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Buon compleanno “Highway 61”, il disco più assurdo e divertente di Dylan compie 50 anni

Creato in mezzo a una trilogia elettrica e rock & roll, è il suo disco più compassionevole, perché è un disco in cui Dylan trova divertente ogni americano che incrocia

Bob Dylan a Londra, nel 1965. Foto: Tony Frank

Bob Dylan a Londra, nel 1965. Foto: Tony Frank

Highway 61 Revisited è il disco di Bob Dylan più spiazzante, strano e divertente. E il più perfetto. È stato pubblicato il 30 agosto 1965, soltanto cinque mesi dopo il capolavoro precedente, Bringing It All Back Home: ma qui siamo di fronte a un uomo diverso per un disco diverso, un ribelle folk che abbracciava la stranezza e il pericolo del rock & roll. «Le canzoni di questo disco sono più che altro esercizi di controllo del respiro tonale» spiega Dylan nelle note meravigliosamente folli dell’album. «La materia in oggetto – per quanto insignificante – ha qualcosa a che fare con la bellezza degli sconosciuti». E questo è esattamente quello che fanno le nove canzoni di Highway 61: raccontano un viaggio nel cuore della notte attraverso un’America piena di sconosciuti bellissimi che non torneranno mai più a casa.

Highway 61 è l’album di mezzo di una trilogia composta da Bringing It All Back Home e Blonde on Blonde: il momento in cui Dylan scoprì i Beatles, diventò elettrico e scrisse tre album rock & roll nel giro di 14 mesi febbrili. Tre album che da allora chiunque – persino lo stesso Dylan –ha cercato di replicare, o anche solo imitare, senza successo. Ognuno ha un suo diverso gusto: se Bringing It All Back Home segue le orme dei Beatles, Highway 61 guarda ai Rolling Stones e Blonde on Blonde a Smokey Robinson – ma a differenza degli altri due, Highway 61 non ti molla nemmeno per un secondo. Questo album non ha canzoni come On the Road Again o Obviously Five Believers – delle piacevoli pause per prendere fiato. Ognuna delle sue nove canzoni ha la sua spaventosa storia.

Ancora più di Bringing It All Back Home, Highway 61 è l’album di una band, non di un solista. Le canzoni sono piene di perfetti momenti di interazione musicale – la chitarra di Charlie McCoy in Desolation Row, il piano di Paul Griffin in Just Like Tom Thumb’s Blues, la batteria di Bobby Gregg in It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry, le vibrazioni di Michael Bloomfield in Tombstone Blues, tutto e tutti in Ballad of a Thin Man. Anche la famigerata chitarra scordata di Queen Jane Approximately contribuisce allo spirito del disco.

Durante tutto l’album
puoi sentirti addosso
gli occhi di Dylan

Ho sentito per la prima volta Like a Rolling Stone alla radio, da bambino negli anni Settanta, su una radio di Boston dalla vita breve chiamata WACQ – quella voce così minacciosa, disturbante, irridente in stile Fonzie, ma anche così cool da far morire dalla voglia di unirsi a quell’avventura che viene cantata. Faceva quella mossa classica alla Dylan di cambiare idea nel mezzo di una strofa – “To be haaaaa-on your own” (E dire che c’è ancora gente che si fida dei suoi testi sui libretti dei dischi.) Come riusciva a farlo? Una voce del genere non l’avevo mai sentita. Poi il Dj fece seguire la hit disco Heaven on the Seventh Floor, che parla di restare chiusi in ascensore con una signora molto sexy. Non stupisce che quella radio abbia chiuso poco tempo dopo.

Ho passato molti dei miei anni da teenager cercando di decifrare i testi del disco e la foto in copertina di Daniel Kramer. Dylan guarda fuori campo in stile ebraico-cowboy, alla Paul Newman, con occhi da vagabondo misterioso che sembrano chiedere: “Facciamo un patto?”. Dietro di lui, una ragazza con una t-shirt a strisce è in piedi con una macchina fotografica, in attesa che lui la porti a fare un giro. (La ragazza in realtà era un ragazzo, l’amico di Dylan Bob Neuwirth, il cui pacco di genere neutro contribuisce molto alla potenza della copertina.) La foto cattura l’irrequietezza dell’inizio di un viaggio in macchina, un’atmosfera che dura fino a metà del primo verso di Like a Rolling Stone, che è dove le cose iniziano a prendere una piega strana. Durante tutto l’album puoi sentirti addosso gli occhi di Dylan, la sua testa inclinata in modo strano, come a chiedere: Che c’è, pensavi che questo viaggio sarebbe stato divertente?

Stranamente, con tutto questo immaginario poetico concentrato dentro un solo album, il verso che resta più dentro è uno dei più semplici: quel momento in It Takes a Lot to Laugh in cui Dylan strascica le parole “I been up all night, leaning on the windowsill”, sono stato sveglio tutta la notte appoggiato al davanzale della finestra. Quel disco intero è il davanzale a cui il mondo è stato appoggiato per 50 anni – queste canzoni sono la compagnia perfetta e desolata per starsene in piedi tutta notte a rimuginare su qualcosa. Ad ascoltare Highway 61 oggi, è difficile credere che il tizio che canta queste canzoni sia mai riuscito a dormire una sola volta, da allora.

È un album che inizia con il consiglio di impegnare il tuo anello con diamante e tenere traccia di tutte le persone a cui l’hai messo in culo ieri, perché saranno gli stessi a cui chiederai l’elemosina domani. Ma è anche un album che termina con un uomo che firma una lettera dicendo che ha visto così tanta depravazione in città da non voler leggere altre lettere da casa (“When you asked how I was doing, was that some kind of joke?”). L’album inizia irridendo una ragazzina finita su una immaginaria Desolation Row, l’ultimo posto dove pensava sarebbe capitata; e finisce con un ragazzo non più tanto giovane che ha rinunciato a ogni speranza di uscirne. Inizia compiangendo tutti gli amici da due soldi che hai incontrato in città e ti hanno fregato per motivi di droga, sesso e denaro, i “beautiful strangers” che si sono rivelati essere non amici; e finisce con la serena consapevolezza di non poter più tornare a casa da amici e familiari. Ma tutti questi incubi del genere “l’inverno sta arrivando” presenti nell’album coesistono accanto all’istinto comico più selvaggio e generoso di Dylan. È il suo disco più compassionevole, perché è un disco in cui Dylan trova divertente ogni americano che incrocia. Non c’è alcuna condanna morale, cosa unica per gli album di Dylan degli anni sessanta – persino i suoi nemici, e i furfanti che promuovono una nuova guerra mondiale, gli appaiono comici.

La gente potrebbe avere inteso Ballad of a Thin Man come la denuncia di un tale Mr Jones, ma Dylan canta in un modo troppo profondo per farlo – quello spettrale “whoooa-oooow” a cui si lascia andare verso la fine della canzone non è il tipo di suono che appartiene a chi canta di problemi altrui. Dylan sta con Mr Jones perché ogni piccolo perdente lungo questa Highway – ogni singolo americano – ha in sé un po’ della stessa confusione di Mr Jones. E nessuno di essi sa davvero che cosa sta succedendo, nonostante sia un tributo al genio di Dylan il fatto che la sua voce ti faccia sospettare di nascondere il segreto da qualche parte.

Non c’è alcuna condanna morale, cosa unica
per gli album di Dylan
degli anni sessanta

Se c’è una canzone che è cresciuta nel corso degli anni è Just Like Tom Thumb’s Blues, in cui Dylan raggiunge un impossibile tono amichevole pur cantando di devastazione totale, perso da qualche parte sulla lunga strada tra Juarez e New York (3500 chilometri!), dove incontra un perdente dopo l’altro. Dylan giura di ritornare da dove è venuto, anche se sa bene che la città che ha lasciato non è più lì ad aspettarlo. È una canzone triste, ma riesce comunque a fare sorridere ogni volta che si riascolta – in seguito è stata ripresa dai Grateful Dead verso il 1985, e campionata in modo grandioso dai Beastie Boys con Check Your Head.

Ho visto Dylan suonare Tom Thumb’s Blues al Madison Square Garden nel novembre 2001, subito dopo l’11/9, e le note d’apertura hanno diffuso ondate di gioia attraverso il pubblico (“La sta facendo! Quella che dice ‘Going back to New York City’”) anche se ogni personaggio dentro la canzone è realmente e completamente fottuto. Quasi a metà della canzone, quando 20mila persone hanno risposto in coro a un suo verso, Dylan ha abbozzato un sorriso. Quella compassione da vecchio saggio è il motivo per cui così tanti fan continuano a trovare se stessi in queste canzoni. Anche con tutti i pericoli e il subbuglio che Dylan incontra lungo questa strada, le lacrime che scorrono sulle sue guance provengono dalle risate.

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