Cor Veleno, lo spirito di Primo è più vivo che mai

Uno dei gruppi che ha scritto pagine indelebili del rap italiano torna con un album-testamento inaspettato per ricordare una delle voci più iconiche della scena, scomparsa nel 2016 dopo la lotta con la malattia.

Foto di Beatrice Chima


Per la scena hip hop italiana, quella di capodanno 2016 non fu una notte di festeggiamenti, ma di grandissima tristezza: poco dopo la mezzanotte, la notizia della scomparsa di Primo Brown – che aveva solo 39 anni ed era malato da tempo – si diffuse a macchia d’olio provocando un’ondata di commozione senza precedenti.

Tra i più brillanti e potenti mc italiani in assoluto, insieme agli amici di sempre Squarta e Grandi Numeri negli anni ’90 aveva fondato i Cor Veleno, un’istituzione del rap romano; era anche una persona di grande umanità e generosità (soprattutto con le generazioni più giovani, che si rivolgevano spesso a lui per aiuto e consigli), e lasciò un vuoto immenso e incolmabile. A distanza di quasi tre anni, però, è difficile percepire la sua assenza: tuttora resta uno dei nomi più citati e ricordati nelle interviste dei colleghi, e ogni primo del mese i social degli appassionati di rap vengono inondati da hashtag a tema, foto e tributi.

Da pochi giorni, oltretutto, è uscito anche l’ultimo album dei Cor Veleno, Lo spirito che suona, un progetto interamente dedicato alla sua memoria e ricchissimo di strofe e materiale inedito, oltre che di ospiti eccellenti come Giuliano Sangiorgi, Coez, Marracash, Roy Paci, Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion, Gemitaiz, MadMan, Danno e Johnny Marsiglia. Lo spirito di Primo, insomma, è più vivo che mai, ed è anche ben rappresentato, visto che ad accompagnare Squarta e Grandi Numeri negli incontri con la stampa c’è anche la silenziosa ma attentissima presenza di Mauro Belardi, suo padre.

L’idea dell’album è nata prima o dopo la scomparsa di Primo?
G.N. Primo è stato uno dei rapper italiani più prolifici in assoluto. Oltre alle sue moltissime collaborazioni, alla sua serie di mixtape Rap nelle Mani e al progetto con Tormento, c’era sempre stata la voglia di tornare in studio tutti insieme per un nuovo disco dei Cor Veleno. Prima del fattaccio avevamo cominciato a registrare alcune tracce insieme, tra cui ad esempio A pieno titolo, ma non avevamo abbastanza materiale per fare un vero e proprio disco. E quando è successo il peggio, non ci sentivamo pronti per ricominciare a parlarne: abbiamo staccato completamente la spina e ci siamo concentrati sull’evento dell’Atlantico, chiamando a raccolta amici e colleghi per commemorarlo.

Un trionfo: locale strapieno, decine di artisti da tutta Italia sul palco…
G.N. È stato meraviglioso, ci ha fatto capire quanto forte fosse la stima e l’affetto che la gente nutriva per lui; forse ancora più di quando era ancora in vita. Molti avrebbero cercato di cavalcare l’onda, ma noi ci siamo presi ancora un po’ di mesi per riflettere. Quando finalmente ce la siamo sentita, abbiamo riaperto tutte le tracce già registrate e abbiamo cominciato a concepire un disco vero e proprio.

S. È stato molto arduo. Doloroso, anche.

G.N. La forza delle sue rime ci ha dato l’energia per andare avanti. Pur nella sua assenza, mentre ci lavoravamo abbiamo sentito la sua presenza reale, tangibile. Lo spirito che suona, per noi, è Primo Brown, ma è anche quel qualcosa di magico che alimenta il fuoco di tutti i musicisti del mondo.

Foto di Paolo Marchetti

Ascoltando l’album, in effetti, l’impressione è che lui fosse davvero in studio con voi.
S. Ed è stato proprio così, in un certo senso. Ci eravamo dati una sola regola: non doveva essere un disco di ricordi, triste, nostalgico. Volevamo che fosse vivo, proiettato nel futuro. Abbiamo raccolto tutto ciò che avevamo – grazie anche agli amici, che ci hanno regalato strofe e materiale che Primo aveva iniziato a registrare per loro e che non aveva mai fatto in tempo a finire – e abbiamo confezionato ogni canzone con amore e cura, come un vestito su misura. Una volta cominciato, è stato come un fiume in piena: abbiamo dovuto darci uno stop, perché potevamo andare avanti all’infinito.

G.N. Avremmo potuto fare un album quadruplo, volendo. Gli ospiti che compaiono nel disco sono solo alcuni tra i tantissimi che ci hanno offerto il loro aiuto e la loro collaborazione, e anche le canzoni possibili sarebbero state tantissime. Alla fine abbiamo scelto quelle che rappresentavano meglio il concetto dello Spirito che Suona: il risultato è un testamento musicale.

A proposito degli ospiti, molti risulteranno inaspettati, per molti fan dei Cor Veleno: da Marracash, con cui non avevate mai collaborato prima, a Giuliano Sangiorgi dei Negramaro…

S: Abbiamo scelto realtà a cui siamo molto legati – con Marra, ad esempio, ci conosciamo da sempre e c’è grande stima reciproca, ma non avevamo mai avuto modo di lavorare insieme – anche se molto diverse tra di loro. Secondo noi è stato un esperimento riuscito, perché tutti ne hanno capito il senso e hanno aggiunto del loro: nessuno si è presentato a fare una strofa o a suonare una parte tanto per fare. Si sono messi a disposizione per questo progetto, con grande entusiasmo e generosità, e quelli apparentemente più lontani dal nostro mondo sono stati quelli che ci hanno stupito di più. Come Giuliano: doveva partecipare a un solo brano, ma quando è venuto da noi in studio gli è piaciuto così tanto che ci ha chiesto “Beh, non mi fate ascoltare nient’altro?”, e alla fine ha insistito per essere presente anche in un’altra canzone.

Tutti, oggi, si affannano a celebrare il talento e l’importanza di Primo Brown per la musica rap. Anche quelli che magari, quando era ancora tra noi, non gli avevano dato il giusto valore. Come vi fa sentire questo?

G.N.
La vita è stronza: ti accorgi di quanto valeva ciò che avevi solo quando non ce l’hai più. Per quanto riguarda i colleghi, posso dire che l’affetto lo abbiamo sentito prima, durante e dopo. In termini di risultati, però, alla musica ha dato tantissimo, e non sempre ha avuto altrettanto in cambio. Nel booklet del disco abbiamo voluto riportare una sua rima: dice che l’hip hop “Mi fa mettere l’elmetto in questa saga / e ricordare che è perfetto, cazzo, pure se non paga”. La nostra attitudine è questa. Con i Cor Veleno ci siamo messi in gioco album dopo album, portando avanti ogni volta una ricerca diversa, cercando di raccontare la quotidianità con una buona dose di coraggio e autenticità. Economicamente non rendeva? Pazienza, sono scelte.

Trovate che sia un’attitudine che si sta perdendo?
G.N. Non solo nel rap: è una tendenza generale, probabilmente. Ma se tanti non vanno in questa direzione, ce ne sono tantissimi altri che lottano per questo. Magari oggi chi cerca un certo tipo di hip hop trova meno offerta, ma non significa che sia finito: in questo momento ci sono sicuramente ragazzi che si stanno spaccando il culo a registrare i loro pezzi in una cantina, di cui ancora non sappiamo niente. E poi, secondo me ci sono cose molto belle anche nel rap, nel pop e nel rock di oggi.

S. Gente come Salmo o Mezzosangue è molto vicina al nostro approccio, perché fanno quello che cazzo gli pare. Anche nel modo di tenere il palco – la convinzione, il sudore, le vene che pulsano – assomigliano molto a noi.

Zero nostalgia per i bei tempi andati, quindi?
G.N. A livello di ricordi, sì: pensiamo con nostalgia ai bei momenti che abbiamo passato insieme, a quando ci siamo conosciuti, a Primo che non c’è più. A livello di attitudine personale, no: sicuramente vivere nel passato è un modo per ritagliarsi la propria comfort zone, ma noi di comfort zone non ne abbiamo mai avute.

S Cambia il contesto, cambia il sound del rap, cambia il modo di rappare, cambiano gli argomenti: è giusto e ci va benissimo così. L’unico distinguo che bisogna fare è tra la roba che spacca e la roba brutta.

La carriera dei Corve era iniziata in un periodo abbastanza sfigato, per il rap italiano: la vostra intervista di debutto su Aelle, storica rivista che raccontava la scena hip hop degli anni ’90, è uscita proprio nel numero in cui la redazione annunciava di chiudere i battenti…
S. Per noi è rimasta un po’ una barzelletta, negli anni: l’intervista era talmente clamorosa che abbiamo fatto chiudere Aelle! (ride) Noi, però, non l’abbiamo mai considerato un periodo sfigato: se cominci a fare rap perché ti piace e ti fa star bene, senza aspettarti niente in cambio, nulla può andare davvero storto.

G.N. C’era un pessimismo generale, si percepiva che era la fine di un’epoca: ma chi fa rap in Italia non è mai stato seduto ad aspettare che il mercato girasse per il verso giusto. Noi abbiamo sempre fatto questa musica e continueremo sempre a farla, che vada di moda o no. Se vuoi che smettiamo devi spararci, come minimo! (ride)

La costanza ha premiato, perché nei primi anni 2000 siete stati reclutati da Jovanotti, una cosa enorme per l’epoca. Come ve la siete vissuta?

S. All’inizio ci aveva chiamato per aprire i suoi live, e già allora suonava in posti giganteschi. Quelli della produzione ci mettevano in guardia: “Occhio, stasera ci sono 30.000 persone e vogliono sentire Lorenzo, vi tireranno dietro la roba per farvi smettere”… Ma poi, quando fai le cose con il cuore, la gente se ne accorge: in ogni data siamo riusciti a scaldare la festa. Il contesto per noi non è mai stato importante, andavamo e davamo il meglio. Non ci è mai piaciuto uniformarci e seguire le regole: quando i dogmi dell’hip hop non si potevano sfiorare, abbiamo fatto un disco intitolato Rock’n’Roll, per rompere le palle ai puristi. E quello dopo l’abbiamo chiamato Heavy Metal, per romperle ancora di più!

G.N. Il fatto che certi dogmi fossero considerati intoccabili ci ha sempre fatto un po’ cagare. È una cosa che ci ha unito molto: per noi tre la teca che preservava il rap era da rompere, non da spolverare.

Jovanotti, tra l’altro, è uno dei tanti artisti che hanno omaggiato Primo Brown dopo la sua scomparsa (nel suo caso nel video di Oh, Vita!, dove in diverse scene compaiono riferimenti a Primo)…

S. Lo abbiamo scoperto il giorno prima: ci ha chiamati e ci ha invitati sul set, tant’è che tra le comparse c’è pure mio figlio. I tributi a Primo sono stati tantissimi e davvero inaspettati.

G.N. Anche quello di Roy Paci è stato molto commovente: a Sanremo ha suonato indossando una t-shirt in onore di Primo. E lo stesso ha fatto Giuliano Sangiorgi a un concerto dei Negramaro. Salmo ha voluto ricordarlo nel suo prossimo album, in un modo che spacca, lo sentirete. È bello vedere che chi fa musica lo ricorda con tanto affetto.

Ci sono due domande che si fanno tutti i vostri fan. La prima, inevitabilmente, è questa: è l’ultima volta in cui avremo occasione di sentire degli inediti di Primo Brown?

S. C’è ancora tanto materiale, in realtà. Però è difficile prevedere se e quando uscirà: questo disco è nato in maniera molto naturale, e vorremmo che le cose continuassero così.

G.N. C’è un motivo se l’unico ringraziamento del disco è a Mauro, il padre di Primo: è stato lui a far sì che l’album uscisse. Se ci avesse detto che preferiva evitare, avremmo rispettato la sua volontà. Lo spirito suona anche grazie a lui. Per quanto riguarda il futuro, vedremo.

La seconda domanda: i Cor Veleno si scioglieranno, ora che Primo non c’è più?
G.N. No, assolutamente: anche se non dovessimo fare più dischi, non ci scioglieremo mai, perché siamo una famiglia. Andiamo avanti nella nostra formazione storica, quella originale: per noi Primo non ha mai lasciato il gruppo.

S. Tant’è che andremo in tour, perché Lo spirito che suona non può rimanere chiuso in un cassetto. E Primo sarà presente con la voce, con le immagini e con varie sorprese che vedrete dal vivo.

G.N. Tra l’altro, con Mauro e il regista Guido Coscino abbiamo cominciato a raccogliere materiale, perché vogliamo realizzare un documentario sulla sua vita. È saltato fuori questo video bellissimo: Primo era giovanissimo, avrà avuto diciott’anni, ed era a un compleanno. Qualcuno gli chiedeva i suoi progetti futuri, e lui raccontava che sognava di fare musica, nel modo in cui poi l’ha fatta, con le persone con cui poi l’ha fatta. Ha sempre avuto quell’attitudine, e credo lo sarebbe rimasta ancora per molti anni a venire.