della sua carriera», come l’ha definita la Library of Congress nel 2017, quando l’album è stato inserito nel National Recording Registry. Per Rollins «era solo una session come un’altra. Non era uno dei miei primi dischi da leader, non aveva un significato particolare».
Meno di un anno dopo la session di Saxophone Colossus, Rollins e due musicisti con cui non aveva mai suonato prima, il bassista Ray Brown e il batterista Shelly Manne, hanno prodotto un altro capolavoro, Way Out West. L’accompagnamento ridotto all’essenziale – si trattava di una delle prime formazioni jazz senza pianoforte – è diventato la base ideale per l’esplorazione sonora di Rollins. «Se potessi scegliere, preferirei la formula sax, batteria e basso», ha detto il sassofonista a Jazz Times. «Credo offra il massimo margine di manovra e la maggiore libertà creativa». Una formazione a tre, con Max Roach e Oscar Pettiford, è anche in Freedom Suite.
Dopo una fase particolarmente creativa, Rollins si è preso una pausa di tre anni dagli studi di registrazione, fino al 1962, continuando a perfezionare la sua arte. Ha poi detto di aver trascorso gran parte di quel periodo suonando il sax sul Williamsburg Bridge perché non era soddisfatto del suo modo di suonare. Quando poi è tornato in sala d’incisione, ha intitolato l’album non a caso The Bridge.
Ormai riconosciuto come il miglior improvvisatore al sax tenore del jazz, negli anni ’60 ha continuato a registrare e suonare a ritmi forsennati, collaborando con leggende come Don Cherry, Coleman Hawkins, Ron Carter, Herbie Hancock, Elvin Jones. Ha scritto la colonna sonora del film Alfie e fatto un’incursione nel free jazz con East Broadway Run Down. Dopo un’altra lunga pausa alla fine dei ’60, durante la quale ha praticato la meditazione, è tornato nel 1972 con Next Album, il primo di una serie di dischi pubblicati per la Milestone Records di Orrin Keepnews.
Lo si ritrova nel 1981 in Waiting on a Friend dei Rolling Stones. È stato Charlie Watts, suo grande estimatore, a suggerire di chiamarlo. «Ci sono persone che bruciano intensamente e si spengono in fretta, e poi ci sono quelli che continuano a bruciare a lungo. Sonny non ha mai fatto un brutto disco, mai. Alcuni sono semplicemente migliori di altri», ha detto il batterista nel 2010. «Quando si alza e suona, non esiste sassofonista che non lo guardi con soggezione».
Sono tre i pezzi che Rollins suona nell’album degli Stones Tattoo You. «I Rolling Stones non mi interessavano granché, li consideravo derivativi del blues nero», ha detto al New York Times. «Ricordo però che una volta ero al supermercato e la radio passava dei pezzi della Top 40. Ho sentito quella canzone e ho pensato: “Chi è quel tipo che suona?”. Quel modo suonare mi colpiva. Poi mi sono detto: “Aspetta un attimo, ma quello sono io”».
Una delle uscite più significative di Rollins negli anni 2000 è arrivata pochi giorni dopo l’11 settembre. Viveva a pochi isolati dal World Trade Center ed è stato costretto a evacuare il suo appartamento portando con sé soltanto il sax. Pochi giorni dopo, il 15 settembre, ha tenuto un concerto a Boston poi pubblicato come Without a Song: The 9/11 Concert.
Il suo ultimo concerto è datato 2012. Due anni dopo ha annunciato il ritiro dalla musica a causa della fibrosi polmonare. «Il problema è che non riesco più a suonare il sax», ha raccontato al New Yorker. Nel 2020 diceva di avere speranza di «migliorare, suonare meglio, fare un disco migliore. La speranza non muore mai». Avvicinandosi ai 90 anni, ha anche parlato della fine inevitabile della sua carriera. «Morire è una cosa strana», ha detto al New York Times. «Tutti hanno paura di morire perché rappresenta l’ignoto. Ma mia madre è morta. Mio padre è morto. Mio fratello è morto. Mia sorella è morta. Mio zio è morto. Mia nonna è morta. Erano tutte persone meravigliose. Se possono morire loro, perché non posso morire io? Sono migliore di loro? È ridicolo pensare: “Oh cielo, io non dovrei morire”. Il mio corpo diventerà polvere, ma la mia anima vivrà in eterno».















