Di incazzati come gli Shame, in giro ce n’è pochi

Gli inglesi piacciono ai ragazzini e anche ai vecchi, ma a loro va bene così. L’importante è non diventare delle rockstar.

Chiamo Eddie Green, il giovanissimo chitar- rista degli Shame, alla vigilia della partenza per il tour in Australia. Per far parte della band post-punk inglese più incazzata (e acclamata) del momento, è talmente gentile da mettermi quasi in imbarazzo. Del resto lui e Charlie Steen, il cantante, sono ossessionati dal non cadere nei cliché e nelle pose da rockstar (“Se dovessimo accorgerci di farlo, scioglieremmo subito la band”, hanno detto) e forse dipende anche da questo: «Non ci aspettavamo tutta questa attenzione, a dire la verità. Ma non ci lamentiamo di certo».

Gli Shame, che hanno da poco pubblicato il loro album d’esordio Songs of Praise, fanno parte di una nuova scena rock inglese a base di chitarre (una rarità, in questi tempi di dominio trap e pop) con ingrediente base una sana, lucida rabbia, che forse ha qualcosa a che fare con il risultato del referendum sulla Brexit e la gestione dell’uscita dall’Unione Europea da parte dell’attuale governo Tory. «Essere associati a band come Fat White Family (da cui sono stati “adottati”, ma senza averne copiato le cattive abitudini in fatto di droghe, nda), Wolf Alice, IDLES, Bloody Knees è esaltante, e al tempo stesso una bella sfida. Fino a qualche anno fa, una scena del genere sembrava impossibile. Ma i nostri modelli vanno più indietro, verso band storiche come The Fall o Talk Talk. Ma più da un punto di vista di attitudine, che di suono». (Al sottoscritto ricordano, a tratti, anche gli Slint, per quanto Green affermi di non conoscerli molto bene).

Attitudine?«Sì, del tipo: non ce ne frega un cazzo di quello che la gente pensa di noi. Quando inizi suonando davanti a un pubblico di tre, quattro persone, è meglio se sviluppi un atteggiamento del genere. È meglio imparare a non prendersi troppo sul serio. Altrimenti non sopravvivi». A proposito di fama, cosa pensano dell’immane esposizione di un artista poco più vec- chio di loro, Ed Sheeran, che partito dalle origini più umili (faceva l’artista di strada e dormiva sui vagoni della metropolitana) oggi è la più grande popstar del mondo? «Non ho niente contro di lui, penso che faccia quello che una popstar deve fare. Poi, al con- trario, ci sono band che fin dagli inizi si atteggiano a rockstar… e sono altrettanto ridicole. Noi, spero, riusciremo a evitarlo», promette Green.

Gli Shame sono abbastanza intelligenti da non sovra- stimare l’importanza di qualcosa d’istintivo e irripeti- bile come un disco d’esordio: esagerando, potremmo dire che era dai tempi dei primi Arctic Monkeys che non si vedevano simili teste adulte sopra corpi di ragazzi. La loro è musica che rischia di piacere a un pubblico abbastanza vecchio, piuttosto che ai loro coetanei: «I miei genitori sono cresciuti ascoltando punk e new wave, quindi penso sia vero», spiega Green. «Ma il nostro pubblico è davvero molto vario. Ci sono sia ragazzini e ragazzine che si scatenano, sia coppie di mezza età con i capelli bianchi, la pancia e una birra in mano. È strano, ma divertente».