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Dimmi quale streaming usi e ti dirò chi sei

Con l’arrivo di Tidal in Italia, la festa si è fatta affollata. Analizziamo le principiali piattaforme per capire quale scegliere

Con l’arrivo di Tidal anche in Italia, la proposta in fatto di servizi di streaming musicale si è fatta molto interessante anche nel nostro paese. Oltre a pizza, espressi, mandolini, insomma, c’è pure musica in abbondanza con cui saturare le connessioni wireless.

Partiamo con l’ABC che più ABC non si può: sai cos’è un servizio di streaming? È tipo una collezione di canzoni, solo che queste, anziché essere memorizzate nel tuo smartphone, sono archiviate in un servizio di cloud. Insomma, un mega-computer di proprietà del gestore del servizio, al quale accedi, tramite connessione Wi-Fi, ogni volta che ascolti una canzone. Qualche servizio, poi, consente di scaricare nel tuo dispositivo le canzoni che ti pare, in modo da poterne fruire anche quando non hai connessione, o non vuoi consumare traffico dati. Quanto descritto ti dà un’idea repcisa di come i servizi di streaming musicale offrano degli indubbi vantaggi: di fatto, ti abboni per accedere a un sistema cloud, e con un’unica spesa ascolti tutta la musica che quel cloud contiene. Il prezzo, poi, è molto vantaggioso, senza contare che non occupi spazio nella preziosa memoria dello smartphone. Per contro, la tecnologia di streaming porta in dote qualche problemino: la qualità può variare molto in base alla connessione che hai, l’offerta musicale può essere più o meno ampia a seconda del servizio, e se sei solito ascoltare lo stesso album per un mese, ecco, forse ti conviene comprarlo e fine della storia.

A questo punto, l’ardua domanda: quale servizio scegliere? Per capirlo, occorre gettarli tutti nell’arena e vedere quale resterà in piedi brandendo fiero la spada delle sette note.

TIDAL
E partiamo proprio da lui, l’ultimo arrivato. Non certo per questo, tuttavia, va guardato in modo torvo. Anzi: essendo tra i più recenti servizi di streaming, ha dalla sua una tecnologia più raffinata, che si traduce in una risoluzione sontuosa. La parola magica è “loseless”, cioè senza perdita di qualità: maggiore definizione rispetto alla concorrenza, maggiore qualità audio. Per apprezzarla, ovviamente, servono cuffie o auricolari adatti, il che aumenta l’investimento necessario per godersi il servizio al meglio. Tidal non è economico ma la scelta appare chiara: punta ai veri appassionati, e in questo senso l’abbonamento “HiFi”, vale a dire il top, con qualità loseless, si merita i 19,99 euro al mese. Per chi vuole spendere meno, c’è la versione “Premium” in qualità standard, a 9,99.

SPOTIFY
Di sicuro, il più noto servizio di streaming, forse perché è stato il primo a crederci. Dalla sua, quindi, il vantaggio dell’esperienza: si è migliorato anno dopo anno, da quell’ormai lontano 2008, e oggi vanta forse il più vasto catalogo tra i servizi di streaming. Una vera e propria “democratizzazione” della musica, tanto che è disponibile anche in una versione gratuita, limitata nelle funzioni ma pur sempre sfiziosa: riproduce casualmente dei brani, ha pubblicità, non permette di ascoltare le canzoni offline né di scegliere qualsiasi bravo, e la qualità è standard.. Se invece vuoi tutto di tutto, c’è quella Premium, che da 9,99 euro al mese. In più, ha l’interfaccia più semplice e immediata.

APPLE MUSIC
Di fatto, un iTunes trasformato in servizio di streaming. Sulla carta, doveva mettere la parola fine ai concorrenti, in realtà ha patito un avvio molto lento, a causa di una proposta limitata e della risposta aggressiva di Spotify. Senza contare una sequela di bug che, a oggi, affliggono ancora il servizio (i risultati dei “suggerimenti”, per dire, sono imbarazzanti). Il risultato è che, al momento, solo il 3% degli utenti Apple ha aderito al servizio. IL catalogo però si è arricchito e ha il vantaggio di essere integrato direttamente nei dispositivi della mela. Un tocco sul display è sei iscritto. Dispone di prova gratuita per bene tre mesi e poi si paga 9,99 euro per un abbonamento individuale e 14,99 euro per uno che estende l’uso a sei persone (e dispositivi) diverse. Volendo, c’è un’offerta dedicata agli studenti, a 4,99 euro.

GOOGLE PLAY MUSIC
Ha un’interfaccia striminzita, proprio all’osso, che la rende veloce e adorabile ai più. Inoltre, consente di caricare anche la propria musica sul cloud di Google e di ascoltare in streaming anche le proprie tracce, oltre a quelle offerte dal catalogo. Questo, un tempo vero e proprio punto debole, si estende giorno dopo giorno e, a oggi, non teme i rivali (ma è comunque inferiore a quello di Spotify). Il vantaggio, che Google sta sfruttando a dovere, è di essere integrato nel più diffuso sistema operativo al mondo su mobile: Android. In quest’ottica, è il servizio col futuro più radioso. Disponibile in una limitatissima versione gratuita, costa in versione Unlimited 9,99 euro al mese.

SOUNDCLOUD
Sì lo sappiamo: economicamente non sta messo bene e qualcuno vocifera sia prossimo alla chiusura, ma non perdiamo la speranza. Anche perché SoundCloud è sempre stato pioniere della musica streaming (è stato lanciato nel 2007), con un approccio tutto suo. Non è dedicato al pubblico, ma a chi la musica la fa, in particolare i gruppi indie. Quindi appassionati di musica e musicisti si fondono in un’unica community che, a oggi, vanta oltre 200 milioni di iscritti. L’interfaccia è essenziale, la qualità buona e l’iscrizione gratuita. Certo, è un po’ lento nel caricare la musica (i server sono pochini…) e piuttosto che la hit del momento ci trovi quella del futuro. Hai detto poco.

MICROSOFT GROOVE
Lo mettiamo perché, chi scrive, ne è appassionato. E probabilmente è uno dei due italiani che lo usano. Il servizio di streaming disponibile per PC, Xbox e smartphone basati su Windows Phone (ma adesso anche Android e iOS), in realtà è ottimo. Ha un’interfaccia molto ricca (deriva da quella del defunto lettore Zune, chi se lo ricorda?), che per alcuni potrebbe essere un po’ disorientante, col vantaggio di metterti subito a disposizione tutte le funzioni. Le prestazioni sono molto buone e la qualità pure. Il vero difetto è il catalogo: non che manchino le canzoni, intendiamoci, ma quelle più recenti qui arrivano con notevole ritardo. Costa 9,99 euro al mese o 99,9o euro l’anno.

ALTRI
Ci sono poi servizi alternativi più o meno esotici, molto meno diffusi perché privi di spinte marketing, o perché non ancora arrivati in Italia. Scelte un po’ hipster che ti permettono di rimorchiare raccontando le meraviglie di una scelta di nicchia rispetto ai blasoni commerciali (e così puoi sempre trovarci l’allusione alla tua persona). Amazon Music Unlimited è il servizio di Amazon, non molto diffuso ma che grazie ad aggeggi come Echo, ne siamo certi, prenderà sempre più piede. Napster è un ex servizio di condivisione pirata che si è fatto bravo e bello. Ha un’interfaccia bellissima, molto “stilosa”, ma il catalogo non ancora all’altezza, forse, non giustifica i 9,99 dollari al mese. Infine c’è Pandora. Impostato su un concetto di radio online, più che di collezione, funziona al momento solo negli USA, ma con qualche gabola (leggi: un sistema VPN), vi si può accedere anche da altrove.