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È morto Robbie Shakespeare, uno dei grandi bassisti reggae (e non solo)

Aveva 68 anni. Con Sly Dunbar costitutiva una delle sezioni ritmiche più celebri al mondo, usata da Peter Tosh, Bob Dylan, Grace Jones, in Italia da Francesco De Gregori e Jovanotti

Robbie Shakespeare

Foto: David Corio/Redferns/Getty Images

È morto Robbie Shakespeare. Il bassista che ha contribuito a rinnovare il suono del reggae, e che ha suonato nei dischi di Black Uhuru, Peter Tosh, Bob Dylan, Mick Jagger, aveva 68 anni. Le cause del decesso non sono state ancora rese note, ma secondo il Jamaica Gleaner il musicista sarebbe morto per complicazioni legate a un’operazione. La morte è stata annunciata su Twitter da Olivia Orange, ministra giamaicana di cultura, gender, intrattenimento e sport.

Con l’amico Sly Dunbar, Shakespeare costituiva la sezione ritmica nota come Sly and Robbie. Non erano solo session man, ma anche produttori. Il loro stile affondava nei ritmi della loro Giamaica, ma i loro slanci sperimentali andavano oltre, verso un suono più sincopato ed elettronico, come ad esempio in Pull Up to the Bumper di Grace Jones.

«Una grande perdita», dice a Rolling Stone Michael Rose dei Black Uhuru. «Aveva un suono unico e spettacolare. Non ne nasceranno più così».

«Non riesco a descrivere a parole la tristezza per la partita del nostro caro amico Robbie», ha scritto su Instagram Zak Starkey, batterista degli Who, figlio di Ringo Starr e discografico dell’etichetta Trojan Jamaica. «Un gigante che ha portato suoni di basso spaziali in questo mondo e ci ha fatto divertire un mondo in Giamaica. Ci mancherai. Un grazie sentito per la musica: non ce l’avremmo mai fatta senza di te».

Nato il 27 settembre 1953, Shakespeare è cresciuto a East Kingston, Giamaica. Dopo avere imparato a suonare la chitarra è finito sotto l’ala protettrice del leggendario bassista Aston “Family Man” Barrett. «L’ho visto per caso una sera provare col suo gruppo, gli Hippy Boys», ha detto Shakespeare. «Quando l’ho visto al basso in me è scattato qualcosa. “Voglio suonare quello strumento”, gli ho detto, “e me lo devi insegnare tu”. Abbiamo iniziato la mattina dopo».

Quando Barrett è entrato negli Wailers, il gruppo di Bob Marley, Shakespeare l’ha sostituito negli Hippy Boys, ma la sua vita è cambiata per sempre nel 1973 quando l’hanno portato a sentire il batterista Sly Dunbar suonare in un club reggae, il Tit for Tat. «L’ho sentito e mi sono detto: wow, voglio fare una session con lui. Quando abbiamo suonato in studio la gente è impazzita. “Siete una coppia incredibile”. È cominciato tutto così».

Assoldati come sezione ritmica dello studio Channel One, i due hanno lanciato la variante sincopata del reggae nota come rockers, oltre a lanciare la propria compagnia di produzione e un’etichetta, la Taxi. A metà anni ’70, noti come Riddim Twins, i due sono apparsi nei classici di Peter Tosh e di tanti grandi del reggae tra cui Gregory Isaacs, Dennis Brown, Barrington Levy.

Diventati ancora più famosi dopo essere entrati nei Black Uhuru, sono stati reclutati da Chris Blackwell dell’etichetta Island per l’album di Grace Jones Nightclubbing. Nel 1985 hanno vinto un Grammy per Anthem dei Black Uhuru.

Richiestissimi in sala d’incisione, hanno suonato con Bob Dylan (ad esempio in Infidels), Mick Jagger, Yoko Ono, Jackson Browne, Carly Simon e molti altri. Sono apparsi anche in Scacchi e tarocchi di Francesco De Gregori e anni dopo in Safari di Jovanotti.

Nella classifica dei migliori bassisti di tutti i tempi di Rolling Stone è al numero 17. Quando gli è stato chiesto quale posizione avrebbe voluto coprire ha risposto ironicamente: «La numero due».

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