De Gregori: «Sold out è una parola terribile» | Rolling Stone Italia
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De Gregori: «Sold out è una parola terribile»

Parla di ‘Nevergreen’, attacca il gigantismo dei concerti, prende le distanze dai proclami politici degli artisti («Non mi sento superiore per dire che posizione prendere su Gaza») e ricorda perché non va a Sanremo

Francesco De Gregori. Foto: Daniele Barraco

Francesco De Gregori

Foto: Daniele Barraco

Al Teatro Out Off di Milano Francesco De Gregori arriva di ottimo umore, ma chiarisce: «Fatemici restare». In meno di un’ora di incontro con i giornalisti ha manifestato il suo rifiuto sempre più netto per la monumentalizzazione della musica, dei concerti-evento, del gigantismo da stadio e anche di certe liturgie del racconto musicale contemporaneo. Ma prima ha presentato il progetto Nevergreen (Perfette sconosciute), che nasce da una residenza di venti concerti tenuti all’Out Off tra ottobre e novembre 2024 davanti a sole 200 persone a sera. Da lì è partito il docufilm diretto da Stefano Pistolini in onda il 4 giugno in prima serata su Rai 3 (a questo link la nostra recensione), un album live in uscita il 16 ottobre e una nuova lunga residency teatrale tra Roma e Milano prevista per l’autunno 2026.

Ma più che un’operazione nostalgia, sembra quasi un sabotaggio della nostalgia stessa. De Gregori infatti rivendica apertamente il desiderio di riportare al centro le canzoni meno conosciute del suo repertorio, quelle mai diventate classici da karaoke. E quando qualcuno gli chiede la scaletta, lui risponde lapidario che non ci saranno Rimmel, Generale o La donna cannone. Ma ci sarà  «Buonanotte fiorellino, la farò per chiudere, quindi le altre non chiedetemele».

Il bersaglio però è un altro: «Queste residenze sono un controcanto al gigantismo dei concerti. Si parla sempre di chi riempie stadi e palazzetti. Sold out per me è una parola terribile, mi dà fastidio. Come la parola biopic». Poi allarga il discorso all’intera industria musicale per provare a dare spazio a chi ha numeri inferiori: «C’è tanta gente che fa musica in Italia, magari può fare 100 o 150 persone, ma va incoraggiata. Lo dico anche ai discografici, lo dico anche alla Sony: non bisogna dimenticare che la musica si fa anche partendo dal basso. Io ho iniziato in un piccolissimo locale e se non ci fosse stato non sarei qui».

Ma niente romanticismo da sopravvissuto del cantautorato, perché ne fa un discorso economico molto concreto: «Siamo in nove sul palco, quindi l’allestimento è abbastanza costoso. Più fai un concerto in un posto piccolo, meno sono i ricavi. Il mio biglietto costa abbastanza, ma se lo facessimo più basso non si potrebbe fare il concerto. Ci sono leggi economiche, da lì non si scappa». Eppure continua a preferire i teatri piccoli ai palazzetti: «Qui a Milano, in questo teatro da 200 posti, c’è una vicinanza fisica con chi è venuto a sentire che è completamente diversa dagli stadi e dai palazzetti. Lo stadio per me no. Verrebbe abbastanza gente, i palazzetti sono andati bene, ma non faccio un teatro piccolo pur di fare il sold out: lo faccio perché mi diverte».

A un certo punto parla anche della sparizione progressiva dei club: «Anche i club stanno sparendo, ma io cerco di tenerli in vita con cachet più bassi e spese diverse rispetto a quelle di un palazzetto. Io non sono mai stato allineato al mainstream, mai a Sanremo o in tv. Posso permettermelo e faccio l’artista e basta, tenendo conto dell’industria musicale senza cavalcarla o subirla».

Quando descrive il docufilm di Stefano Pistolini, De Gregori sembra quasi voler prendere le distanze da tutto il linguaggio contemporaneo dei documentari musicali: «Non è un biopic. I biopic rappresentano la musica attraverso il racconto che l’artista dà di sé: gli amici, i nonni, i genitori, le immagini del concerto in mezzo. A me quella cosa ha sempre dato fastidio». L’idea era un’altra: «Volevo rappresentare un musicista al lavoro, dalle prove al concerto. In un mese abbiamo interpretato 70 canzoni, quindi l’aspetto importante è quello delle prove». Sul palco del film passano anche Elisa, Jovanotti, Zucchero, Ligabue. Ma pure qui il tono è lontanissimo dalla celebrazione: «Accettano il gioco dell’improvvisazione e del non patinato. È un film grunge, per usare un termine vicino alla musica».

A proposito di mainstream, torna inevitabilmente il tema Sanremo. E lì arriva uno dei passaggi più duri della conferenza: «Vi dico la verità su De Gregori a Sanremo. Avevo 16 o 17 anni, già sognavo di fare il cantautore, e quella sera si uccise Luigi Tenco. Quella sera giurai a me stesso che non sarei mai andato al Festival di Sanremo a nessuna condizione».

Anche sul presente della musica italiana il giudizio è severo: «La domanda è: se avessi vent’anni e scrivessi Rimmel, mi farebbero spazio? La risposta è no. La canzone per come era costruita allora, che si sforzava di avere un ritornello non totalmente stupido, oggi non viene premiata dal mercato. Se avessi vent’anni e scrivessi Yesterday avrei grossi problemi». Poi aggiunge: «Anche gli uomini dell’industria dovrebbero mettersi in gioco per promuovere qualcosa che non è già online».

De Gregori parla anche di algoritmi e intelligenza artificiale. «L’enciclica del Papa sull’AI, che ho appena letto, non parla male dell’algoritmo, ma dice che bisogna temperarlo con la sapienza umana. Non dobbiamo sempre dargli retta e farci governare». E quando gli chiedono della sua assenza dalla scrittura negli ultimi anni, la risposta è della massima onestà: «La guerra non mi ha dato spunti, perché sono dieci anni che non sento l’ispirazione ribollire dentro. Con la tecnica potrei scrivere una canzone in un pomeriggio, ma senza ispirazione non la farò». Poi chiarisce: «Vivo con dolore quello che succede. Non serve vivere la guerra direttamente per accorgersi del dolore».

Anche sul ruolo politico degli artisti evita qualsiasi posa morale. Il riferimento è Bruce Springsteen e i suoi recenti attacchi a Donald Trump. De Gregori resta distante da queste prese di posizione: «Trovo imbarazzante quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali. Il proclama buttato giù da un palco mi lascia abbastanza indifferente». E ancora: «Gli artisti che vogliono sensibilizzare il pubblico, perché? Non è abbastanza sensibile per conto suo? Bisogna dirgli che Springsteen è contro Trump?». E cita Dylan e Walt Whitman: «Bob Dylan non mi sembra faccia grandi proclami, ma saranno cazzi di Bob Dylan. Io non mi sento superiore a nessuno per dire che posizione prendere su Gaza o sull’Iran. Ho le idee confuse e mi sembra onesto avere le idee confuse. Per citare Walt Whitman: contengo moltitudini. Il mio pensiero non è totalitario e non mi sento in grado di dare lezioni. Né mi va di prenderle da un cantante o da un uomo di cinema».

Prima di chiudere, De Gregori ha spiegato il rapporto con il pubblico che cerca in questi live così intimi: «Nei club mi trovo meglio: il pubblico è vicino, accalcato, ogni tanto esce anche a fumare perdendosi qualche canzone. A teatro invece sono molto composti e poi si sciolgono via via. Ma io resto legato ai club, al camerino un po’ zozzo con la firma di chi è passato prima». Infine, prima di salutare, sorride: «Quando smetterò di esibirmi non farò annunci pubblici. Semplicemente sparirò».