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Daron Malakian è stanco di aspettare i System of a Down

Il chitarrista ha scritto un album intero per la sua band, ma è nel suo cassetto da sei anni e ora ha deciso di pubblicarlo tutto da solo. «Serve uno spirito particolare per fare un disco dei SOAD, un impegno totale, e al momento qualcuno non è pronto. E questa è la verità».

Daron Malakian ha un disco nel cassetto da sei anni. E non aveva nessuna intenzione di pubblicarlo. L’ha registrato tutto da solo, l’idea era di farlo uscire con il monicker Scars on Broadway, il progetto parallelo che ha fondato durante l’hiatus dei System of a Down di inizio millennio; poi l’ha messo via quando la band ha deciso di tornare a suonare dal vivo, non si sa mai che quei pezzi potessero servire per una nuova uscita. Quando ha capito che non sarebbe successo, o almeno non a breve termine, allora ha deciso di pubblicarlo. La prossima estate.

«Devo essere sincero, è stato difficile», dice. «Essere paziente, è difficile». Dictator arriverà il 20 luglio, e Malakian è impegnato nella promozione del primo singolo Lives, dedicato ai sopravvissuti al genocidio armeno. “All of our lives we’ve put up a fight, all heroes have died”, canta nel suo stile vagamente operistico. “All of our lives we’ve known wrong from right, our people survived”.

«Sono armeno, e volevo fare qualcosa per il mio popolo – soprattutto perché il 24 aprile è il giorno in cui ricordiamo quegli eventi», dice del genocidio del 1915. «Si tratta di essere orgogliosi di chi è sopravvissuto, e non solo degli armeni. Vale lo stesso per tutti i popoli che hanno avuto una simile sorte, come i Nativi Americani».

La metà dei guadagni verranno devoluti per inviare kit di pronto soccorso ad Artsakh, una repubblica ai confini di Iran e Azerbaijan popolata principalmente da armeni. «Dovevano cessare il fuoco, ma il governo di Azeri non rispetta le regole, quindi molte donne e molti bambini soffrono nel mezzo del conflitto. Volevo fare qualcosa di utile per gli armeni che vivono lì», dice parlando della guerra tra Artsakh e l’Azerbaijan. «Un altro genocidio è più che probabile, e voglio accendere una luce su quello che sta accadendo, così che la storia non si ripeta».

Di cosa parla Lives?
Per me degli armeni che sono sopravvissuti al genocidio. Ho sempre sentito parlare delle vittime, visto foto di nonni e antenati con le teste mozzate. Volevo scrivere un brano che fosse una botta positiva al nostro morale, qualcosa di positivo per chi invece è sopravvissuto. Si tratta di un tributo alla strada che abbiamo percorso insieme, e credo che il video lo racconti molto bene.

Come l’avete girato?
Abbiamo inserito un sacco di balli tradizionali, a tempo con la canzone. Mio padre, oltre ad essere un artista – le cover di Mezmerize e Hypnotize sono sue – è stato anche un coreografo molto conosciuto, quando la mia famiglia viveva ancora in Iraq. La danza ha sempre fatto parte della mia vita, e mentre scrivevo il brano pensavo proprio a un video del genere, con quei costumi. Anche in questo caso è un modo per sentirci orgogliosi della nostra cultura. Quando la gente pensa agli armeni si ricorda solo del genocidio. Non voglio essere considerato una vittima per sempre, voglio che si vedano tutte le sfaccettature della nostra cultura. Il video serve a questo.

Avete suonato nella piazza di Yerevan, in Armenia, nel 100esimo anniversario del genocidio. Come ti sei sentito?
Come quando raggiungi il punto più alto della tua carriera di musicista. E sono sicuro che tutti gli altri ragazzi dei System la pensano allo stesso modo. Quello è stato un concerto incredibile e molto emozionante.

Torni spesso in Armenia?
No, ci sono stato solo una volta per quattro o cinque giorni. Ma è stato abbastanza per vedere i monumenti fondamentali, diciamo così. Devo dire che è stata un’esperienza particolarmente emozionante per me, i miei nonni sono nati lì ma sono fuggiti in Iraq per il genocidio. Ora sono morti, ma sentivo il loro spirito sul palco. Un momento molto emozionante.

Credi che Trump possa riconoscere il genocidio armeno?
No, non credo proprio. Gli Stati Uniti hanno una relazione molto forte con la Turchia. Una relazione politica, e quindi non possono permettersi di offendersi. Certo, ultimamente è venuta fuori qualche crepa: alcuni politici hanno riconosciuto il genocidio, ma non mi aspetto di più. Abbiamo bisogno di un alleato come la Turchia in quella zona.

Obama ha detto di riconoscerlo personalmente, ma non ha fatto molto di più.
Sì, e non è stato facile accettarlo, da armeno. Nel brano c’è un verso che dice “We are the people that were kicked out of history”. Parlo proprio di questo. Il genocidio non era su nessuno dei libri di storia che ho studiato da ragazzo, come se avessero cancellato un pezzo della mia storia. Per gli armeni è frustrante, ed è per questo che non riusciamo a guarire. Per questo ho scritto Lives.

Dictator. Ne parlavi già nel 2012.
L’ho registrato più o meno mentre i System ricominciavano a suonare dal vivo. Tutte le volte che scendevamo dal palco ci dicevamo: “Mah, forse è il momento di fare un altro disco”. E io aspettavo succedesse qualcosa: sono il principale autore della band, quindi non volevo buttar via tutta questa musica. A un certo punto ho capito che la confusione nei System mi impediva di esprimermi. Devo dire che è passato troppo tempo, e sono molto eccitato all’idea di far uscire roba nuova.

Ci sono brani più recenti del 2012?
No, risale tutto a quel periodo. Ho registrato il disco in circa 10 giorni, suonando tutti gli strumenti. Poi l’ho messo in un cassetto per sei anni (ride).

Come mai hai fatto tutto da solo? Nel precedente alla batteria c’era John Dolmayan alla batteria (dai System, nda).
La cosa migliore per me era fare le cose da solo. Mi sembrava più semplice, più comodo che assumere nuovi musicisti e spiegare a tutti le parti.

Non è strano far uscire il disco con sei anni di ritardo? Sarai cambiato molto in questo periodo.
Non ti nascondo che sono un po’ pentito dell’attesa. Uno dei miei rimpianti è proprio questo: non aver pubblicato niente per anni. Ma non è strano, è sempre la mia musica e non è così diversa da quella che sto scrivendo adesso. Ho già pronte alcune delle canzoni del prossimo album degli Scars, e stiamo facendo le prove. L’idea è di tornare in studio tra 4 mesi.

I System non registreranno più nulla in studio?
No, non abbiamo abbandonato l’idea. Semplicemente ora non siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda. Fidati, io sono il più grande fan dei System del mondo. Insomma, ho dato il nome al gruppo! (ride) Non vedo l’ora che succeda.

Siamo tutti amici, usciamo spesso insieme, suoniamo insieme dal vivo. Ci divertiamo. Fare un disco, però, è qualcosa di molto diverso. Serve uno spirito particolare, un impegno totale da parte di tutti, e al momento qualcuno non è pronto. E questa è la verità. Non posso costringere nessuno a fare qualcosa che non ha voglia di fare. Detto questo, il nostro rapporto è sano, rispettoso. Non c’è sangue amaro, non c’è nessuna faida interna. Siamo a punti diversi delle nostre vite e non tutti sono disponibili a dedicarsi alla band al 100%.

Si tratta di impegno o di divergenze creative?
Tutte e due le cose. Io non ho figli, gli altri sì, per fare un esempio. Non ci siamo mai detti: “Non succederà mai”, ma adesso è difficile.

I SOAD torneranno in tour quest’anno. Gli Scars on Broadway faranno lo stesso?
Al momento non è nei nostri piani, ma se dovessero venir fuori opportunità interessanti, come aprire per band importanti, coglieremo l’occasione. Sono molto aperto all’idea di un tour, ma per il momento non c’è niente in programma.

Sei un tipo discreto. Come passi il tuo tempo libero?
Scrivo. Ho tantissimo materiale. E una fidanzata con una famiglia. Negli ultimi anni mi sono dedicato completamente alla musica. Semplicemente non ho pubblicato niente, perché non sapevo cosa sarebbe successo con i System. Ho sempre esitato. Ma mi tengo impegnato con la scrittura. Sono il tipo di persona che continua a suonare anche senza far ascoltare niente a nessuno. Mi piace lo stesso, quindi lo faccio.

Hai suonato al concerto tributo per Chester Bennington dei Linkin Park. Non dev’essere stato facile…
Strano, direi che è stato strano, perché la sua voce veniva fuori dai monitor. Il resto della band era ancora molto provato. Mi è piaciuto molto collaborare con loro. Quello che è successo a Chester è stato uno shock, non me lo sarei mai aspettato da un tipo come lui. Era una persona che ti faceva sentire bene, che tirava su il morale. Anche Rebellion, che abbiamo scritto insieme, mi emoziona molto. E credo che anche lì ci siano sfumature dei System.

Come è cambiato il tuo stile di scrittura?
Nei primi anni dei System io e Serj Tankian eravamo in un’altra band, i Soil, ed è in quel periodo che è nato il nostro sound. I Soil, però, volevano suite di 7 minuti. Non erano nemmeno canzoni, erano liste di riff. Poi, a un certo punto, mi sono messo ad ascoltare i Beatles e Bowie, e ho capito che volevo comprimere quelle idee in canzoni, con ritornelli e tutto il resto. E così sono nati i System of a Down.

Volevo solo scrivere la musica che non trovavo nei negozi di dischi. Volevo una band perfetta, che facesse tutto. Puoi vedere i System come un gruppo metal, ma stilisticamente ci sono tante sfumature che non c’entrano niente, e non ho mai avuto paura di colorare il rock in modo assurdo. E c’è tanto umorismo, una cosa che non si fa quasi più. Non è facile, ma noi ci siamo riusciti. Non c’era musica come la nostra in giro, non ce n’era negli scaffali dei negozi di dischi. Ora, quando scrivo, mi viene così naturale…

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