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Django Reinhardt in cinque brani

Oggi ricorre il 107esimo anniversario dalla nascita del leggendario chitarrista gipsy jazz con tre dita. Ricordiamolo con cinque brani chiave

La sanno tutti, la storia di Django Reinhardt. Un incidente da appena diciottenne lo aveva privato dell’uso di mignolo e anulare della mano sinistra, cosa che lo costrinse a reinventarsi un proprio stile per poter continuare a suonare. Un po’ meno conosciuto è invece il fatto che uno dei chitarristi jazz più famosi di sempre, di cui oggi ricorre il 107esimo anniversario dalla nascita, prima dell’incidente aveva suonato di rado la chitarra, che gli fu regalata nella convalescenza. È difficile quindi non guardare al trauma più grande della sua vita come a una benedizione, un’opportunità regalatagli dal destino che non solo ha aperto le porte dei jazz club alla musica tradizionale gipsy, ma ha anche permesso a un uomo semi analfabeta nato in una in una roulotte di condividere il palco con i propri idoli, come Louis Armstrong, Duke Ellington, Dizzy Gillespie. Ecco in cinque brani chi era Django Reinhardt:

1. Concerto alla Griserie (1928) 

Le prime registrazioni che abbiamo di lui risalgono a un periodo compreso fra il 1927/28. Nato Jean Reinhardt in Belgio da genitori sinti, Django (in lingua nomade significa “mi sveglio”) passa i primi anni della sua vita per le strade di Parigi, imparando a strimpellare il banjo, la chitarra e il violino da autodidatta. Per tutta l’adolescenza accompagna con il guitjo (una specie di banjo con il manico da chitarra) vari fisarmonicisti per i locali della capitale, fra loro c’è anche Jean Vaissade. Proprio con lui registra nel giugno del ’28 un’esibizione alla Griserie. Nonostante si sia già imbattuto nel jazz, il ruolo di Django qui è ancora quello di spalla per locali mondani. Motivo per cui queste prime registrazioni consistono in walzer piuttosto annacquati—eppure, se fate caso agli ultimi 20 secondi del video, emerge già il musicista virtuoso che ben presto diventerà.

2. I Saw Stars (1934) 

Nella vita di Django sembra andare tutto per il verso giusto. Finalmente può pagarsi da vivere suonando in giro, senza dover rubare polli per sfamarsi come capitava da piccolo. Arriva persino un primo ingaggio importante, che consiste nel seguire in tour tre fisarmonicisti (fra cui Vaissade) e un cantante, Maurice Chaumel. Django accetta, ma ancora prima che possa cominciare rimane vittima di un incidente che lo segnerà a vita. Una sera, di ritorno da un’esibizione, Django raggiunge la moglie Florine nella roulotte in cui vivono. Un rumore fra i fiori finti che la moglie vende di giorno, forse un topo, attrae l’attenzione di Django. Il musicista si china per controllare, ma lo stoppino della candela che tiene in mano cade inavvertitamente nei fiori di cellulosa, una sostanza altamente infiammabile. Ancora prima di poter ragionare, Django e sua moglie si ritrovano intrappolati in un inferno di fiamme. Il nostro riesce in qualche modo a portare in salvo la compagna, ma nell’incendio riporta gravi ustioni su tutto il corpo. Le peggiori riguardano la gamba destra e le ultime due dita della mano sinistra: la prima dopo un anno tornerà a funzionare, ma le dita rimarranno semi atrofizzate a vita, oltre che fuse insieme.

Seguono anni difficili per Django, che deve affrontare un divorzio e una lentissima convalescenza. Proprio in questo periodo, fra il 1929 e il 1935, il chitarrista mette a punto una tecnica tutta sua per suonare la chitarra, regalatagli dal fratello Joseph dopo l’incendio. Con solo l’uso dell’indice e del medio, Django si concentra sugli arpeggi, inventando anche rullate cromatiche eseguibili con un solo dito, sulla stessa corda. Passa le giornate ad ascoltare i 78 giri di Louis Armstrong e Duke Ellington, condividendo la passione per il jazz americano con un violinista conosciuto fra un drink e l’altro, Stephane Grappelli.

3. Minor Swing (1937) 

Nel 1934, sia Reinhardt che Grappelli lavorano come musicisti fissi all’Hotel Claridge di Rue De Francois 1er. Fra uno spettacolo e l’altro, i due improvvisano jam session fra l’entusiasmo del pubblico. Sostenuti anche dalla direzione dell’albergo di lusso, mettono insieme uno dei quintetti meglio riusciti nella storia del jazz. Il Quintette du Hot Club de France si compone per intero di strumenti a corde: Django, suo fratello Joseph e Roger Chaput alla chitarra, Grappelli al violino e Louis Cola al basso. Con il Quintette Django firmerà i suoi lavori più conosciuti, perfezionando una volta per tutte il gipsy jazz, che fonde elementi della musica tradizionale manouche (il nome che hanno i francesi per chiamare i sinti) con strutture tipiche della black d’Oltreoceano. Minor Swing è uno di questi, diventato ben presto standard jazz e ritornato in auge ultimamente anche grazie a film come Matrix e Chocolat.

4. Nuages (1940) 

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Reinhardt si trova intrappolato nello stesso identico incubo di ebrei, neri e dissidenti politici: i nazisti. A partire dal 1942, ogni zingaro trovato dalle SS viene sistematicamente deportato nei campi di sterminio. Per questo, Django tenta almeno due volte di fuggire dalla Francia occupata per raggiungere la Svizzera. In entrambi i casi, il jazzista viene rispedito con la famiglia a Parigi, graziato da ufficiali nazisti segretamente innamorati del jazz. Qui Django ricomincia a comporre canzoni con l’aiuto di qualcuno che trascriva le sue note. Nuages è una di queste, amata a tal punto dai parigini da diventare una specie di inno della liberazione dall’oppressore fascista. La prima versione del 1940 è interamente strumentale, mentre dal ’42 in poi viene aggiunto un testo in francese e poi anche in inglese.

5. My Melancholy Baby (1949) 

Dopo la guerra, Django è ormai una star di fama mondiale. Vola persino negli Stati Uniti per esibirsi con Duke Ellington alla Carnegie Hall, ma fare il nomade sugli aerei non è come farlo sulle roulotte. L’entusiasmo di Django verso la vita mondana e la fama si affievolisce lentamente, preferendo molto spesso “andare a fare una passeggiata” o “prendere una boccata d’aria” piuttosto che presentarsi sul palco. Uno degli ultimi progetti entusiasmati risale al 1949, durante il suo soggiorno a Roma insieme all’inseparabile Grappelli. Qui, Django assolda tre jazzisti italiani e negli studi Rai di Roma registra oltre 60 brani. Nessuno viene a sapere dell’intera registrazione per almeno 6 anni, quando poi verrà stampata e messa in commercio con il nome di Django In Rome. Due anni più tardi, nel 1951, Reinhardt si ritira nel paesino di Samois-sur-Seine, dove rimarrà fino alla fine dei suoi giorni.

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