Dieci anni dall’esame di maturità dei Baustelle

Un concerto in cui la band di Francesco Bianconi renderà omaggio ad ‘Amen’, l'album che rimane il più importante della loro carriera e fra i più significativi della musica italiana contemporanea

Forse l’hanno annunciato un po’ troppo in fretta, i Baustelle, ma l’hanno fatto tramite una locandina che è una perla di pop-art talmente bella che alla fine dai, è tutto perdonato: il prossimo 29 settembre, in una data unica alle OGR di Torino, Bianconi & co. eseguiranno tutto Amen, il quarto album della loro carriera che proprio quest’anno ha compiuto dieci anni, per l’occasione in versione riletta e ampliata. Sarà l’ultima data per un bel po’, ma sarà soprattutto l’unica occasione in assoluto per celebrare l’anniversario del disco di Charlie fa surf.

L’annuncio, in effetti, è arrivato un po’ distratto, quasi tardivo: il decennale è decorso già lo scorso febbraio, e loro stessi hanno ammesso di essersi praticamente dimenticati della ricorrenza, presi com’erano fra i due fuochi de L’amore e la violenza e del relativo tour. Eppure, nonostante la presentazione un po’ così, Amen resta un disco “importante”, da celebrare, almeno a detta dei Baustelle.

Vero è che ne abbiamo a migliaia, di festeggiamenti di questo tipo, e che i Nostri non sono nuovi a trovate del genere (il capostipite Il sussidiario illustrato della giovinezza è stato bello che rivitalizzato nel 2010, per dire), ergo il dubbio è più che lecito: questo “Amen live 2018” – titolo esemplificativo dato da noi, sorry – è una paraculata autocelebrativa, un rituale francamente evitabile o un tributo davvero necessario?

Un tributo davvero necessario, altroché. Zittiamo subito i cattivi pensieri e, anzi, diciamo che è un peccato che l’operazione sia limita a un concerto soltanto, che magari non lascerà neanche tracce “ufficiali”, in quanto si tratta di un album chiave nell’ecosistema della loro discografia (e non solo), meritevole di un trattamento quasi divulgativo. Già perché Amen rappresenta senza dubbio la loro maturità artistica, là dove prima un’identità forte già c’era, ma aveva ancora sembianze, almeno in parte, acerbe e nostalgiche, mentre dopo il revisionismo adolescenziale (I mistici dell’occidente), le austere divagazioni sulla temporalità (Fantasma) e il recap generale de L’amore e la violenza si inseriranno tutti come espressioni di un’età adulta ormai appurata.

E allora: cosa significa maturità per i Baustelle? Significa uno stile compiuto, in primis, nel senso di una crescita dal lo-fi obbligato degli esordi, ma anche dal passaggio “orchestrale” de La Malavita, prima prova con una major inevitabilmente oberata di responsabilità e di un sottile impaccio – oh, stiamo comunque parlando dei Baustelle; non ci sono dischi brutti, ma solo lavori “meno sicuri”, ovviamente. Ecco: in questo senso Amen suona più libero dei precedenti, più conscio dei propri mezzi, compiuto nelle intenzioni, enorme per soluzioni adottate, rotondo ma mai calligrafico, con arrangiamenti belli, ricchi e sfarzosi ma mai vanesi, semmai avvincenti, a esaltare una vena melodica da sempre e per sempre generosissima e accattivante.

Un disco personale, specie per la penna di un Bianconi finalmente grande: un dandi in piedi sulle sue gambe, lui, colto e popolare, tagliente e passionale, capace di testi commoventi e dissacranti, che coniugano al meglio piglio da chansonnier, fascino da poeta maledetto e rigurgiti da popstar metropolitana. Soprattutto, per la prima volta la mole infinita di riferimenti toccati (sempre a patti col citazionismo, i Baustelle), equamente ripartita fra musica e letteratura, cultura di massa e controparte elitaria, in Amen diventa parte integrante di uno stile originale che la domina con sagacia, la rovescia a suo piacimento e la irradia di significati prima solo accennati, nascosti.

Di fatto, siamo di fronte a un disco che parla una lingua che è solo sua, masticando tutto: la vicenda di Alfredino, le opere di Cattelan, il Tenente Colombo, Baudelaire e molto altro. Ogni simbolo è un pretesto per innalzare quello che è il loro lavoro più “impegnato”: non politico, ma volto a descrivere una decadenza sociale quotidiana, implicita negli stessi simboli che esalta e da Bianconi sempre accompagnata con pathos e partecipazione emotiva. È il disco che pesca senza paura e con equilibrio dalla tradizione italiana (Mina, De André, ma anche gli insospettabili Bluvertigo), è il disco di Alfredo e della bibbia de Il liberismo ha i giorni contati, della caccia borghese di Colombo e del successo radiofonico di Charlie fa surf, ma anche e soprattutto di una Bastreghi immensa, che in Aeroplano firma forse la sua interpretazione più intensa. È il raccordo fra prima e dopo, fra Baustelle giovani e adulti.

E allora è giusto così: che per una volta venga ricordato un album che non rappresenta l’esordio o l’apertura di una specifica fase nella carriera di una band, ma piuttosto il suo esame di maturità, da sempre tappa sfuggevole e più complessa da trattare. Non nel caso loro, in ogni caso: l’esame, lo si capisce presto, all’epoca andò una bomba; massimo dei voti, ottenuto con quello strapotere da primi della classe poco secchioni e molto fascinosi. Quello strapotere da Baustelle, insomma.

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