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L’omaggio degli artisti a Bob Marley

Da Jimmy Cliff a Chris Blackwell, da Tom Morello a Snoop Dogg: amici, colleghi e fan rendono omaggio alla musica eterna del profeta Marley

Crediti: 56 Hope Road Music/ Urbanimage.tv

Crediti: 56 Hope Road Music/ Urbanimage.tv

Jimmy Cliff

Nei primi anni ’60 Desmond Dekker ha fatto un’audizione con me. Al tempo lavorava insieme a Bob Marley in un’officina a Kingston, e gli ha raccontato: «Ho conosciuto Jimmy Cliff». Avevo avuto già un paio di hit al tempo. Bob è arrivato in studio da me e mi ha detto: «Mi piace il tuo suono». Io ho pensato: «Questo deve essere qualcuno». Poi mi ha detto: «Ho scritto delle canzoni». E io: «Fammele sentire». La prima cosa che ho notato era il suo talento con le parole, metteva più enfasi in quelle che nelle melodie. Era un poeta più che un musicista. Mi sono piaciute subito tre canzoni, che credo siano quelle che lo rappresentano meglio.

Judge Not è una rivendicazione di individualità: chi sei tu per giudicarmi senza conoscermi? Ho il diritto di essere chi sono. La seconda è Terror, che parla di persone che terrorizzano altre persone, una cosa che non tollerava. La terza è One Cup of Coffee, una canzone d’amore. Sono la sintesi del suo lato rivoluzionario, di quello individualista e di quello romantico. La combinazione tra queste tre canzoni ha reso Bob Marley l’artista e l’uomo che era. Il reggae era un nuovo genere musicale, un nuovo ritmo, una nuova energia, e gli Wailers hanno dato a Bob l’equilibrio di cui aveva bisogno; aveva bisogno delle armonie e della vibrazione delle persone intorno. Il rastafarianesimo è diventato una forza nel mondo, senza usare armi o bombe. Era un movimento spirituale e Bob era il cavaliere alla guida di quel movimento. Le persone avevano l’esigenza di capire se stessi e di capire come entrare in connessione con il flusso cosmico. Bob credeva che Dio fosse un uomo, e non una divinità lontana e irraggiungibile. Questa consapevolezza l’ha raggiunta grazie al rastafarianesimo.
L’ultima volta che l’ho visto stavo registrando nello studio di Hope Road. Era mattina presto. Bob mi ha sentito dal portico e ha chiesto: «Chi è?». Ci siamo seduti insieme sui gradini. Era appena prima dell’ultimo tour, quando poi è stato male a Central Park. Era sempre stato attento al suo fisico, ma non sembrava molto in forma. Quando ho saputo del collasso, ho pensato: «Probabilmente ha chiesto troppo al suo corpo». Nessuno parlava di cancro, e io non pensavo certo che fosse quella la causa. Mi arrivavano notizie dalla Germania che dicevano: «Sta bene», quindi quando è morto sono rimasto sorpreso. Stavo facendo un concerto a San Francisco e ho chiesto al pubblico un minuto di silenzio. Ognuno di noi nel suo subconscio sa quando arriverà il suo momento, e per questo credo che Bob fosse sempre di fretta, era come se lo sapesse: «Ho poco tempo a disposizione, devo compiere il mio dovere». Conosceva il suo destino. Mi ricordo che la prima volta che l’ho visto in studio mi è passato dietro muovendosi velocemente. Dopo la sua morte ho scritto una canzone per lui: Bob You Did Yu Job. Credo che lo abbia fatto davvero.

Chris Blackwell

La prima volta che ho incontrato Bob Marley, pensavo che fosse come Jimi Hendrix. Per me gli Wailers erano un gruppo rock di colore, e pensavo di posizionarli così sul mercato. Invece il suo messaggio, i testi e la sua aura erano molto più ampi.
Nessuno arrivava lontano come lui, e la sua capacità di comunicare continua a crescere. È entrato nel mio ufficio a Londra insieme a Bunny Wailer e ho notato subito la sua personalità. Era consapevole senza essere arrogante. Non avevano neanche il biglietto di ritorno per la Giamaica, una cosa che mi ha colpito molto.
Mi hanno fatto ascoltare il primo mix di Catch a Fire. Ricordo Concrete Jungle, un pezzo veramente avanti. La musica reggae al tempo era solo una novità, non era rispettata come genere musicale, io cercavo qualcosa che facesse dire a tutti: “Wow!”. Catch a Fire ci ha messo un po’ ad arrivare al successo, non ha venduto 40 milioni di copie il primo anno, credo siano state 80 o 100mila al massimo. Il suo primo album di successo è stato Natty Dread, da allora il suo pubblico ha cominciato a crescere, dall’Indonesia all’India fino a ogni angolo del mondo. Mi ricordo una conferenza stampa con giornalisti di tutte le nazionalità che gli facevano domande di ogni tipo. Era molto bravo a rispondere e aveva un gran senso dell’umorismo. Uno gli ha chiesto: «Dici di essere religioso, ma come è possibile che tu abbia figli in tutto il mondo con donne diverse?». Lui ha risposto con una citazione della Bibbia: «Siate fecondi e moltiplicatevi».

Wyclef Jean

Cosa differenzia bob marley dagli altri grandi cantautori? Gli altri non sanno cosa vuol dire vivere in una casa in cui piove dentro. Gli altri non sanno che cosa fare senza una cucina attrezzata o un microoonde, non sanno cosa vuol dire accendere il fuoco e cucinare il pesce in riva all’oceano.
Marley veniva dalla povertà e dall’ingiustizia, e le ha raccontate con la sua musica ribelle. La sua ispirazione erano le persone. Proprio come John Lennon, ha portato avanti l’idea che con la musica e le parole si può realizzare la pace nel mondo. Ma la musica era solo una parte di ciò che era Bob. Era anche un rivoluzionario, impegnato nelle cause umanitarie. Il suo impatto sulla società giamaicana è stato talmente grande che hanno persino tentato di assassinarlo. Marley era come Mosè: faceva muovere i popoli con le parole. Ha portato il reggae nel mondo praticamente da solo.
Io sono cresciuto ad Haiti, mio padre era un sacerdote, nel tempo libero avevo il permesso di ascoltare qualcosa di christian rock, ma niente rap. A 14 anni ho messo su Exodus e mio padre mi ha chiesto: «Di cosa parla?». Gli ho risposto che era un pezzo biblico, parlava di migrazioni. Nell’attimo in cui le note di Marley sono entrate nelle sue orecchie, mio padre ha cominciato a sentire il groove. È una vibrazione che ti arriva dritto al cervello. Redemption Song trascende il tempo: il testo avrà lo stesso significato anche nell’anno 3104. Oggi è tutto finto, le persone si sforzano di trovare qualcosa di vero, hanno bisogno di aggrapparsi a una speranza. Il motivo per cui la gente va in giro con la maglietta di Bob Marley è che lui è una delle poche cose a cui aggrapparsi.

Dave Matthews

Parlare di bob marley solo come cantante è limitativo, vuol dire dimenticare tutto ciò che lo ha reso una delle voci più importanti del nostro tempo. Bob aveva la grande qualità di cantare di argomenti importanti in modo leggero, con un groove, una voce e un’atmosfera di estrema generosità. Non cantava in modo corretto, non aveva alcuna educazione musicale, ma possedeva una bella voce, simile a quella di un altro dei miei cantanti preferiti, Marvin Gaye. È difficile separare la voce di Marley dai temi di cui cantava: aveva il potere di scuotere, con la musica, le fondamenta del governo del suo Paese. La misura di un grande cantante sta nella capacità di fare passare il suo messaggio, di riuscire a diffondere idee di cui altrimenti non si sentirebbe parlare. In un mondo in cui la voce di chi canta di pace e amore viene messa a tacere, Marley è riuscito a far passare il messaggio e a ispirarci. La sua voce è una delle fonti di ispirazione più importanti del nostro tempo: era la voce di tutti gli oppressi del mondo.

Tom Morello

La musica di Bob Marley è così profonda e reale da arrivare ovunque, dalle discoteche di Tokyo alle baraccopoli di Soweto, dalle manifestazioni di strada a Berlino alle feste universitarie nel Kentucky. Quello che lo rende un artista unico è l’alchimia musicale di bellezza, fuoco, talento e autenticità, una cosa che trascende i generi stessi. È solo un caso che Marley sia nato in Giamaica e sia il più grande artista giamaicano. Se fosse nato in Irlanda sarebbe il più grande artista celtico. Se fosse nato a Brooklyn? Il più grande rapper di sempre. Probabilmente è il più grande artista di tutti i tempi, punto. Era una star del primo mondo e un eroe del terzo mondo. Perché? Perché ha creato decine di inni ribelli: Get Up, Stand Up, I Shot the Sheriff, Crazy Baldhead, Them Belly Full (But We Hungry) e la mia preferita, Redemption Song. Canzoni per gli oppressi di tutto il mondo che innalzano lo spirito e fanno alzare il pugno chiuso a ogni ascolto. Il ritmo ipnotico, la bellezza delle melodie, le performance vocali non hanno paragoni nella storia. Le sue canzoni confortano le anime irrequiete, alimentano le fiamme della resistenza e fanno partire la festa, spesso tutto in un colpo solo. Bob non era solo un eroe dei lavoratori, ma anche dei poveri e dei senzatetto. È veramente tanto per un uomo solo con la sua chitarra e ovviamente uno o due spinelli in mano. Marley non si identificava solamente con gli emarginati, era uno di loro e non aveva né l’aspetto né la voce di nessun altro artista pop. Era un profeta più che un cantautore, le sue canzoni erano animate dal fervore morale di un fanatico, parlavano di speranze delicate, di amore e fiducia e di grandi ambizioni come la giustizia e la libertà. In un mondo in preda ai dubbi e all’ansia, il suo mantra, “Andrà tutto bene”, risuona sempre nelle mie orecchie. Grazie per le promesse e per l’ispirazione, Bob. Finchè avremo le tue infinite jam, andrà tutto bene.

Kenny Chesney

La cosa principale della musica di Bob Marley è che non importa da dove tu venga, o quali siano le tue idee politiche o religiose. Io sono cresciuto nel Tennessee, ma la musica di Marley mi ha toccato. Ho collaborato con il bassista degli Wailers, Aston “Family Man” Barrett: mi diceva sempre che il country e il reggae sono simili perché raccontano storie e dicono la verità, sono sinceri e pieni di amore. L’anno scorso ho girato un video, Spread the Love, negli studi Tuff Gong di Kingston con Family Man e il percussionista degli Wailers, Seeco Patterson. È stata un’esperienza religiosa. Quel posto è una cattedrale. Da ragazzo non avrei mai pensato di lavorare, un giorno, con le persone che hanno creato la musica di Bob Marley. Non sapevamo se Seeco sarebbe venuto, perché aveva avuto dei problemi. Alla fine è arrivato, e ho visto il feeling incredibile che aveva con Family Man. Uno dei tecnici mi ha detto che Seeco non entrava in quello studio da almeno 20 anni. È stata un’esperienza fantastica registrare a Kingston, ed è stato uno dei momenti più alti della mia carriera. Mi ha fatto amare ancora di più la musica di Bob. Oggi si punta alla perfezione, tutti usano Pro Tools. I dischi di Bob, invece, non sono perfetti, ed è questo che li rende grandi. Mi ricordo che ero in quello studio e cercavo di assorbire più cose possibili, qualsiasi cosa che potesse contagiarmi ed entrare nella mia anima.

Wiz Khalifa

Ero solo un bambino quando ho cominciato ad ascoltare Bob Marley, è stato mio padre a farmelo scoprire quando frequentavo le scuole elementari. I miei genitori avevano divorziato, mio padre veniva a prendermi e cantavamo le canzoni di Bob insieme in macchina. Mio padre non fumava erba né nulla del genere, ma quella musica gli piaceva. Ovviamente l’erba e Bob Marley sono due cose che sono sempre andate insieme. Ricordo che leggere le sue interviste mi ha fatto pensare definitivamente che fumare fosse ok, anche se lo pensavo già. “Wow, forse posso trovare anche io quello che ha trovato lui”, mi dicevo. Ma la musica è arrivata molto prima dell’erba, il mio rapporto con Bob è molto più profondo.

Jack Johnson

Alle Hawaii, dove sono cresciuto, il reggae è più importante del pop. Fa parte della cultura locale, esiste anche un sottogenere chiamato “Jawaiian”, che mischia reggae, Jah e musica hawaiana. Quindi per me Bob Marley era il più grande musicista del mondo, più di Beatles o Rolling Stones. Il reggae è ancora molto forte alle Hawaii, Ziggy, Damian o Stephen fanno sempre concerti enormi qui. Una volta Ziggy era qui per un concerto, ma mio padre era morto da poco e io non me la sentivo di andarci. Ziggy mi ha scritto una bellissima lettera su suo padre, non voglio entrare nei particolari, ma è stato fantastico che abbia voluto condividere le sue riflessioni sul fatto che suo padre fosse Bob Marley. Durante il suo ultimo concerto alle Hawaii è uscito sul palco con la chitarra e ha raccontato una storia: «Questa è una canzone che mio padre suonava nel giardino di casa». Era Redemption Song. Avevo la pelle d’oca. Marley sapeva catturare tutte le emozioni; a volte le sue canzoni sono così leggere da poter stare in un disco per bambini, altre volte, come nel caso di Them Belly Full (But We Hungry), parlano delle ingiustizie del mondo. Chi conosce solo alcune canzoni di Bob pensa che il reggae sia musica leggera e allegra, ma non è così. Se sei un fan del reggae, sai quanto è profondo.

Erykah Badu

La musica di Bob Marley è un linguaggio universale di amore e pace, per questo la cantiamo. Tutti vogliamo sembrare buoni agli occhi di chi ci ha creato, chi o qualunque cosa sia. Tutti possono ritrovarsi in questa esigenza che Bob Marley ha espresso nelle sue canzoni. Io lo ascolto in modi diversi. Innanzitutto sono attratta dal ritmo, perché ce l’ho nel mio Dna, nella sua parte africana: il basso, la batteria, il modo in cui si intrecciano e il ritmo sincopato. Due: lo ascolto come un artista vero, che è stato onesto al punto che le sue emozioni sono state scambiate spesso per profezie. Una parte di me in quanto artista è spinta a dare il massimo proprio dal suo esempio di coraggio. Il terzo modo è ascoltando le parole, la pura essenza della sua poesia. Parliamo la stessa lingua, ovvero la lingua dell’amore, che sia rivolto alla persona amata o all’Assoluto. È questo di cui Bob canta, ed è totalmente autentico.
Ci sono miliardi dei suoi atomi nella mia musica, lo stile, la melodia, le inflessioni e le emozioni. E l’insieme delle sue canzoni dal punto di vista sonoro è semplicemente bellissimo, dannazione. È irreale. Sono una ragazza dell’era analogica, quindi per me il nastro è una specie di coperta calda che avvolge tutto, è come uno strato di caramello, una bellissima sensazione. Quando metto su un disco di Bob Marley, l’incenso comincia a bruciare in tutto il mondo.

Snoop Dogg

Bob Marley è uno dei miei antenati, la sua musica è sempre stata con me. Mi ha colpito il groove, ma anche il messaggio: “Bob Marley reincarnato, con le pupille dilatate / Emancipato, concentrato, discusso, giudicato molte volte”, ho scritto nel 2003. Il reggae è presente da sempre nella mia musica, ma nel 2012 sono andato in Giamaica a fare un disco reggae vero e proprio. Lo spirito di Bob vive in me. Da ragazzo, fumare erba era un divertimento, in Giamaica ho imparato che viene usata per i suoi poteri curativi. Lo capisco: quando fumo mi sento in pace. Faccio molte attività in Giamaica, insegno nelle scuole e aiuto i coltivatori. È l’eredità di Bob: è stato a lui a dire di diffondere l’amore.

Adrian Young

Negli anni ’70 i miei genitori avevano tutti i dischi di Bob Marley, quindi mi hanno influenzato dal giorno in cui sono nato. Li ascoltavamo ogni giorno a casa mia, Catch a Fire è uno dei miei primi ricordi musicali. Un altro ricordo è quando i miei hanno chiamato una baby sitter perché andavano a vedere Bob Marley al Santa Barbara Bowl e non volevano portarmi. Quando sono entrato a far parte dei No Doubt, lo ska e il reggae erano una cosa naturale per me, la musica con cui sei cresciuto non ti lascia mai. È sempre dentro di te da qualche parte nel profondo, e rimane lì fino al giorno in cui muori. Io sono stato segnato dai dischi degli Wailers degli anni ’70, saranno sempre una parte di me.

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