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Dentro il mondo del vinile, la moda del 2014 che già rischia l’implosione

Le vendite sono aumentate di colpo, ma la nicchia più cool della musica già scricchiola. Rolling Stone è andato nelle ultime fabbriche di questi dischi che «in molti comprano ma pochi ascoltano». Con mappe e dritte per collezionisti

Uno dei collezionisti ritatti nel libro "Dust & Groove", di Eilon Paz. Ve ne abbiamo parlato nel numero di Rolling Stone di novembre. Potete acquistarne una copia digitale su Edicola di Apple o Google Play (foto: Eilon Paz)

Uno dei collezionisti ritatti nel libro "Dust & Groove", di Eilon Paz. Ve ne abbiamo parlato nel numero di Rolling Stone di novembre. Potete acquistarne una copia digitale su Edicola di Apple o Google Play (foto: Eilon Paz)

Nel 2014, in America, sono stati venduti quasi 8 milioni di dischi – 49 punti percentuali in più rispetto al 2013. Si sono registrate cifre analoghe in Gran Bretagna. E pure l’Italia ha fatto un balzo – lo dimostra il successo di Vinilmania, la più importante fiera italiana, che ha organizzato anche un’edizione speciale per Natale.

Anche nel video pre-natalizio di Apple, pubblicato su You Tube, c’è un mini Lp, ripescato da vecchie cianfrusaglie,  a fare da ponte fra diverse generazioni. (eccolo qui)

Ma nella fabbrica del vinile qualcosa già inizia a scricchiolare. E la nicchia di mercato più cool dell’industria musicale – una fetta che vale circa il 2 per cento della torta –rischia d’implodere a causa della sua stessa fama.

Quanti sono i negozi di vinili nel mondo, nazione per nazione (fonte: recordshops.org):

“Sugli scaffali dei negozi arrivano nuovi LP ogni settimana, ma i macchinari cigolanti che li hanno forgiati non fanno una messa a punto da decenni”, ha decretato il Wall Street Journal.

Senza contare che in tutti gli Stati Uniti “una sola azienda fornisce circa il 90 per cento del vinile grezzo necessario per stampare altri dischi”.

La Bibbia della finanza mondiale titola gongolante che il vinile è “il più grande ritorno che si è visto nel mondo musicale nel 2014”, ma inanella una serie di chiaroscuri che toccano il cuore della catena di produzione.

Siete in vacanze e cercate un disco introvabile? VinylHub vi permette di trovare negozi in giro per il mondo.

Robert Roczyniski, presidente della Record Products of America Inc, uno che ne ha viste di tutti i colori, è lapidario: “Stanno cercando di riportare indietro nel tempo un’industria che semplicemente non esiste più”.

Eppure le cifre e le iniziative potrebbero incoraggiare gli investitori.

C’è un gran fermento, soprattutto da parte di chi i dischi li pensa, li ristampa, li distribuisce. Discogs, la più nota piattaforma di ricerca e compravendita di LP (5 mila di dischi e cd venduti ogni giorno), si è dotata di recente di un nuovo servizio: VinylHub, che permette di trovare negozi fisici in giro per il mondo. E magari organizzare viaggi alla “caccia del disco”.

Sono più i negozi di dischi che aprono di quelli che chiudono, specie in Inghilterra, soprattutto a Londra: a Peckham, nell’arco di cento metri, hanno aperto tre rivendite. Certo, non tutti sono come gli storici negozi Rough Trade (l’ultimo in ordine di tempo ha aperto a Nottingham) e per vistarne alcuni, molto piccoli, bisogna richiedere un appuntamento privato.

C’è poi chi si dedica a produzioni di altissima qualità utilizzando esclusivamente materiali vintage. Come una piccola etichetta britannica, la Electric Recording Company, i cui dischi possono raggiungere le 2.500 sterline.

Le etichette discografiche specializzate sono dunque in via d’espansione. Gli unici “al palo” sono i fabbricanti.

Proprio per offrire un colpo d’occhio generale, The Vinyl Factory, autorevole riferimento dei “vinlmaniaci”, ha pubblicato una serie di mappe interattive che fotografano la catena di distribuzione mondiale degli LP. Riguardano i luoghi di produzione (le pressing plant), le etichette discografiche e i punti vendita. Il dato più preoccupante è che ci sono solo 40 fabbriche di vinili in tutto il mondo.

Dove sono le fabbriche di vinili nel mondo (fonte: The Vinyl Factory):

“Quando accosti il numero piuttosto limitato di fabbriche al numero impressionante di label a livello mondiale, è facile intuire quale sia oggi la più grande sfida per la catena di distribuzione del vinile”, spiega il sito.

“Molte fabbriche, specie quelle più piccole o remote, non hanno sufficiente capacità tecnica (presse; vasche per il bagno galvanico) e personale per star dietro alla domanda, in special modo per rispettare le consegne durante eventi come il Record Store Day.”

Mancano i macchinari,
che in giro non si trovano più.

Una linea di produzione che non funziona più su larga scala da molti anni e complessa come quella del vinile (vedi galleria), dove in gioco ci sono stampi, servizi di monitoring e lavorazioni chimiche articolate, necessita d’investimenti e di mano d’opera iper qualificata.

Ryan Raffaelli, un assistente dell’Harvard Business School specializzato nelle tecnologie riemergenti ha una certa familiarità con queste situazioni: “Il problema – ha detto al WSJ – è se la domanda è sufficiente per fare il salto. Ed è troppo presto per dirlo”.

Il vinile sta diventando un oggetto di merchandising. La qualità passa in secondo piano.

E noi? In Italia abbiamo un solo impianto di produzione. Si chiama Phono Press, sede a Settala, alle porte di Milano ed è capitanato da Filippo De Fassi Negrelli, ex direttore di banca, figlio d’imprenditore, che ha scelto di «non vendere più aria fritta». Ora però si trova ad aver fin troppo arrosto sui bancali.

Siamo andati a trovarlo, fra pile di scatoloni e odori persistenti.

Parlando con Rolling Stone ammette, piuttosto provato: «All’inizio c’erano ritmi diversi. Ora, effettivamente, c’è un problema nella catena di distribuzione. E non è facilmente risolvibile perché questo settore ha delle fortissime barriere all’ingresso, sia in termini economici che di know how. E poi mancano i macchinari, che in giro non si trovano più».

Pile di etichette nell'impianto di Settala (foto: Lorenzo Barbieri)

Pile di etichette nell’impianto di Settala (foto: Lorenzo Barbieri)

La musica si soppesa in grammi e odora di vinile. Si spacchetta placidamente. Si sistema sul piatto. Con delicatezza. Come fosse una reliquia. Oppure, come dice qualcuno maliziosamente, «manco si ascolta». Si ripone in libreria e il gioco è fatto.

Maurizio Aterini, consulente audio per Gold Note di Firenze – produttore di meravigliosi giradischi d’alta gamma – ma anche per un “tempio del vinile” come Gz Records a pochi chilometri da Praga e per la stessa Phono Press, sostiene che la produzione di vinili è piuttosto scadente in termini di qualità.

La pressa che stampa i vinili a Phono Press (Settala, vicino a Milano). Foto: Lorenzo Barbieri

La pressa che stampa i vinili a Phono Press (Settala, vicino a Milano). Foto: Lorenzo Barbieri

Stefano Zurlo di Goodfellas, uno dei maggiori distributori italiani, gli fa eco: «Il vinile più che un supporto per ascoltare musica sta diventando un feticcio, un oggetto di merchandising». «La qualità – prosegue – passa in secondo piano».

Dopo anni di conversazioni, dibattiti e articoli sulla moda del vinile, proprio quando i dati sono sempre più a suo favore, il 2014 potrebbe essere ricordato come il momento spartiacque del fatidico “revival”.

Scherzi del destino: proprio quando il mercato degli LP torna a lambire valori di 20 anni fa, la filiera non regge il colpo e la ciliegina sulla torta della discografia rischia di scivolare dal piatto.

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