Home Musica News Musica

David Bowie, l’importanza di essere Ziggy Stardust

Divinità glitter, stranezze spaziali: l'alieno Ziggy arrivò sulla Terra per dare una voce agli emarginati, tra liberazione sessuale e la lotta contro la follia

Il 3 luglio 1973, David Bowie è nel backstage dell’Hammersmith Odeon di Londra. Aspetta. Assistenti, truccatori e costumisti lo stanno preparando per la performance più attesa della sua carriera: l’ultima data di un trionfale tour mondiale con la sua straordinaria band, gli Spiders from Mars. Una folla si è ammassata nella sala. La maggior parte sono suoi seguaci, vestiti come lui con abiti affascinanti e coraggiosi e i capelli tagliati e colorati come la sua chioma rossa. Alcuni hanno anche il viso volutamente pallido e gli occhi truccati con brillantini. Sono gli emarginati a cui Bowie si rivolge quando in Changes canta: “Questi bambini che disprezzi / Mentre cercano di cambiare il loro mondo / Sono immuni alle tue consultazioni / Sono consapevoli di quello che stanno affrontando”.

Fino a due anni fa, pochi di quelli che sono qui stasera sapevano chi fosse David Bowie. Suonava e cantava rock&roll dal 1962 e faceva dischi eccentrici e particolari dal 1967, ma non aveva avuto successo. La sua carriera era stata così intermittente da spingerlo a chiedersi se continuare o no. Ha sempre detto che si considera soprattutto un attore, vuole usare la sua faccia, il suo corpo, la sua voce e le sue canzoni per interpretare dei ruoli, possibilmente stravaganti.

Alla fine, nel 1971, Bowie realizza che può mettere insieme la musica e la recitazione in unico personaggio: Ziggy Stardust, un alieno che arriva sulla Terra per salvarla e invece trova il rock&roll. Un personaggio che canta del dolore e del cambiamento e suona meglio di chiunque altro, con una vanità fuori dall’ordinario e il carisma per portarsi a letto chiunque, uomo o donna che sia, e che finisce per andare in rovina travolto dalle sue stesse aspirazioni, senza portare a termine la sua missione. Questo personaggio ha reso famoso David Bowie, e ha creato intorno a lui e alla sua figura eccezionale prima un pubblico e poi una vera e propria comunità. Stasera, però, David Bowie ha intenzione di liberarsi di Ziggy Stardust. «Non riuscivo a capire se fossi io a creare i miei personaggi o se fossero i miei personaggi a creare me, oppure se eravamo la stessa cosa», racconterà anni dopo. Fondamentalmente aveva paura che la confusione lo facesse impazzire, era la cosa che temeva di più.

Non riuscivo a capire se fossi io a creare i miei personaggi o se fossero i miei personaggi a creare me, oppure se eravamo la stessa cosa

Quando lascia l’Odeon quella notte vuole lasciarsi alle spalle Ziggy Stardust, ma sta lasciando indietro anche l’azione più importante della sua vita: ha creato un esempio di coraggio per milioni di ragazzi che non sono mai stati presi in considerazione da un’icona della cultura popolare prima di questo momento. Ha aiutato gli altri a liberarsi, nonostante non riuscisse a farlo con se stesso.

Nascita di una leggenda

David Bowie è nato con un bisogno interiore ad andare sempre avanti. È stato il suo modo di fare i conti con una storia personale alla quale probabilmente non sarebbe riuscito a sopravvivere. Sua madre Margaret Burns (detta Peggy) era la prima di sei figli di una famiglia problematica del Kent, Inghilterra. Tre delle sue sorelle soffrivano di problemi mentali e anche Peggy secondo alcuni era borderline. Prima della Seconda Guerra Mondiale, Peggy ha una relazione e nel 1937 mette al mondo un figlio, Terry Burns. Ha anche una figlia da un’altra relazione, ma la dà in adozione. A 33 anni conosce Haywood Stenton Jones, un uomo sposato e già padre di una figlia. Haywood, detto John, ha gestito un locale di musica dal vivo in cui ha investito i soldi di un’eredità. Il locale è fallito, e lui si è trovato senza più nulla. Quando incontra Peggy, ha trovato un impiego presso un’organizzazione benefica che si occupa di orfani, un lavoro che svolgerà con devozione per tutta la sua vita. Nel 1946 John divorzia dalla prima moglie e sposa Peggy. L’8 gennaio 1947 a Brixton nasce il loro unico figlio, David Robert Jones.

Il primo figlio di Peggy, Terry, vive per alcuni periodi con loro nella nuova casa, anche quando David è ormai grande. Peggy stravede per David, da piccolo lo porta in giro su un cuscino e poi gli permette di truccarsi. Terry invece viene trascurato da Peggy e John, che a malapena si preoccupano di mantenerlo. David invece è molto affezionato a Terry, lo considera un modello. Anche Terry è affettuoso con lui, molto più che con sua madre e il suo patrigno. Nel 1956 Terry si arruola nell’aeronautica militare e presta servizio per due anni. Quando torna è cambiato. «Gli era successo qualcosa mentre prestava servizio ad Aden nello Yemen con la Royal Air Force, in una delle ultime guerre coloniali della Gran Bretagna. Qualsiasi cosa fosse, lo ha turbato profondamente», ha scritto Angela, la ex moglie di Bowie, nella sua autobiografia del 1993.

Terry diventa irascibile e non si cura più del proprio aspetto. Gli viene diagnosticata una schizofrenia paranoide. Contemporaneamente, però, Terry diventa l’influenza più importante nella vita di David: lo introduce alle teorie di Friedrich Nietzsche, alla letteratura Beat, a Jack Kerouac e William Burroughs, ai libri dello scrittore Christopher Isherwood, suo futuro amico, che parlavano di una vita all’insegna della piena libertà sessuale, e alla musica jazz di ogni genere. David prova a restituire il favore e nel 1966 porta Terry a vedere un concerto dei Cream a Bromley. «Mentre tornavano a casa», scrive David Buckley in Strange Fascination: David Bowie – The Definitive Story, «Terry ha cominciato ad agitarsi, si è inginocchiato a terra e ha preso a colpire l’asfalto con le mani. Vedeva delle crepe che si aprivano e delle fiamme che venivano fuori, come se provenissero dall’inferno».

C’erano stati troppi suicidi nella mia famiglia. Pensavo che, se fossi riuscito a trasferire questi eccessi psicologici nella mia musica sarei riuscito a liberarmene

Per anni, Bowie ha avuto il terrore che anche la sua psiche potesse andare in pezzi. «Arriva un momento in cui devi affrontare le cose di cui hai più paura. C’erano stati troppi suicidi nella mia famiglia per i miei gusti. Pensavo che, se fossi riuscito a trasferire questi eccessi psicologici nella mia musica e nel mio lavoro, sarei riuscito a liberarmene». Nel 1956 suo padre gli fa un regalo che gli permette di superare la maledizione della famiglia: una copia di Tutti Frutti, il primo singolo di Little Richard. «Mi è quasi scoppiato il cuore dall’eccitazione», ha detto Bowie, «Tutti Frutti ha riempito la stanza di colori, energia e di uno scandaloso senso di sfida. Avevo appena ascoltato Dio». Da quel momento, David vuole fare quello che hanno fatto Little Richard ed Elvis: voleva presentarsi davanti a un pubblico come qualcosa che non avevano mai visto prima. Era una strada per reinventare se stesso. Nei primi anni ’60, il giovane David Jones trascorre ore nei negozi di dischi in cerca di musica nuova e, insieme all’amico George Underwood, entra a far parte di alcune band R&B (i Kon-rads, Davie Jones and the Lower Third e Davie Jones and the King Bees) in cui canta e suona il sassofono alto e tenore. Esiste una fotografia del 1963 in cui Bowie è in posa con il suo strumento, seduto sulla batteria dei Kon-Rads, un’incredibile anticipazione del personaggio che sarebbe diventato in futuro. Nei suoi occhi c’è un dettaglio che lo rende ancora più particolare: nel 1962 durante un litigio per una ragazza, Underwood lo colpisce con un pugno all’occhio sinistro, procurandogli un danno grave. La pupilla rimane dilatata, e l’occhio sinistro assume un colore diverso dall’altro. Il risultato è uno sguardo in cui un occhio sembra guardare oltre ed essere sempre in movimento, mentre l’altro è come se guardasse indietro, verso Bowie stesso, come se stesse misurando la distanza con il suo passato.

Bowie suona in diversi gruppi R&B e Mod nel corso degli anni ’60, ma non ha il carattere giusto per stare in una band. Vuole prendere il controllo di quasi tutti i gruppi di cui fa parte e, se la musica non ha l’effetto che desidera, sfoga tutta la sua delusione per il fallimento sugli altri. David Jones si considera un artista destinato a spiccare su tutti. Un giorno incontra Ken Pitt, che ha la medesima convinzione. Pitt è un manager sofisticato e ben inserito, ha rappresentato il pianista Liberace e il gruppo beat inglese Manfred Mann ed è stato il promoter di uno dei tour di Bob Dylan in Inghilterra. Quando nel 1966 vede Bowie cantare sul palco del Marquee Club di Londra una versione di You’ll Never Walk Alone, un pezzo reso famoso da Judy Garland, Pitt si convince di aver trovato qualcuno con lo stesso magnetismo di Frank Sinatra. Diventa il suo manager, gli procura un contratto come solista e lo invita anche ad andare a vivere a casa sua, salvandolo dalla presenza asfissiante di Peggy e dall’atmosfera tesa che si respira in casa tra i suoi genitori e il suo fratellastro Terry. Secondo qualcuno, l’interesse di Pitt era anche sessuale.

Pitt dice a David Jones che deve cambiare nome per via del successo ottenuto in Inghilterra da un altro cantante, Davy Jones dei Monkees. David è affascinato dall’idea di cambiare nome, come mossa per affermare una nuova identità. Gli piaceva il cognome di Mick Jagger, perché suggeriva qualcosa di pericoloso ed era appassionato del ritratto fatto da Richard Widmark del pioniere americano Jim Bowie, che era diventato leggendario per la sua abilità nell’usare il coltello che poi ha preso il suo nome. David sceglie di chiamarsi Bowie, un cognome che secondo lui suggerisce l’idea di un taglio profondo alla scoperta di nuove verità. Pitt lo introduce ai libri dell’illustratore erotico e grottesco Egon Schiele, alle opere di Aubrey Beardsley e agli scrittori decadenti del XIX secolo, come Oscar Wilde. Bowie è attratto particolarmente da Il ritratto di Dorian Gray. Ma il contributo più importante di Pitt alla formazione artistica di Bowie arriva nel 1966, quando di ritorno da un viaggio a New York gli porta una copia in anteprima del primo album dei Velvet Underground, la band nata sotto l’egida del leader del movimento pop-art Andy Warhol. Bowie è ammaliato: i Velvet suonano una musica che è allo stesso tempo cacofonica e bella e Lou Reed scrive storie di persone che sono sul punto di fare esperienze di vita disperate.

I Velvet Underground hanno dato a Bowie il permesso di esplorare nuove zone oscure, anche se i suoi dischi non rivelano questa epifania per almeno cinque anni. Il suo primo album, David Bowie, del 1967, era troppo incerto per la scena musicale psichedelica dell’epoca, ma attira l’attenzione del mimo e istruttore di danza Lindsay Kemp. Sotto la sua guida, Bowie impara a muoversi sul palco, a utilizzare l’illuminazione in scena per dare risalto al significato delle canzoni, a usare il trucco facciale del mimo e ad approfondire stili di teatro come il Kabuki giapponese, Jean Genet e il Teatro dell’Assurdo. Bowie ha detto di Kemp: «Il modo in cui viveva ogni giorno era la cosa più teatrale che avessi mai visto, era tutto quello che mi ero immaginato riguardo allo stile bohémien».

Non ho mai avuto nessuna dedizione verso il folle e disgustoso circo del rock, non avrei mai dovuto entrare in quel mondo

Bowie diventa l’amante di Kemp. Una sera, quando Kemp scopre che Bowie è andato a letto anche con la sua scenografa, si taglia le vene ed esce sul palco con i polsi fasciati e sanguinanti, mentre Bowie balla intorno a lui piangendo. Kemp ha detto di aver contribuito più di tutti alla nascita dello stile di rock teatrale del suo ex allievo: «Ha preso tutto da me: il trucco, i costumi, le acconciature». Bowie era instancabile e coraggioso nell’usare e fare suoi tutti gli stimoli artistici che incontrava, ma ha anche detto che il risultato di questo, la sua apoteosi come star del rock&roll, era dannoso e deprecabile: «Non ho mai avuto nessuna dedizione verso il folle e disgustoso circo del rock», dichiarò in un’intervista, «non avrei mai dovuto entrare in quel mondo».
Un commento che nasceva dalla sofferenza, ma era anche inappropriato. Il rock&roll diventerà un conforto per Bowie, e in cambio lui contribuirà a ridefinirne il significato, la storia e il rapporto con il pubblico. Anche se questo arriva quasi a costargli la sanità mentale.

Angela Barnett, la donna che più di chiunque altro ha cambiato il mondo di David, nasce a Cipro nell’autunno del 1950, figlia di un ingegnere minerario e di sua moglie. Suo padre George, cattolico, pretende che lei gli prometta di rimanere vergine fino ai 18 anni. Quando al college ha una relazione con un’altra donna, Angela ritiene di aver mantenuto la sua promessa. Ma quando viene scoperta dai responsabili dell’istituto, va in panico e salta dalla finestra del quarto piano. Alla fine degli anni ’60 Angela è a Londra, dove ha una breve relazione con Calvin Lee, talent scout della Mercury Records. Lee conosce e apprezza Bowie e nel maggio 1969 porta lui e Angela insieme a un concerto dei King Crimson allo Speakeasy. Nella sua biografia Dietro le quinte: la mia vita selvaggia con David Bowie, Angela descrive così il primo incontro: «Era molto carino. Anzi, era bello con i capelli ricci e biondi pettinati con cura intorno a quel viso da angelo caduto dal cielo. Era un ragazzo sexy, potente, insolito e sorprendente». Quella stessa notte vanno a letto insieme. «Era un vero maschio, uno stallone. Poteva fare un buco nel muro». Angela sa che lui fa sesso con altre persone, tra cui uomini, è gelosa e reagisce in modo esageratamente plateale. Una sera dopo una lite si lancia giù dalle scale. Bowie la scavalca mentre esce dalla porta e le dice: «Beh, quando te la senti, e se non sei morta, chiamami». Bowie le dice chiaramente di non amarla, anche se si sposano e hanno un figlio, Duncan Zowie Haywood Jones, nato nel maggio del 1971, ma non può fare a meno di lei. È lei che lo stimola a spingersi sempre più in profondità nell’arte e a essere sempre più coraggioso e sfacciato.

Bowie con la moglie Angela e il figlio Duncan. Foto Daily Mirror

Angela è convinta di averlo radicalizzato, se non dal punto di vista politico certamente verso una libertà sessuale che aveva anche implicazioni culturali. Soprattutto lo aiuta quando il padre di Bowie muore di polmonite nell’agosto del 1969. Peggy assiste da sola il padre di David durante la malattia, e quando chiede l’intervento dei medici è già troppo tardi. «Alla fine John Jones è morto asfissiato da solo in camera da letto, mentre cercava di raggiungere la bombola di ossigeno che era troppo lontana», ha raccontato Angela. Bowie non perdonerà mai sua madre. Peggy, da parte sua, non può più gestire la presenza del figlio Terry in casa e lo fa ricoverare nell’ospedale psichiatrico di Cane Hill, dove non va mai a trovarlo. Quando Terry viene dimesso, Angela e David lo accolgono nella loro casa, ma David si allontana sempre di più dal suo fratellastro. La paura di diventare anche lui schizofrenico è troppo grande.

Poco prima della morte del padre, Bowie pubblica il suo primo singolo, Space Oddity, che diventa una hit. È la storia inquietante di un uomo che si perde nello Spazio e rimane sospeso nella sua incertezza esistenziale, un ritratto della disconnessione psichica di Bowie stesso, ma anche degli ideali e delle speranze degli anni ’60 che stanno svanendo. In questo periodo David e Angela si trasferiscono a Haddon Hall, una casa vittoriana con grandi vetrate gotiche. È il luogo di nascita della leggenda di David Bowie, un tentativo di creare nuove forme di vita. Il suo produttore, Tony Visconti, che vive nella stessa casa con altri musicisti, ricorda che David e Angela si portavano spesso a casa persone conosciute nei club. Nel marzo del 1970 David e Angela si sposano, e la sera prima fanno sesso insieme con un amico comune. Il giorno dopo David è sorpreso di vedere sua madre alla cerimonia, perché non le ha detto nulla. Peggy insiste per firmare il registro di nozze come testimone del figlio e posare per le foto di rito. Angela scrive nella sua biografia che non si aspettava certo un matrimonio romantico, ma che: «Sicuramente non volevo che mio marito fosse una giovane aspirante star incorreggibilmente promiscua ed egoista con una madre da incubo». David ha descritto così l’esperienza di vivere con Angela: «Era come vivere con una fiamma ossidrica».

Nel 1970 Bowie registra The Man Who Sold the World, una storia di paranoia e sopravvivenza con una musica perfettamente corrispondente al tema, dissonante e suonata a tutto volume. Adesso Bowie lavora con musicisti che lo aiutano a creare un nuovo suono più avventuroso. Il chitarrista Mick Ronson in particolare dà alle sue canzoni una dinamica maestosa fondamentale per quello che sta per accadere. Quando tutto va al posto giusto, le cose accadono in fretta, come se fossero inesorabili. Gli album che Bowie pubblica tra il 1971 e il 1974, Hunky Dory, Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, Aladdin Sane e Diamond Dogs formano una delle epopee più grandiose del rock&roll: la cronaca del crollo di mondi interiori ed esteriori, la disintegrazione dell’ego e della società stessa, e la scoperta di nuovi valori duramente conquistati che possono valere la salvezza oppure no. Soprattutto questi album parlano di libertà sessuale e realizzazione di sé in un modo che la cultura popolare non aveva mai permesso prima. Fin dagli anni ’50 l’espressione della sessualità nel rock&roll ha provocato lo sdegno dei moralisti, ma si trattava comunque sempre di una sessualità tradizionale: la passione, l’amore e il dolore per la fine di una storia tra un uomo e una donna. Le cose cominciano a cambiare quando i Beatles sdoganano i capelli lunghi per gli uomini. Man mano che cresce la lunghezza dei capelli, aumenta lo scherno e la derisione, e poi persino l’ostilità da parte di chi si sente offeso da questa progressiva femminilizzazione dell’immagine maschile.

Bowie ha già affrontato l’argomento nel 1964 quando è apparso al programma televisivo BBC Tonight nelle vesti del fondatore della Società per la Prevenzione della Crudeltà nei confronti degli Uomini con i capelli lunghi in compagnia di una corte di giovani ragazzi con i capelli lunghi. Dice: «Per due anni ci siamo sentiti rivolgere per strada commenti del tipo: “Tesoro, posso aiutarti a portare la borsetta?”, è arrivato il momento di dire basta». Ma mentre lancia questi proclami, David Jones sorride, perché sa di proiettare lui per primo un’immagine di ambiguità: ha un viso e un corpo molto belli che possono attrarre l’attenzione sia degli uomini che delle donne. All’inizio degli anni ’70 la situazione è cambiata, l’omosessualità non è più considerata un reato in Inghilterra dal 1967, e Angela spinge suo marito a usare in modo ancora più audace il suo aspetto androgino. Lo aiuta a scegliere i lunghi vestiti di seta disegnati da Michael Fish (lo stesso dei Rolling Stones) e di indossarli per le sessioni fotografiche con i giornali più importanti. Combinata con gli atteggiamenti lascivi di Mick Jagger nei concerti degli Stones e quelli di Marc Bolan dei T. Rex che si cosparge il volto di brillantini e indossa un abito di lustrini durante un’esibizione alla BBC, l’androginia esasperata di David Bowie è il segnale che i tempi sono cambiati. È nato il glitter rock, uno stile che non riguarda solo la musica e l’abbigliamento: è un nuovo e radicale movimento di liberazione. «Volevamo dare il permesso a noi stessi di reinventare la cultura e trasformarla come volevamo. Con indosso un paio di enormi stivali».

Bowie era finalmente pronto per abbattere delle barriere. Licenzia Pitt e scrittura Tony Defries, che gli promette di farlo diventare una star. La sua mossa successiva, Hunky Dory del 1971, è la sua scommessa per una trasfigurazione assoluta, tutto o niente. La foto di copertina lo mostra in un ritratto dipinto a mano con lo sguardo perso verso l’alto con i lunghi capelli biondi raccolti indietro come quelli di attrici degli anni ’40 come Lauren Bacall e Marlene Dietrich. La musica è irresistibilmente melodiosa, fin dalle prime strofe di pianoforte di Changes suonate da Rick Wakeman. Bowie ha appena cominciato a usare le tastiere per comporre ed è molto ispirato dalle strutture melodiche e dalle possibilità che questo strumento gli offre. «Mi sono impegnato a diventare un cantautore», dirà in seguito.

L’atterraggio e la morte di Ziggy Stardust

Ziggy Stardust and the Spiders from Mars del 1972 segue così direttamente Hunky Dory che i due album sembrano un’unica composizione. In effetti, ascoltati insieme, formano uno dei migliori album doppi mai fatti. Ziggy però ha una storia, o almeno suggerisce una storia: quella di un alieno che cade sulla Terra e perde tutto, ma lascia un’eredità. Bowie prende ispirazione da elementi diversi. Il nome viene da Legendary Stardust Cowboy, un cantante psychobilly di Lubbock, Texas. Ha anche in mente Vince Taylor, un cantante rock&roll incredibilmente sexy, magro e devastato, che ha fatto successo in Francia nei primi anni ’60 prima di impazzire per via degli allucinogeni e di proclamarsi un messaggero di Cristo sul palco durante un concerto. «L’ho incontrato un paio di volte a metà degli anni ’60», ha raccontato Bowie, «aveva qualche rotella fuori posto». Un’altra fonte di ispirazione è Gene Vincent, che con la sua hit del 1956 ha definito il genere rockabilly e che nel 1960 rimane ferito a una gamba nel famoso incidente d’auto in cui perde la vita Eddie Cochran. Bowie decide anche di provare insieme a Gene Vincent alcuni pezzi di Hunky Dory e Ziggy Stardust. Una volta lo ha anche visto suonare dal vivo con la gamba ingessata: «Ho pensato che fosse un grande effetto teatrale. Il rock è stata la presa di posizione numero uno dell’embrionico Ziggy».

Soprattutto, Bowie prende in prestito dagli esempi di Lou Reed dei Velvet Underground e Iggy Pop degli Stooges, entrambi artisti influenti che fanno musica di un livello superiore, ma sono stati distrutti dalla critica e dal pubblico. Bowie usa questi elementi per creare qualcosa di assolutamente unico, senza precedenti e liberatorio. Se Hunky Dory inizia con la speranza di Changes e termina con la delusione di The Bewlay Brothers (che sembra parlare del suo fratellastro Terry), Ziggy Stardust and the Spiders from Mars inverte completamente la narrazione. La prima traccia, la suggestiva Five Years, descrive il momento in cui un gruppo di persone scopre che il pianeta Terra morirà tra cinque anni. Dieci canzoni dopo, quando tutti i presunti messia vanitosi sono andati e venuti senza lasciare il segno, Bowie porta a termine un ultimo atto di redenzione cercando di salvare una singola anima in Rock’n’Roll Suicide: “Non sei solo / Non importa cosa o chi sei stato / Tutti quei coltelli che sembrano lacerare la tua mente / Ho avuto anche io la mia parte / Ti aiuterò con il dolore / Non sei solo”. Questo pezzo, come tutto l’album, è il modo con cui Bowie vuole mettersi in contatto con un pubblico che conosce istintivamente: emarginati che si sentono perduti e depressi, rovinati dalla loro stessa disperazione o dalla cattiveria del mondo. Quando la canta dal vivo, Bowie si allunga verso il pubblico e dice: “Dammi le tue mani / Perché sei bellissimo / Dammi le tue mani”. È un momento di grande amore, e anche un atto politico: l’offerta di un abbraccio, di un incoraggiamento. Un gesto forte per un personaggio che ha dichiarato di non avere nessun tipo di calore umano.

David Bowie diventa una star senza precedenti. I suoi album vendono più rapidamente di quelli di ogni altro artista rock dai tempi dei Beatles. Nessuno è mai stato come Bowie, si è mosso sul palco come lui alternando momenti di incredibile grazia e movimenti spasmodici, spigolosi, quasi inumani. Nessuno si è mai vestito come lui, con abiti sfarzosi e femminili e pantaloni strettissimi che mettevano i suoi attributi sessuali al centro del suo personaggio e dell’attenzione del pubblico. Secondo Bowie, Ziggy Stardust era solo un personaggio teatrale: «Ma io interpreto i miei personaggi fino in fondo».

David Bowie con Mick Ronson. Foto di Mick Rock

Quando durante un concerto alla Oxford Town Hall nel giugno 1972 Bowie si mette in ginocchio davanti a Mick Ronson, lo afferra per il sedere e mima un rapporto sessuale con lui e la sua chitarra, l’effetto è gigantesco. L’immagine viene catturata dai fotografi e finisce su tutti i giornali. Bowie si preoccupa di essersi spinto troppo oltre, ma allo stesso tempo alza la posta in gioco. Nella sua intervista più famosa con il Melody Maker dice apertamente: «Sono gay e lo sono sempre stato, anche quando ero David Jones». In realtà è bisessuale, e il fatto che sia sposato e con un figlio rende la sua dichiarazione ancora più provocatoria. Bowie comincia a temere di aver distrutto le sue probabilità di venire accettato dal pubblico americano. Nel 1983 dice a Rolling Stone che dichiarare la sua bisessualità «è stato l’errore più grande della mia vita». Bowie e gli Spiders from Mars (Mick Ronson, il bassista Trevor Bolder e il batterista “Woody” Woodmansey) vanno in tour per 18 mesi di fila tra il 1972 e il 1973.
Nel libro Starlust: Secret Life of Fans di Fred e Judy Vermorel, alcuni fan hanno raccontato cosa succedeva durante i concerti: «Molti uomini si toglievano le mutande e mostravano il pene, ho visto una ragazza fare sesso orale con uno, mentre ascoltava la musica, era straordinario perché nessuno aveva più inibizioni».

Il concerto all’Hammersmith Odeon del 1973 segna la fine di questa avventura. «Volevo assolutamente che finisse», ha scritto Bowie in Moonage Daydream, «stavo già scrivendo un progetto diverso, ero sfinito e completamente annoiato dal personaggio di Ziggy Stardust. Non riuscivo più a concentrarmi sull’esibizione… Ero distrutto e triste».
Alla fine del concerto, prima del bis di Rock’n’Roll Suicide, Bowie dice al pubblico: «Questo non è solo l’ultimo concerto del tour, è anche l’ultimo concerto che faremo. Arrivederci. Vi amiamo». Il pubblico è scioccato, e così anche gli Spiders from Mars. David Bowie abbandona il suo alter ego e licenzia la sua band nello stesso momento, e in pubblico. Un esempio della sua rinomata capacità di tagliare le relazioni personali, di lasciarsele alle spalle con indifferenza mentre cerca in realtà di superare se stesso e le sue diverse personalità.

Anche sua moglie Angela rimane sorpresa. Dopo quella sera David non si confida né collabora più con lei come prima. Il personaggio di Ziggy Stardust assilla David Bowie per molto tempo. Diventa il simbolo di quello con cui deve imparare a convivere, o che deve superare definitivamente. Allo stesso tempo spera di poter mantenere il livello di attenzione da parte del pubblico che quel personaggio gli ha procurato. Aladdin Sane e Diamond Dogs sono essenzialmente una continuazione della stessa storia: la musica è più profonda, più rischiosa, complicata, più densa di significato, il punto di vista molto più tossico. Ma è sempre il mondo di Ziggy Stardust.

L’America, la coca e la fuga verso Berlino

Nel 1974 Bowie inizia un elaborato tour in America. I musicisti vengono relegati dietro a uno schermo, nascosti, mentre Bowie domina il palco con coreografie geniali e scenografie imponenti. Una sera una gru si inceppa e lui rimane su una pedana sospesa sopra al pubblico per diversi minuti. La sua voce è migliorata, ha un controllo e un’estensione incredibili, ma circa a metà del tour ha già perso l’entusiasmo. Vuole un suono più soul e funky e arruola nella band il chitarrista Carlos Alomar che ha lavorato all’Apollo Theater di Harlem e suonato con James Brown e il cantante Luther Vandross per arrangiare i cori. Nel 1975 scrive e registra con John Lennon Fame, pubblicata sull’album Young Americans. Sia il singolo che l’album diventano le sue prime hit in America. Nello stesso periodo è ossessionato dalla cocaina, che lo trascina in uno stato di terrore e frenesia perenne. Vive in una casa a Manhattan, ma dopo un litigio con Jimmy Page (appassionato delle teorie del filosofo di magia nera Aleister Crowley) si convince di avere una maledizione addosso e scappa a Los Angeles dove continua a distruggersi. Rimane sveglio per giorni, alimentandosi solo di latte, peperoni e cocaina e studia le pratiche e la letteratura dell’occultismo. A un certo punto chiama Angela a Londra per chiederle aiuto: le streghe gli hanno chiesto di mettere incinta una di loro durante la notte di Valpurga, e nella piscina di casa sua vive il diavolo. Ha bisogno di un esorcista, e Angela gliene procura uno, anche se al telefono. «Non è mai impazzito davvero», ha detto Angela, «era solo la conseguenza del consumo di una quantità enorme di cocaina, alcol e chissà quali altre droghe». In ogni caso, l’esorcismo aiuta Bowie a liberarsi della paura di essere posseduto dal demonio. «Ho capito che dovevo uscire da quel terribile stile di vita e riprendermi».

Adolf Hitler è stato una delle prime rockstar, quasi allo stesso livello di Jagger

Nel 1976, seguendo il consiglio dello scrittore Christopher Isherwood, Bowie si trasferisce a Berlino Ovest insieme a Iggy Pop. All’inizio, con il trasferimento, non fa che spostare i suoi problemi in un’altra città. Comincia a bere tantissimo, ma fa anche di peggio: si lascia intrigare dalla storia del Terzo Reich e dalla mitologia nazista. «Credo fermamente nel fascismo», dice in un’intervista a Playboy nel 1974, «Adolf Hitler è stato una delle prime rockstar. Guarda nei film il modo in cui si muoveva. Secondo me, era quasi allo stesso livello di Jagger». Nell’aprile del 1976 viene fermato al confine tra Russia e Polonia e trovato in possesso di una collezione di cimeli nazisti. Quando un assistente lo critica per il suo interesse verso il nazismo, lui sbotta: «Fottiti! Ho cambiato il mondo! Baciami il culo», poi scoppia a piangere.

Il momento peggiore arriva nel 1976 quando si presenta davanti alla stazione di Victoria a Londra su una Mercedes decappottabile e viene fotografato mentre fa quello che viene scambiato per un saluto nazista. La reazione in Inghilterra è furiosa. Bowie stesso è disgustato dalla foto: «Non sono fascista», dice alla stampa nel 1977, «quella cosa non è mai successa, stavo solo salutando con la mano. Giuro sulla vita di mio figlio». Più tempo passa a Berlino, più capisce la rovina provocata dal fascismo in Europa e in Germania e sviluppa un rifiuto totale del razzismo e del nazionalismo, giustificando i suoi interessi come frutto di un periodo estremamente duro: «Ero completamente fuori di testa, stavo impazzendo». Nel 1975 Bowie lascia il manager Tony Defries e nel 1977 divorzia da Angela. Il matrimonio va in pezzi dopo la nascita di Duncan nel 1971. Traumatizzata e convinta di non avere alcun istinto materno, Angela scappa poco dopo la sua nascita e va in Italia con un’amica. Un comportamento che a Bowie ricorda sua madre. Prima del divorzio Angela tenta il suicidio più volte e cerca di umiliare Bowie sui giornali: «Voglio vederlo soffrire». David ottiene la custodia di Duncan, che una volta cresciuto taglia tutti i rapporti con la madre. David invece dimostra di essere un padre fantastico. L’impegno nei confronti del figlio cura le sue ferite psicologiche. Nel 1992 Bowie si risposa con la supermodella Iman. Soffre ancora di depressione, ma alla fine trova la stabilità e il conforto che cercava. «Senza Iman avrei già messo la testa nel forno». Nell’agosto del 2000 Bowie e Iman danno alla luce una figlia, Alexandria.

Nel 1983, dopo tre anni di silenzio, Bowie realizza l’album più venduto della sua carriera e parte per il primo di una lunga serie di tour mondiali. È diventato una superstar mondiale, e soprattutto si è reinventato. Non c’è più spazio per Ziggy Stardust sul palco. In un’intervista nomina anche suo fratello Terry: «È colpa mia se ci siamo allontanati, ed è doloroso». Terry ha tentato il suicidio lanciandosi dalla finestra della struttura psichiatrica che lo stava ospitando. Bowie lo va a visitare e gli porta libri, vestiti e i suoi album. Terry si aspetta di rivederlo presto, dice alle infermiere che lui lo salverà, ma i due non si rivedranno mai più. Il 27 dicembre 1984 Terry lascia l’ospedale psichiatrico Cane Hill, va in una stazione del treno vicina e si sdraia sui binari. All’ultimo momento, si rialza. Lo stesso giorno tenta di suicidarsi con i tranquillanti e chiede di essere portato a casa della madre, «dove David mi sta aspettando». Il 16 gennaio esce ancora da Cane Hill, torna nella stessa stazione e si sdraia di nuovo sui binari. Aveva 47 anni. Bowie non partecipa al suo funerale, ma manda un messaggio e delle rose: “Hai visto più cose di quello che possiamo immaginare, ma tutti questi momenti saranno perduti, come lacrime portate via dalla pioggia. Dio ti benedica. David”.

Non si sa se Bowie non sopportasse davvero il rock&roll oppure no. Quello che è certo è che lo ha usato per fare quello che il rock&roll riesce a fare meglio: dare una voce a chi non ne ha. Lo ha fatto per persone che il rock&roll non aveva ancora accolto del tutto, persone che forse erano incerte su chi fossero e cosa sarebbero diventate. David Bowie li ha aiutati a chiarire se stessi: gli ha dato il permesso e li ha incoraggiati a scoprire la propria identità senza vergognarsi, e li ha convinti a mostrare, senza pudore, il piacere verso se stessi e verso gli altri. Ha raggiunto ciascuno di loro e gli ha detto: “Dammi le tue mani, perché sei meraviglioso”. La misura del successo di Bowie è quanto è riuscito a reinventarsi e a cambiare. E anche quanto ha aiutato gli altri a proclamare identità di cui un tempo si vergognavano o che gli venivano negate. Ziggy era un salvatore, e David Bowie era l’uomo che ci ha messo in contatto con lui.

Leggi anche