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Dopo 22 anni, sotto la luna piena, i Pearl Jam riconquistano Roma

Tre ore di concerto, tante hit e una valanga di sorprese per l’ultima data italiana dei Pearl Jam.
 Con una dedica speciale per Matteo Salvini

Eddie Vedder sul palco degli I-Days 2018 con i Pearl Jam. Credit: Laboratorio Studio.

Nel corso della mia vita ho visto i Pearl Jam dal vivo in quattro occasioni. 
All’epoca della prima, nel 1996, avevo diciassette anni e la band di Eddie Vedder e soci era il centro nevralgico di tutto il mio universo. 
Il luogo di quel concerto, storico, era quello che all’epoca si chiamava ancora Palaeur, già allora celebre per la sua pessima acustica. Erano gli anni della battaglia contro Ticketmaster, di Jack Irons alla batteria, di “No Code”, Bill Clinton e Michael Jordan. 
Il mondo era un posto completamente diverso da quello in cui viviamo ora: c’era una speranza nei confronti del futuro che ora che quel futuro lo stiamo vivendo quasi tremano i polsi.


Di quel concerto ho memoria per essenzialmente tre ragioni: stavo vedendo il mio gruppo preferito dopo che, a causa di un box office truffaldino, avevo rischiato di perdere lo show quando ormai era soldout da tempo; Eddie Vedder tirò sul palco un bandierone gigante della Roma con il palazzetto che, improvvisamente, si tinse di giallorosso (non sono della Roma, non sono neanche di quegli altri, ma fu un bellissimo momento); in apertura c’erano i Fastbacks, scaciatissmo gruppo punk di Seattle che passò alla storia – almeno alla mia versione personale della storia – dopo che un tizio del pubblico tirò un panino in faccia al cantante che, in tutta risposta, se lo mangiò felice. Ci sono tornato poi nel 2000, all’Arena di Verona, con quella che era la mia ragazza dell’epoca e che decise di lasciarmi nel pomeriggio, poco prima che aprissero i cancelli (in realtà mi aveva già mollato, ma io non volevo arrendermi).

Una delle serate più brutte della mia vita.
 Al terzo giro i Pearl Jam avevano smesso da tempo di essere il mio gruppo preferito: a Milano, al Forum d’Assago nel 2006, ci andai prendendo un treno al volo e un biglietto sculato giusto sei ore prima dello show. Zero investimento emotivo, e forse per questo fu un concerto molto bello. 
La quarta volta, l’ultima, è accaduta giusto ieri sera. Di nuovo a Roma, ora che di anni ne ho quasi trentanove e i Pearl Jam non riesco proprio più ad ascoltarli.

It’s been 22 years… ROMA 🇮🇹 #PJLIVE2018

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Questa introduzione che per brevità chiameremo “cazzi miei” mi serve essenzialmente per una ragione: i Pearl Jam non sono un gruppo normale. Non sono mai stati i più bravi, i più simpatici, i più cool, i più punk, quelli musicalmente più interessanti, ma hanno sempre avuto la capacità innata di attaccarsi alla vita delle persone. E il fatto che non abbiano avuto una fine tragica, che non si siano sciolti, che non si siano scannati, e che di fatto siano ancora qui in uno stato di forma più che accettabile – credibili nonostante non azzecchino un disco da tempo immemore – ha fatto sì che diventassero quasi una costante. Una cosa che in qualche modo c’è sempre stata e che pare destinata a esserci per sempre. E dal vivo, poi, sono sempre uno spettacolo.



Riesco a entrare allo Stadio Olimpico dopo una serie di vicende surreali e mentre il gruppo sta attaccando Why Go. La mia canzone preferita – Corduroy – l’hanno suonata mentre passavo i tornelli. In qualche modo è come se la mia serata fosse già finita ancora prima di cominciare.
 Non è stato così, per fortuna: Eddie Vedder è in ottima forma, la voce è affaticata, ma c’è. Ogni tanto – come per esempio accade in Even Flow – lascia che i salti di tono siano tutti nelle ugole del pubblico, ma per il resto non si è risparmiato neanche un attimo. I concerti dei Pearl Jam, si sa, non sono mai uguali a loro stessi e la scaletta può spesso prendere traiettorie davvero imprevedibili e in alcuni casi anche un po’ bislacche. Come accade quando suonano Eruption dei Van Halen, oppure attaccano una tanto truzza quanto surreale cover di Black Diamond dei Kiss cantata da Matt Cameron e Mike McCready. Le cover sono una costante dei live dei Pearl Jam (hanno suonato anche Interstellar Overdrive, Comfortably Numb e Again Today di Brandy Carlile).

Come capita sovente durante gli show di Bruce Springsteen o in quelli dei Foo Fighters, sembra che gli ultimi baluardi di una cultura rock oggettivamente in crisi siano chiamati, ogni volta che calcano un palco, a farsi carico di tutta la storia che ha preceduto e segnato il loro cammino. 
I loro concerti somigliano sempre più a dei riti collettivi, un porto sicuro per nostalgici e orfani di una cultura giovanile, via via diventata sempre più senile, che proprio in questi momenti ritrova il suo senso aggregante. Dopo aver spaziato in lungo e in largo nel repertorio (tanti brani estratti da Yield, una memorabile doppietta con Mankind e Lukin, molti classici e solo cinque canzoni tratte dagli album post 1998), i Pearl Jam hanno aperto il primo bis con una bella cover acustica di uno dei brani tratti dal catalogo solista di Eddie Vedder (Sleeping By Myself), che ha fatto da buona introduzione a Just Breathe e al momento forse più controverso dello show.

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Chi ha visto Eddie Vedder esibirsi in solo – come lo scorso anno a Firenze e Taormina – sa che i suoi concerti sono molto intimi e particolari. In un contesto del genere suonare Imagine di John Lennon può anche avere un senso, un altro conto è farlo dopo avere inneggiato alla pace, in uno stadio, con cinquantamila fiammelle digitali (le torce degli smartphone) che ben s’interfacciano con la luna piena che risplende sull’Olimpico. Un momento che poteva essere più paraculo di così solo se alla fine avessero intonato anche Grazie Roma (questa cosa me la scrive un amico su Whatsapp e non posso fare a meno di citarlo: grazie Giorgio) o l’inno della Lazio.

Alla fine della canzone, però, appare un invito alla riapertura dei porti e tutto cambia. La gente ci mette un po’ a capire e prima che parta l’applauso c’è qualche secondo di silenzio. 
Di fianco a me qualcuno urla: «Bravi bravi, applaudite ma intanto il voto a Salvini e ai Cinque Stelle lo avete dato», e improvvisamente tutta quella retorica comincia a sembrarmi necessaria. 
Perché ormai anche i Pearl Jam hanno smesso di parlare ai convertiti: tra il loro pubblico di questa sera c’è sicuramente qualcuno che pensa che quella di chiudere i porti sia stata una buona idea, qualcuno che crede che Trump sia l’uomo giusto nel posto giusto (c’erano tanti, ma tanti americani ieri, nel parterre di Roma), e che certi valori universali non siano poi così tanto universali (io non so se avete mai letto la pagina Facebook: “Concita racconta i mondiali”, ma queste righe di sopra vogliono essere un piccolo tributo. Ieri quando Vedder ha annunciato Untitled/MFC raccontando la storia di un viaggio Roma – Porto Ercole è stato impossibile non pensarci).

Alla fine del concerto ci siamo arrivati passando per una bellissima versione di Daughter, la hit minore State of Love and Trust, Jeremy, Better Man e poi il tris finale Black, Rearview Mirror e Alive. Con quest’ultima eseguita a luci accese e ben oltre il coprifuoco ufficiale, l’ultimo momento prima del saluto finale rappresentato da Rockin’in the Free World di Neil Young. La sigla perfetta di una serata tanto imperfetta quanto emozionante. Una serata tra vecchi amici.

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