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Don Henley accusa di “furto” Frank Ocean e gli Okkervil River

Il co-fondatore degli Eagles ce l'ha con le cover e i campionamenti delle sue canzoni, e sguinzaglia gli avvocati. Will Sheff gli risponde così

Will Sheff e i suoi Okkervil River

In parte si tratta di una notizia non nuova: Don Henley, storico co-fondatore degli Eagles, aveva già accusato Frank Ocean di aver “rubato” una canzone del repertorio della band, la celebre Hotel California per usarla come base della sua American Wedding : in una nuova intervista al Daily Telegraph il musicista veterano della scena rock è tornato sull’argomento accusando Ocean di arroganza e di non capire le regole del copyright, e nel mucchio ha infilato anche Will Sheff e i suoi Okkervill River, colpevoli di aver registrato una loro versione del suo brano solista The End of Innocence con un testo modificato.

La legge sul copyright negli Stati Uniti permette a chiunque di registrare una cover di un brano altrui purché non venga alterata la versione originale (musica, o testo). Henley ha dichiarato al Telegraph che il problema sta appunto nelle modifiche fatte. Al che è arrivata una reazione direttamente da Will Sheff degli Okkervil River, scritta per Rolling Stone e che vi presentiamo in esclusiva per l’Italia:

Quando mi sono svegliato ho scoperto che non ho fatto una bella impressione a Don Henley. Ok, tecnicamente non gli ha fatto una bella impressione una cover du una delle sue canzoni che ho registrato e distribuito gratis su una raccolta che si chiama Golden Opportunities 3 – a dirla tutta era arrabbiata e ha voluto che la cancellassi da internet.
Golden Opportunities è una collana di cover che con la mia band, gli Okkervil River, abbiamo fatto per un tot di anni. Lo so che sembra che così stia facendo pubblicità alla cosa, ma non c’è nulla da pubblicizzare visto che gli avvocati di Henley ci hanno fatto rimuovere la canzone che avevo pensato come gran finale (The End of the Innocence) quando Henley ha trovato da eccepire.

La prima volta che ho sentito The End of the Innocence è stato ascoltando il Top 40 Countdown condotto da Casey Kasem, che mio padre ascoltava nella sua station wagon quando portava me e mio fratello a messa. Ero un ragazzino che stava ancora cercando di capire che musica gli piacesse e quale no. Per la prima volta mi resi conto che non mi piaceva più tutta la musica che usciva dalla radio, indifferentemente, mi resi conto che c’erano cose che mi parlavano più di altre. Incastrate tra cose più zuccherose come From a Distance e Cuts Both Ways, The End of the Innocence spiccava. Dal punto di vista sonoro era moscia come quelle canzoni di Bette Midler e Gloria Estefan, ma c’era una stanchezza da uomo di mezza età che mi inquietava, anche se all’epoca non sarei stato in grado di parlarne in questi termini. Avevo 12 o 13 anni ma quella canzoni mi faceva sentire come se fossi stato un uomo di 56. E la maniera in cui le strofe si trasformavano in ritornelli era meravigliosa.

Non avevo idea che sarei diventato un artista una volta cresciuto, e quelli che mi hanno influenzato fino a farmi diventare tale non hanno nulla a che vedere con Henley. Amavo la ruvidezza del primo Dylan, il vagare folk con una punta d’acido della Incredible String Band, le performance appassionate e coraggiose di Nina Simone. Tutti questi artisti in un modo o nell’altro prendevano elementi dalla tradizione folk e man mano che approfondivo la loro conoscenza mi hanno portato a esplorare la tradizione folk e blues americana, artisti come Woody Guthrie, Robert Johnson, Dock Boggs, Skip James e la Carter Family. Man mano che mi innamoravo di questi artisti ho notato cosa avessero tutti in comune – si copiavano a vicenda. Woody Guthrie ha preso la melodia di Little Darling Pal of Mine della Carter Family per fare la sua This Land Is Your Land. Robert Johnson si è appropriato della storia già nota di quello che vende l’anima al diavolo ed è diventata parte della sua immagine. Bob Dylan ha preso la ballata scozzese Come All Ye Bold Highway Men e l’ha usata come base di The Times They Are A–Changin. Nina Simone ha trasformato quella ridicola ballata di Morris Albert, Feelings e ci ha improvvisato sopra un altro testo, allungandola fino a 10 minuti e creando da quella qualcosa di straziante.
Ho capito che questo è quello che fanno gli artisti – comunicano fra loro attraverso le generazioni, prendono idee vecchie e le trasformano in nuove (perché è impossibile “imitare” davvero qualcuno senza aggiungere nulla di tuo), creano un linguaggio culturale ricco e condiviso che diventa disponibile a tutti.

Una volta trovati questi elementi nell’arte folk ho iniziato a vederli dovunque: nel dadaismo come nella street art come nell’hip hop. Mi sono convinto del fatto che l’anima della cultura vive in questa specie di botta e risposta strano, irriverente ma reverente al tempo stesso. E sono arrivato alla conclusione che il copyright come legge è il nemico di questo processo e sta strangolando e cancellando la nostra cultura, togliendo ricchezza e bellezza che appartenevano a tutti per dare più soldi a pochi che sono ben difesi da bravi avvocati.

Quando ho approcciato The End of the Innocence mi sono trovato in difficoltà. Gli accordi stile jazz di Henley e del suo co-autore, il geniale Bruce Hornsby, avevano un effetto sdolcinato nella mia versione. Li ho semplificati per portarli più vicini al mio stile folkeggiante. A dirla tutta è anche il motivo per cui ho pensato di fare la canzone senza accompagnamento, in maniera che se ne potessero sentire anche i difetti. Mi sono reso anche conto che alcuni dei versi di Henley e Hornsby suonavano male in bocca a me, quindi proprio pensando a Nina Simone e alla sua cover di Feelings li ho cambiati. In quella canzone a un certo punto lei si rivolge al pubblico direttamente e dice “Non credo nelle condizioni che hanno prodotto una situazione che ha reso necessaria una canzone come questa!”. E io provavo la stessa cosa. The End of the Innocence è un successo radiofonico sorprendentemente fatalistico e disperato, ma sembra respingere quella disperazione nel finale. Ho pensato sarebbe stato interessante se il testo avesse affrontato proprio quel senso di disperazione, cercando di trarne un senso, portandolo a un limite estremo. Per questo ho cambiato ultima strofa e ritornello. Pensavo di ricopiarle qui ma poi ho anche pensato che avrei potuto finire nei guai, che mi si potrebbe denunciare per questo, e siccome non ne sono sicuro non lo farò. Credo che la canzone smetterà di esistere, ma avrei voluto farvela sentire e ne vado orgoglioso.

Quando Henley ci ha chiesto di tirarla giù dal sito, ho pensato che fosse meglio obbedire perché non posso permettermi di finire in un processo con Don Henley dall’altro lato. Mi è stato anche consigliato di non parlare in pubblico della vicenda, ma quando un intervistatore mi ha chiesto della cosa non ho potuto nascondere quello che provavo. Ho anche pensato che Henley nemmeno avesse sentito la nostra versione, ma che fosse stato semplicemente avvertito da qualcuno del suo entourage – forse addirittura da un algoritmo, di quelli che generano una ricerca automatica. In realtà l’ha sentita eccome e non ha reagito bene. In questa intervista si lamenta della nostra cover e del brano di Frank Ocean dal suo fenomenale mixtape nostalgia, ultra e ha detto “Chiunque ne sappia qualcosa è cosciente del fatto che non si può prendere una registrazione e scriverci una canzone diversa sopra, non si può. Puoi chiamarlo tributo, puoi chiamarlo come ti pare, ma è contro la legge. Questo è il problema della nuova generazione. Non capiscono il concetto di copyright, il concetto di proprietà intellettuale…. Mi dispiace ma quelle versioni non sono un miglioramento dell’originale. Non siamo rimasti contenti. Abbiamo chiesto ai nostri avvocati di far rimuovere quelle canzoni e si sono offesi. Noi lavoriamo duro sul nostro materiale, passando mesi a comporlo e magari anni a registrarlo. È un po’ come entrare in un museo a disegnare baffi sul quadro di un’altra persona. Non verrebbe mai in mente a nessuno”.

Beh, io ci ho pensato. Magari non ho impiegato mesi a registrare quella cover, magari non era un miglioramento dell’originale, e magari a lui non è piaciuta, ma io ho pensato proprio di fare quella cosa. E non sono stato nemmeno il primo: prima ci sono stati Afrika Bambaataa, o Marcel Duchamp, o Bob Dylan, e praticamente tutti i musicisti folk di prima del 1940. Quindi in definitiva credo di essere stato poco originale anche in questo.

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